L’arte di sfoggiare parole vetuste per sembrare più colti di quanto si sia
Nel vasto panorama dei tic linguistici contemporanei, ce n’è uno che affascina e irrita allo stesso tempo: l’ostinazione con cui alcune persone si aggrappano a un passato linguistico idealizzato, trasformando ogni conversazione in un piccolo teatro di citazioni vetuste e latinismi sfoggiati come medaglie. È un fenomeno curioso, perché non nasce da un reale amore per la storia della lingua, né da un genuino desiderio di precisione espressiva. Piuttosto, è un modo di esibire cultura come si esibisce un soprammobile antico: senza conoscerne davvero il valore, ma confidando che faccia scena. È qui che entra in gioco una parola nuova, ironica e sorprendentemente utile: paleolallista, termine costruito sul greco palaiós (“antico”) e lalléin (“chiacchierare”).
Il paleolallista è, letteralmente, “colui che chiacchiera antico”. Non un semplice parlatore prolisso né un vanveriere che spara parole a caso, e nemmeno un parlottista che riempie l’aria senza dire nulla. Il paleolallista è un’altra creatura: un feticista del passato linguistico, un collezionista di espressioni arcaiche che inserisce nei discorsi come si infilano perle in una collana, spesso senza sapere davvero da dove provengano o se siano adatte al contesto. La sua missione non è comunicare, ma impressionare. Non mira alla chiarezza, ma all’effetto. E così, mentre parla, la lingua smette di essere uno strumento vivo e diventa un museo ambulante. Questo personaggio si incontra sui “social”, ma soprattutto nei salotti televisivi. Per certi versi il paleolallista è stretto parente dello sciolo.
Il suffisso -ista non è casuale: suggerisce un atteggiamento quasi professionale, una dedizione maniacale alla causa dell’antico a tutti i costi. Il paleolallista non cita Dante o Manzoni perché la situazione lo richiede, ma perché entrambi sono un “lasciapassare culturale”, un sigillo di autorevolezza che spera di trasferire su di sé. È il tipo di persona che, per descrivere un progetto scritto a due mani (e qui è necessario aprire una parentesi: un'opera scritta da due persone è un testo redatto "a due mani", non, erroneamente, "a quattro mani"), preferisce richiamare formule duecentesche invece di affidarsi alla semplice onestà intellettuale. E quando gli si fa notare l’eccesso, spesso non comprende: per lui, l’antico è sinonimo di prestigioso, e il prestigio è più importante della precisione.
Questa figura, pur caricaturale, dice molto sul nostro rapporto con la lingua. Da un lato, rivela il fascino che il passato esercita ancora su di noi; dall’altro, mette in luce il rischio di trasformare la cultura in un travestimento, invece che in un percorso di comprensione. Il paleolallista non è un amante della storia linguistica, ma un suo consumatore distratto. Eppure, proprio per questo, è un personaggio utile: ci ricorda che le parole non sono reliquie da esibire, ma strumenti da usare con consapevolezza. E che la vera cultura non sta nelle citazioni a ogni piè sospinto, ma nel sapere quando sciorinarle, e, soprattutto, quando evitarle.
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Dunque, sì: puoi cominciare così! La verità su una regola che non è mai esistita
Perché per anni ci hanno detto di evitarlo, e cosa afferma davvero la grammatica
Nella storia dell’insegnamento della nostra lingua circolano/circolavano molte norme che non appartengono alla grammatica, ma alla tradizione scolastica. Sono regole nate come consigli di stile, poi irrigidite fino a sembrare prescrizioni assolute. Una delle più note è il presunto divieto di cominciare una frase con dunque. Una “legge” che, a ben vedere, non è mai esistita.
L’italiano non pone alcuna restrizione sull’uso di dunque in posizione iniziale. Sotto il profilo tecnico, dunque è un avverbio connettivo che introduce una conclusione logica o un passaggio argomentativo. In linguistica testuale si parla di “marcatore discorsivo”: un elemento che organizza il discorso, segnala un rapporto logico e guida il lettore. E i marcatori discorsivi, per loro natura, possono trovarsi all’inizio, al centro o alla fine di una frase, senza alcuna violazione grammaticale.
Esempi perfettamente corretti sono:
Dunque, possiamo
procedere con l’analisi.
Dunque si comprende meglio
il problema.
Dunque: quali alternative restano?
Da dove nasce allora questa regola fantasma? Non da grammatiche normative, né da trattati linguistici. La sua origine è più prosaica: alcuni insegnanti del Novecento, nel tentativo di migliorare lo stile degli studenti, scoraggiavano l’uso ripetuto di connettivi come dunque, quindi, ma o però all’inizio della frase. Era un suggerimento stilistico, non una norma. Ma, come spesso accade, il consiglio si è trasformato in divieto, e il divieto in “regola” tramandata senza verificarne il fondamento.
La linguistica moderna, al contrario, riconosce pienamente la legittimità di dunque in apertura di frase. L’importante non è evitarlo, ma usarlo con consapevolezza: serve a introdurre una deduzione, a chiarire un passaggio logico, a guidare il lettore nel ragionamento. Se svolge bene questa funzione, è nel posto giusto.
Le regole fantasma sopravvivono perché sono semplici, rassicuranti e facili da ricordare. Ma la lingua reale è più ricca e più flessibile. E, in questo caso, è anche molto chiara: dunque può aprire una frase senza alcun problema.

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