Quando una vocale cambia tutto e il senso… prende il volo (o cresce in forno)
Molti restano stupiti nello scoprire quanto spesso levitare e lievitare vengano confusi. Una sola vocale sembra un dettaglio da nulla, eppure basta a separare due immagini completamente diverse: da un lato un corpo che si solleva nell’aria, dall’altro un impasto che cresce lentamente sul tavolo della cucina. La confusione è così diffusa che frasi come “la torta sta levitando” o “quel monaco riesce a lievitare” circolano con disinvoltura, generando scene involontariamente comiche. Per capire davvero perché questi due sintagmi verbali non sono intercambiabili, occorre seguirne la storia, il significato e qualche episodio curioso che li riguarda.
Il verbo levitare discende dal latino levis, “leggero”, e da levitas, “leggerezza”. Porta con sé l’idea di sottrarsi al peso, di elevarsi, di sfidare la gravità. Non stupisce che compaia spesso in racconti religiosi, in narrazioni di asceti assorti nella meditazione o in spettacoli di abili prestigiatori che fanno sembrare possibile l’impossibile. È un verbo che appartiene al meraviglioso, al simbolico, allo stupore.
Lievitare, invece, ha un’origine diversa: deriva da levare, “alzare”, ma attraverso un percorso legato alla fermentazione. È il verbo dei panettieri, dei pizzaioli, dei pasticcieri. Indica la crescita di un impasto grazie all’azione dei lieviti o di agenti naturali. È un fenomeno concreto, quotidiano, misurabile: una trasformazione lenta che dà struttura e morbidezza a pane, pizza e dolci. Dove levitare sfida la fisica, lievitare la sfrutta.
La distanza tra i due verbi si chiarisce con esempi semplici e immediati:
un prestigiatore può far levitare una sedia,
una pizza deve lievitare per ore,
un racconto medievale può narrare di un monaco che levita,
un panettone ben riuscito è frutto di una lunga lievitazione,
un’illusione ottica può far sembrare che una persona leviti,
un impasto troppo freddo rischia di non lievitare affatto.
Un episodio realmente accaduto rende ancora più evidente la differenza. Alla fine dell’Ottocento, durante una dimostrazione pubblica molto seguita, un prestigiatore presentò un numero in cui faceva levitare una giovane donna sospesa nel vuoto. Il pubblico rimase a bocca aperta, come usa dire, e i giornali parlarono di “prodigio moderno”. Qualche giorno dopo, però, un panettiere scrisse indignato a un quotidiano sostenendo che il termine era stato adoperato impropriamente: secondo lui, “levitare” era un errore, perché “solo il pane può lievitare davvero”. Il giornale dovette spiegare che i due verbi non avevano nulla in comune, e la vicenda divenne un piccolo caso linguistico dell’epoca.
A rendere il quadro ancora più interessante ci sono le varianti regionali e gli errori più frequenti che circolano oggi, in Rete soprattutto. In alcune zone d’Italia, in particolare nel Centro-Sud, si usa “lievitare” in senso figurato per indicare qualcosa che aumenta rapidamente: “i prezzi stanno lievitando”, “la tensione lievita”, “la folla lievita”. È un’estensione perfettamente accettata, ma contribuisce a creare un terreno fertile per gli equivoci. Sulle piattaforme sociali, invece, si trovano spesso frasi come “il drone levita a un metro da terra”, dove sarebbe più corretto dire che “si libra” o “vola”, oppure “la focaccia ha levitato tutta la notte”, dove l’errore nasce dalla somiglianza grafica e dalla scarsa familiarità con l’etimologia. In alcuni casi, l’equivoco diventa addirittura un gioco linguistico: immagini di pani sospesi in aria con la scritta “lievitazione estrema”, o monaci che “lievitano” accanto a un forno acceso.
Una distinzione così netta, eppure così spesso ignorata, ricorda quanto il linguaggio sia vivo, sorprendente e capace di creare immagini che non ci aspetteremmo. Le parole non sono soltanto strumenti: sono piccoli mondi, e saperle usare con cura significa rispettarne la storia e la forza evocativa.
Tra levitare e lievitare passa una vocale, ma anche un mondo: uno sfida la gravità, l’altro la trasforma.
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“Ripresista”: una parola possibile per dire chi fa le riprese
Perché vale la pena parlarne
Capita spesso che, nel parlare di cinema e televisione, ci si affidi a termini stranieri, come cameranan, anche quando l’italiano offre alternative altrettanto chiare e più naturali. Ripresista è una di queste: una parola breve, trasparente, costruita in modo limpido da ripresa più il suffisso ‑ista, lo stesso che forma pianista o elettricista. Il significato è immediato: chi si occupa delle riprese (televisive e cinematografiche).
Oggi ripresista non compare nei vocabolari e non è la forma ufficiale nei contesti professionali, dove prevalgono abitudini consolidate e la dicitura tecnica operatore di ripresa. Nell’uso quotidiano sembra circolare in modo sporadico, soprattutto tra appassionati, ma non ha ancora una diffusione stabile. Eppure ha qualità che potrebbero favorirne la crescita: è agile, coerente con la morfologia italiana e più naturale dell’espressione tecnica.
La storia del lessico mostra che molte parole oggi comuni hanno iniziato il loro percorso proprio così, come proposte minoritarie che hanno trovato spazio grazie all’uso condiviso. Nulla impedisce che accada anche qui: ogni volta che scegliamo ripresista, lo rendiamo più familiare e più vivo, contribuendo a far sì che i lessicografi finiscano col registrarlo nei vocabolari dell’uso.
(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

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