venerdì 1 aprile 2011

Fare un cancan

Il modo di dire, che avete appena letto, è conosciutissimo in quanto tutti lo adoperiamo allorché vogliamo mettere in evidenza il fatto che una persona - spesso in preda alla collera - fa un gran putiferio, un pandemonio o si comporta in modo da sollevare uno scandalo. La locuzione ha varie interpretazioni... etimologiche. Cancan innanzi tutto - è il caso di ricordarlo - è anche il titolo di una canzonetta, o meglio di una danza francese alquanto sfrenata, in voga nel periodo della “Belle Époque”. Il termine cancan, dicevamo, si presta a due interpretazioni. Secondo il “Dizionario” di P.M. Quitard sarebbe il latino “quamquam”, vale a dire ‘sebbene’. Questa congiunzione era “di moda”, nel secolo XVII, tra i conferenzieri universitari, che la adoperavano in apertura di discorso: era ritenuta, infatti, un costrutto molto elegante e raffinato al punto di assumere l’accezione di “arringa pubblica su argomenti filosofici”. Ma vediamo come il vocabolo si è diffuso nel significato odierno di “putiferio”. Secondo l’usanza gotica la congiunzione latina “quamquam” veniva pronunciata “kankam”. Un celebre umanista però, Ramus, sosteneva, giustamente, che la locuzione andava “recitata” alla latina ma i “sapientoni” della “Sorbona” (università parigina) non ne vollero sapere tanto che ‘dimissionarono’ un giovane professore che aveva avuto l’impudenza di pronunciare “quamquam”. Questi fece ricorso al Parlamento dove l’umanista Ramus assunse la “difesa” del giovane docente. Davanti alle assise Ramus riuscì a “smantellare” le argomentazioni dei fautori della pronuncia gotica (kankam) con motivazioni che misero in ridicolo gli “accusatori” del giovane insegnante. Il Parlamento, allora, emise un verdetto salomonico lasciando a ciascuno la facoltà di pronunciare il termine in tutti e due i modi. Al “verdetto” seguí un furibondo litigio con una rissa conclusasi con l’assassinio di Ramus. Da quel momento in poi il vocabolo passò a indicare una violentissima discussione su argomenti di irrilevante importanza e in seguito, per estensione, un... cancan, cioè un gran putiferio. La seconda interpretazione - per altri insigni Autori - va ricercata nel suono onomatopeico con cui i fanciulli francesi chiamano l’anatra (“canard”) ma va riferita, anche e soprattutto alla danza in cui il passo e il dimenarsi assomigliano all’andatura dell’anatra, appunto.

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Disopra e di sopra


Di questo avverbio di luogo, che sta per “in luogo superiore”, “sopra” sono corrette entrambe le grafie (la scissa e l’univerbata); la piú adoperata, però, è la forma scissa. È preferibile la grafia unita quando l’avverbio è adoperato in funzione di sostantivo maschile atto a indicare la parte superiore di qualcosa: il disopra del tavolo; il disopra dell’edificio.

mercoledì 30 marzo 2011

La gran gala

Quanto stiamo per scrivere - siamo certi - non avrà l’ “approvazione” di qualche linguista, anche perché quasi tutti i vocabolari ci contraddicono. Ma, come sempre, andiamo dritti per la nostra strada, convinti della bontà della nostra tesi. Tutti gli organi di stampa, ma non solo, quando fanno la cronaca di qualche ricevimento importante parlano del “gran gala”, mascolinizzando un sostantivo che maschile non è. No, cortesi amici, chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve dire (e scrivere) “la gran gala” deve, cioè, rispettare il “sesso” del sostantivo, che non è prettamente di origine italica ma ispanico-francese. Vediamo, dunque, come è nato il termine che le signore dell’alta società dovrebbero conoscere. La gala (femminile), dall’antico francese “gale”, non è, infatti, un ornamento di seta o altro che si mette ai vestiti e ai cappelli delle donne? Non avete mai sentito dire, per esempio, che quella donna indossava una gonna con ‘una gala’ tutt’in giro? Questa gala, dunque, si mette sui vestiti che si indossano in occasioni solenni, tanto è vero che il vocabolo ha acquisito l’accezione, generica, di lusso, sfarzo. Per gli amanti delle date possiamo dire che la gala è giunta a noi attorno al 1200. Con il trascorrere del tempo il termine è approdato in Spagna e ha assunto, per estensione, il significato di “festa”, “ricevimento” perché la gala si mette in particolari occasioni di festa e con questo nuovo significato il vocabolo è tornato a noi nel 1700. Coloro che dicono “il gala” sottintendono, eventualmente, “ricevimento” (ricevimento di gala) ma, ripetiamo, chi ama la lingua non deve dare ascolto alla “permissività” di alcuni vocabolari che ammettono la forma maschile: il gran gala. Altri ancora fanno di peggio accentando la “a” finale: galà. Gli amatori della buona lingua sono avvertiti... Dalla nostra parte, fortunatamente, abbiamo molti libri.

martedì 29 marzo 2011

L'accordo con i pronomi"clitici"


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Maria scrive:
Buongiorno. Avrei una domanda per quanto riguarda la concordanza del participio passato dei verbi composti con l’antecedente pronome oggetto di I-II persona singolare e plurale. Es: Vi ho salutato [e non salutati]/ Ti (riferito ad una donna) ho visto in centro… È riconosciuta formalmente corretta? O ancora tipica della lingua parlata? Grazie mille.

linguista scrive:
Pur tollerato nel parlato (o nello scritto meno sorvegliato), il mancato accordo nello scritto standard/formale (sovresteso, in letteratura: “Ha veduta la sua mamma”) è considerato a tutt’oggi uso errato.
Andrea Viviani
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Dissentiamo totalmente dal linguista. È corretto dire e scrivere tanto “Ha veduta la sua mamma” quanto “Ha veduto la sua mamma”. Per quanto attiene all’accordo del participio passato con i pronomi clitici (me, mi, te, sé, vi, lo, li, la, le ecc.) è obbligatorio solo con i clitici “lo”, “la”, “li”, “le”. Con le altre particelle pronominali clitiche l’accordo è facoltativo. Quindi: vi ho salutato o salutati; Ti ho visto o vista in centro.


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Cadere nella pania


Chissà quanti gentili blogghisti hanno sperimentato, senza rendersene conto, questo modo di dire sulla loro pelle. Come? Cedendo a lusinghe che, in realtà, nascondevano un tranello. La “pania” è - come recitano i vocabolari - una “sostanza collosa estratta dalle bacche del vischio che, spalmata su bastoncini di legno, serve a catturare piccoli uccelli”. In senso figurato, quindi, cade nella pania la persona che resta vittima di un inganno, di un raggiro, di un’insidia.

lunedì 28 marzo 2011

Un salto spettacoloso



Gentilissimo dott. Raso, i critici cinematografici , nelle loro “critiche”, adoperano indifferentemente gli aggettivi “spettacoloso” e “spettacolare”. Ciò lascia supporre che i due vocaboli siano sinonimi. Sbaglio? Ma a ben vedere, non c’è una ‘piccola’ differenza? Se sí, quale? La seguo da tempo nelle sue dotte disquisizioni sul buon uso della nostra lingua; la sua risposta, dunque, sarà per me l’unica “verità”. Grazie e cordiali saluti Francesco Z.


Novara


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Cortese Francesco, la ringrazio dell’apprezzamento, ma io non sono affatto il “depositario della verità” (linguistica), cerco solo di dare un mio modesto contributo perché la lingua di Dante non venga sistematicamente calpestata. Quanto al suo quesito, sí, i due aggettivi sono sinonimi, anche se, volendo, si può “scorgere” una sottile differenza. Ho espresso la mia opinione, in proposito, sul “Cannocchiale”, tempo fa. Clicchi qui.

sabato 26 marzo 2011

A tavola...


Nel linguaggio di tutti i giorni - lo abbiamo visto altre volte - adoperiamo termini che conosciamo “per pratica”, senza renderci conto del significato della parola stessa. Qualche esempio fra i tanti? Tutte le parole che usiamo quando ci mettiamo a tavola: forchetta, coltello, cucchiaio ecc. Quanti sanno, per esempio, perché l’occorrente per la tavola si chiama coperto quando tutto è... scoperto? E il cucchiaio, la forchetta, il coltello? Come vedete sono tutte parole di uso comune il cui significato “scoperto” è noto a tutti. A noi interessa scoprire, invece, il significato “coperto”, quello nascosto “dentro” la parola. Cominciamo con lo scoprire il... coperto, che nell’accezione moderna è l’apparecchiatura della tavola (tovaglia, tovagliolo, posate ecc.) e in senso piú esteso il diritto fisso che si paga, in trattoria, per il servizio. Per capire perché tutto ciò si chiama “coperto” (quando in realtà è tutto “scoperto”) occorre tornare indietro nel tempo, fino al Medio Evo. In quel periodo storico le morti per avvelenamento da cibo erano all’ordine del giorno, le pietanze, quindi, venivano chiuse a chiave dentro la credenza, al sicuro, lontano da eventuali avvelenatori. Nello stesso mobile, coperto in un vasellame preziosissimo veniva riposto tutto ciò che occorreva per imbandire la tavola del nobile e degli ospiti di riguardo. Trascorsi i “secoli bui” del Medio Evo si continuò nell’usanza di coprire in vasellami le posate di cui si sarebbe servito l’ospite al quale si voleva dare una rilevante importanza. Questo uso, in particolare, era molto in auge nelle corti francesi tanto è vero che il nostro “coperto” (nell’accezione di apparecchiatura della tavola) viene dal francese “couvert”. La Francia, in fatto di raffinatezza, è sempre stata maestra. E le posate? Ci affidiamo, in proposito, a quanto ci dicono Erminia Bellini e Andrea Di Stefano. Le posate, dunque, participio passato del verbo posare, derivano il loro nome dal fatto che segnalano il posto dove si deve collocare, “posare” il commensale. La parola discende dal latino “pausare” (fermarsi), ma certo ha subíto l’influenza della lingua spagnola, dove “posada” significa “astuccio con le posate” e ha finito col significare “locanda”. Nel secolo XVI troviamo anche in italiano “posata” nel significato di “albergo”, “alloggio” e “maneggio” dei cavalli, mentre nella nostra valenza attuale comincia a essere usato nel secolo XVII.
Impensata è l’etimologia della parola “cucchiaio”, presente nella nostra lingua solo a partire dal secolo XIV: deriva dal latino “cochlearium” , che era un recipiente per le chiocciole e poi, secondo Marziale, una specie di cucchiaio tagliente per estrarre le chiocciole dal guscio. La parola è strettamente connessa col greco “kòchlos” (conchiglia). Quindi cucchiaio, conchiglia, chiocciola sono parole legate l’una all’altra e la cosa appare talmente evidente che ci si meraviglia di non averci mai pensato. Intuitivo il termine forchetta: diminutivo di forca, dal verbo “forare”, di cui una varietà è “ferire”. La radice “far”, in sanscrito “bher”, si trova in “faringe” e “forbice”, il che dimostra che nelle derivazioni “far” ha assunto una valenza sia attiva sia passiva: produrre un foro o essere forato, cavo.
E veniamo al coltello, che ha un’origine molto incerta sebbene sia parola antichissima che si ritrova in tutta l’area indoeuropea. Il coltello, dunque, sarebbe (il condizionale è d’obbligo) il latino “cultellus” diminutivo di “culter, cultri” (coltro), lama assai tagliente, nell’aratro, disposta verticalmente davanti al vomere per fendere il terreno e, per estensione, l’aratro stesso. Il coltello, quindi, si rifarebbe al mondo contadino.
E già che ci siamo, due parole sulla “frutta” il cui plurale resta invariato anche se è tollerata la forma toscana “le frutte”. Cominciamo col dire che chi mangia la frutta è un... godereccio in quanto gode dei prodotti della terra. Il termine frutta viene, infatti, dal verbo “frui” (godere) e questo da una radice indoeuropea,”bhrug”, la stessa che ha dato vita al “frumento”, contrazione di “frugimentum”, e a “frugale”, nel senso di persona che si accontenta dei frutti della terra, quindi di cose semplici...


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«Morta gora»

Un articolo di
Angela Frati, della redazione della Crusca.
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Gli «appuntamenti» della "Dante Alighieri"


"2011: UN ANNO DA NON DIMENTICARE":
PALAZZO FIRENZE APRE LA "STANZA DELLA MEMORIA"
La Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri Le ricorda i prossimi appuntamenti promossi nell'ambito del progetto "2011: un anno da non dimenticare" (programma completo sul sito www.ladante.it, dove è anche possibile ascoltare tutti gli incontri) e in programma a Roma, presso la sede della "Dante", in Palazzo Firenze (piazza Firenze 27):

lunedì 28 marzo 2011, ore 17.30: per in nono incontro del ciclo di conferenze dedicato alla letteratura e alla storia del Risorgimento italiano, Pietro Trifone, docente di Storia della lingua italiana presso l'Università di Roma Tor Vergata, parlerà di “Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”: implicazioni linguistiche della massima di D'Azeglio. Informazioni: Chiara Barbato, c.barbato@ladante.it , cell. 3391228117.

martedì 29 marzo 2011, ore 17.00: "La musica del Cinquecento", concerto del Maestro Tullio Visioli. Informazioni: Lucia Caravale, info@dantealighieri-roma.it , cell. 3386078593.

mercoledì 30 marzo 2011, ore 17.30: nell'ambito dell'iniziativa "Pagine aperte", sarà presentato il volume di Luigi Contegiacomo, Direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, Spielberg. Documentazione sui detenuti politici italiani. Inventario 1822-1859 (Minelliana). Ne discuteranno insieme al curatore, Giuseppe Monsagrati, docente di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza” Università di Roma, e Mario Cavriani, Presidente dell’Associazione Culturale Minelliana. Per l’occasione nella sala adiacente la Galleria del Primaticcio sarà allestita una mostra di volumi sul tema in un’atmosfera caratterizzata dal sottofondo di video e immagini dedicati alla vita nel carcere asburgico. Informazioni: Pierpaolo Conti, cell. 3346755306, p.conti@ladante.it.



"DANTE: LA PAROLA CHE DANZA.
INCONTRO TRA POESIA, ARTE E LINGUA"
Dalla collaborazione tra Civita, Società Dante Alighieri, Accademia Filarmonica Romana e Teatro Olimpico nasce l’evento “Dante: la parola che danza - Incontro tra poesia, arte e lingua”, in programma il 1° aprile alle ore 18 a Roma presso la Galleria del Primaticcio di Palazzo Firenze (piazza Firenze 27), Sede Centrale della “Dante”. L’occasione vedrà l’approfondimento degli stretti legami tra la poesia della Divina Commedia, l’arte, la danza, la musica e la letteratura. I temi presenti nel Purgatorio saranno approfonditi negli interventi dei proff. Walter Mauro, giornalista e scrittore, ed Emilio Pasquini, docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Bologna.
Alla conferenza, che sarà aperta dall’Ambasciatore Bruno Bottai, Presidente della Società Dante Alighieri, prenderanno parte Mimmo Liguoro, Presidente dell’Associazione Amici di Civita, e Sandro Cappelletto, Direttore Artistico dell’Accademia Filarmonica Romana. La presentazione sarà conclusa da Emiliano Pellisari, ideatore e regista della trilogia di spettacoli di danza ispirati alla Divina Commedia che ritorna al Teatro Olimpico con Cantica II – Divina Commedia, in scena dal 29 marzo al 10 aprile, dopo il grande successo ottenuto dai suoi ballerini acrobati lo scorso anno con Inferno.
Per l’occasione in Palazzo Firenze saranno esposte immagini e proiettati video della Trilogia Divina Commedia tratti dagli spettacoli di Emiliano Pellisari.






venerdì 25 marzo 2011

Accordo del soggetto «per attrazione»


Dallo "Scioglilingua" del Corriere della Sera in rete:
maschile o femminile?
buongiorno
quale delle due è corretta? Di più: qual è la regola generale?
screzi e ripicche ce ne sono stati (screzi) o ce ne sono state (ripicche)?
saluti e grazie
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Giovedì, 24 Marzo 2011
Il plurale, quando ci sono soggetti di diverso genere, va sempre al maschile.
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Cortese Professore, permetta di “completare” la sua risposta. Ciò che lei ha scritto è giustissimo se i soggetti di genere diverso sono persone. Se, invece, i soggetti di genere diverso rappresentano cose inanimate, oppure i soggetti di qualunque natura siano, sono messi dopo il verbo, questo si può accordare con il soggetto piú vicino (accordo per attrazione). Quindi: “Screzi e ripicche ce ne sono stati”; ma anche, e forse meglio, “screzi e ripicche ce ne sono state”.

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Trasamare

Tra le parole della nostra lingua che andrebbero “riesumate” metteremmo il verbo “trasamare”, vale a dire amare immensamente, accesamente. Se non cadiamo in errore questo verbo è registrato solo dallo Zingarelli e dal De Mauro. È composto con le voci latine “trans” e “amare”. Si trova, comunque, in molti libri.
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Il soldato acculturato, un bell'articolo di Luca Serianni.

giovedì 24 marzo 2011

Se lo dite al muro...


Abbiamo avuto occasione di occuparci tempo fa, su questo portale e se non cadiamo in errore, dell’uso corretto di alcuni prefissi. È stato, però, come se lo avessimo detto o meglio “predicato” al muro...
La stampa, alcune volte - per non dire sempre - usa i prefissi in modo errato e questo, a nostro avviso, non giova ai lettori, in particolare ai giovani che frequentano la scuola. I giornali entrano (o dovrebbero entrare) in tutte le case, sono letti da persone di ogni ceto sociale, da persone “acculturate” e no. Queste ultime, con tutto il rispetto, non sono in grado di capire al volo se la titolazione dei giornali presenta degli errori sintattico-grammaticali. La stampa, a nostro avviso, essendo “dispensatrice di cultura” ha il dovere di rispettare scrupolosamente tutte le norme che regolano la nostra lingua; non può adoperare i prefissi a suo uso e consumo. Torniamo, dunque, all’uso corretto dei prefissi. Il termine viene dal latino “praefixus” (messo prima, messo innanzi), composto con “prae” (innanzi) e “fixus” (participio passato del verbo latino “figere”, fissare, attaccare) e in grammatica è ogni parola, solitamente avverbi o preposizioni, che si mette prima della radice di un’altra parola per modificare il significato della parola stessa. “Condirettore”, per esempio, è parola formata con la preposizione “con” e con il sostantivo “direttore” e sta a indicare una persona che condivide con un’altra la responsabilità di una direzione. I prefissi si scrivono sempre uniti alla parola da “modificare”, mai con il trattino come ci capita, sovente, di leggere. Non si scrive, dunque, “filo-arabo” ma “filoarabo” (parola unica) altrimenti dovremmo scrivere, per coerenza, “filo-logo” in luogo della forma corretta filologo, oppure “filo-sofia” invece di filosofia. Due parole, ancora, sul prefisso “con”, che perde la “n” davanti a parole che cominciano con una vocale: coinquilino, coetaneo. Muta la “n” in “m” davanti alle consonanti “p” e “b”: combelligerante, comproduzione, comprimario. La consonante “n” del prefisso “con” si assimila, invece, davanti alle parole che cominciano con “l”, “m”, “r”: collaboratore, commilitone, corregionale (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda). Alla luce di quanto sopra esposto, dunque, insistiamo nel dire che la forma corretta, la sola forma corretta è “comproduzione”, non “coproduzione”, anche se alcuni vocabolari registrano tale “mostruosità linguistica”. Avremo, quindi, il “comproduttore” e il “comprotagonista”. Va da sé che se alcune parole con il prefisso “con” possono ingenerare ambiguità occorre trovare un sinonimo o ricorrere a una perifrasi. La congestione, per esempio, cioè la gestione in comune di una determinata cosa, non ha nulla che vedere con la “congestione” in medicina. Mentre il correttore (colui che corregge, anzi correggeva le bozze di stampa, professione oggi scomparsa) non ha nulla in comune con colui che divide con un altro la responsabilità di un rettorato. In questi casi, è ovvio, la regola non può essere rispettata: è errato, però, scrivere “co-rettore”.

mercoledì 23 marzo 2011

L' «Italiano in pillole»



Il Prof. Giuseppe Patota ha completato le sue dodici lezioni di “Italiano in pillole”. Si possono ascoltare (e vedere) cliccando qui.

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"Essere in vena di..."

Tutti conosciamo questo modo di dire che significa "essere nelle condizioni migliori per fare una cosa"; essere, quindi, ben disposti. Sembra che l'espressione risalga al linguaggio dei sanitari di un tempo. Quando questi, visitando il malato, avvertivano che la vena (o meglio, l'arteria) pulsava in modo regolare dicevano che il paziente "era in buona vena" e ciò era considerato un ottimo segno che faceva sperare bene; era un "segnale", insomma, di buona disposizione dell'organismo a riacquistare le perfette condizioni. Dal linguaggio prettamente medico l'espressione è passata nel linguaggio comune, in senso metaforico, e si adopera per dire di trovarsi nelle migliori condizioni di spirito per affrontare una determinata faccenda.

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Cortese Dott. Raso,
volevo chiedere un suo autorevole parere in merito a questa espressione letta su un giornale: "Per le signore, l'accessorio protagonista sono le scarpe con tacchi a spillo rigorosamente di 12 cm".
Secondo me la corretta dizione è: "L'accessorio protagonista è la scarpa con tacco a spillo rigorosamente di 12 cm."
Può sciogliere questo dubbio?
La ringrazio anticipatamente e le faccio i complimenti per il suo illuminante blog.
Resi
(Località omessa)

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Gentile blogghista, con il predicato nominale (cioè il verbo essere seguito da un sostantivo) l'accordo si può fare tanto con il soggetto (accessorio) quanto con il sostantivo di riferimento. Sono corrette, per tanto, sia la frase del giornale sia la frase proposta da lei. È solo questione di gusti stilistici personali.

martedì 22 marzo 2011

Pericolo in vista se l'aereo "è decollato"


Gli eventi libici hanno portato prepotentemente alla ribalta il verbo “decollare”, orrendamente coniugato dai giornalisti radiotelevisivi e della carta stampata: l’aereo “è” decollato. L’orrore è nell’uso dell’ausiliare essere. Il verbo decollare, nell’accezione di “prendere il volo”, si coniuga con l’ausiliare “avere”: l’aereo “ha” decollato. Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Riproponiamo, in proposito, un nostro vecchio articolo.


Tremiamo al pensiero che un nostro conoscente o congiunto ha preso l’aereo che “è decollato da Milano ed è atterrato” a Roma un’ora dopo, come leggiamo sovente sulla stampa o sentiamo dai giornalisti radiotelevisivi: il velivolo “decollato”, cioè senza testa e quindi privo di guida, invade lo spazio aereo di una potenza straniera e viene colpito da un missile. Tremiamo – sarà bene precisarlo subito – per la nostra madre lingua, per l’uso errato dei verbi decollare e atterrare.
In lingua italiana il verbo decollare ha un solo significato, quello di “staccare il collo”, cioè “decapitare”; deriva, infatti, dalle voci latine “de” (prefisso di allontanamento) e “collum” (collo); alla lettera, quindi, “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere sia attivo sia passivo: i vandali decollano la statua posta sulla sommità della fontana pubblica; la statua è decollata dai vandali.
Decollare nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, formato con “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), da “colle” (colla); alla lettera “scollare”, “staccare la colla”. L’aereo, quindi, quando decolla “stacca la colla” (da terra, in senso figurato) e prende il volo.
C’è da dire, però, che questo verbo è entrato di “diritto”, ormai, nella nostra lingua con il significato, appunto, di “involarsi” ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Analogo discorso per il verbo atterrare che ha due significati distinti: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma attiva e passiva: il portiere atterra il centravanti; il difensore è stato atterrato dall’attaccante. Nel secondo caso è intransitivo e richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato.
Non diamo ascolto, per tanto, alle “malelingue” radiotelevisive: diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo “ha” decollato e “ha” atterrato, anche se alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere con il verbo atterrare quando si riferisce a persone: “siamo” atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 18.30.

lunedì 21 marzo 2011

Perché "temere" è piano e "credere" è sdrucciolo?


Cortese sig. Raso,
le sarei veramente grato se potesse spiegarmi il motivo per cui l’infinito dei verbi della seconda coniugazione, quelli in “-ere” per intenderci, si presenta ora in forma piana ora in forma sdrucciola (temére, crédere). Certo di una sua cortese risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo cordiali saluti.
Emanuele F.
Lecco
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Gentile Emanuele, la ragione va ricercata - come sempre - nell’origine della nostra lingua, cioè nel... latino. Nell’idioma dei nostri padri esistevano due coniugazioni in “-ere”, di cui una con l’infinito piano (“vidère”, vedere), l’altra con l’infinito sdrucciolo (“lègere”, leggere), che costituivano, rispettivamente, la seconda e la terza coniugazione. Queste due coniugazioni latine, che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme, si sono unificate nella “parlata” durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni. Da notare che a questa coniugazione (in “-ere”) appartengono i verbi “fare” e “dire”, anche se alcune grammatiche li classificano,erroneamente, nella prima (fare) e nella terza (dire) coniugazione. Appartengono ambedue, come dicevamo, alla seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini “fa(ce)re” e “di(ce)re”. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo di una parola. La “prova del nove” di quanto affermiamo si ha se si confrontano alcuni tempi e modi dei verbi fare e dire con altri della seconda coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).