Quando i fiumi si agitano come il mare, la lingua trova finalmente la parola giusta
Quando pensiamo ai fiumi in piena, immaginiamo l’acqua che sale, gli argini che si riempiono, la corrente che accelera. Ma c’è un aspetto del comportamento dei corsi d’acqua che spesso passa inosservato: il modo in cui la superficie può agitarsi, incresparsi, formare onde vere e proprie, quasi fosse un piccolo mare interno. È un fenomeno reale, riconoscibile, ma privo di un nome preciso nel lessico comune. Da qui nasce la proposta di introdurre un nuovo termine: fiumeggiata.
Il lessema non nasce dal nulla: viene dal verbo fiumeggiare, già presente nella tradizione letteraria con il significato di “scorrere in abbondanza” o “diffondersi impetuosamente”. L’aggiunta del suffisso –ata, molto produttivo in italiano per indicare eventi intensi e circoscritti nel tempo, permette di creare un sostantivo che descrive un fenomeno idrodinamico ben definito. L’analogia con mareggiata è immediata: come il mare può essere agitato dal vento, anche un fiume può presentare un moto ondoso significativo, soprattutto quando la corrente è molto forte o quando venti impetuosi soffiano in direzione contraria o trasversale al flusso.
La fiumeggiata indica proprio questo: l’agitazione della superficie di un corso d’acqua, con onde che si formano, si alzano e si infrangono contro gli argini, i piloni dei ponti o le opere idrauliche. Non si tratta dell’aumento del livello - quello è il dominio della piena - né della fuoriuscita dell’acqua dall’alveo, che chiamiamo esondazione o tracimazione. Non è nemmeno la massa d’acqua torrenziale, richiamata da termini come fiumana o brentana. La fiumeggiata riguarda invece la morfologia della superficie liquida: le creste frangenti, le “pecorelle” fluviali, la turbolenza che si sviluppa quando l’energia cinetica della corrente o l’azione del vento trasformano il fiume in un sistema ondoso complesso.
Dare un nome a questo fenomeno non è un vezzo linguistico, ma una necessità descrittiva. In ingegneria idraulica e nella gestione del rischio idrogeologico, distinguere tra l’innalzamento del livello e l’agitazione superficiale è fondamentale. Le onde generate da una fiumeggiata possono aumentare le sollecitazioni sugli argini, erodere tratti non protetti, mettere in difficoltà la navigazione fluviale e influire sulla stabilità delle infrastrutture. Finora, per descrivere tutto questo, si ricorreva a perifrasi come “forte moto ondoso del fiume”, espressioni poco precise e non sempre adeguate al contesto tecnico.
L’introduzione della neoformazione fiumeggiata permetterebbe di colmare questa lacuna, offrendo una parola chiara, ben formata e coerente con la morfologia dell’italiano. Un esempio d’uso potrebbe essere: «Durante l’evento meteorologico del 15 novembre, oltre al superamento della soglia di guardia, si è registrata una violenta fiumeggiata che ha causato erosioni superficiali nei tratti arginali privi di massicciate». Un enunciato che oggi richiederebbe molte più parole per essere altrettanto preciso.
In fondo, la lingua si evolve proprio così: quando la realtà mostra sfumature che non sappiamo ancora nominare, nasce l’esigenza di farlo. Fiumeggiata è una proposta che unisce rigore tecnico e naturalezza linguistica, e che potrebbe trovare facilmente posto nel lessico di chi studia, osserva o semplicemente vive accanto ai fiumi (e nei vocabolari, ovviamente).
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Quel ‘che’ che non serve ma dice tutto: il segreto del parlato familiare italiano
Un fenomeno linguistico popolare che diventa specchio di affetti, abitudini e identità collettiva
Tra le numerose curiosità del lessico quotidiano, ce n’è una non menzionata in alcuna grammatica scolastica, ma che vive da sempre nelle cucine, nei cortili e nelle telefonate delle famiglie italiane: il “che” riempitivo. È quel “che” che le nonne infilano dappertutto, con una naturalezza che sfida ogni logica sintattica, e che pure riesce a dare calore, urgenza o affetto a qualsiasi frase.
Espressioni come “Mangia che è buono”, “Stai attento che cadi”, “Vieni qua che ti devo dire una cosa” non introducono vere subordinate. Quel “che” non spiega, non collega, non specifica. È un cosiddetto marcatore emotivo, un piccolo ponte tra chi parla e chi ascolta. Serve a richiamare l’attenzione, a trasmettere cura, a dare un tono familiare e protettivo.
Sotto il profilo linguistico è un fenomeno affascinante: un elemento privo di funzione sintattico-grammaticale che però ne ha una comunicativa potentissima. È un tratto folcloristico, regionale ma comprensibile in ogni dove, che racconta molto più della lingua: racconta un modo di stare insieme.
In un certo senso, il “che” delle nonne è un sorriso messo in mezzo alla frase. Non serve a capire meglio ciò che si dice, ma a capire meglio chi lo dice.
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