Come smascherare una regola che non è mai esistita
Nel Regno delle Parole vivevano tre verbi molto importanti: Potere, Volere e Dovere. Tutti li chiamavano i Servili, perché aiutavano gli altri verbi a esprimere possibilità, desideri e necessità. Per anni avevano svolto il loro lavoro con discrezione, finché un giorno decisero che non gli bastava più aiutare: volevano comandare.
«Quando ci uniamo a un altro verbo all’infinito» proclamò Dovere, gonfiando il petto, «il participio deve sempre concordare con l’oggetto del verbo che segue! È una legge!»
«Giusto!» aggiunse Volere, che adorava sentirsi fondamentale. «Si deve dire le ho volute vedere, non le ho voluto vedere!»
Potere, che era il più insicuro, annuì subito: «Sì, sì, così sembriamo più importanti.»
La voce si diffuse in tutto il Regno: i Servili avevano stabilito una nuova norma. Gli studenti tremavano, gli scrittori sospiravano, e persino alcuni professori universitari iniziarono a ripetere la regola senza verificarla. Il caos linguistico era servito.
Un pomeriggio, però, arrivò la Vecchia Grammatica, una signora elegante con gli occhiali d’oro e un sorriso ironico. «Che succede qui?» chiese, osservando i Servili che si pavoneggiavano come galli nel cortile.
I tre le spiegarono con orgoglio la loro nuova legge. La Vecchia Grammatica scoppiò a ridere così forte che i punti e le virgole saltarono dalle pagine. «Sciocchini miei» disse, asciugandosi una lacrima di divertimento, «l’accordo del participio con voi tre è facoltativo, non obbligatorio. Si può dire le ho volute vedere, ma anche le ho voluto vedere. Entrambe le forme sono corrette. Dipende dallo stile, non da una legge.»
I Servili si guardarono confusi, ma la Vecchia Grammatica non aveva finito. «E ora parliamo dell’ausiliare, perché qui c’è un’altra superstizione che crea più confusione di un punto e virgola messo a caso.»
I tre si avvicinarono, trattenendo il fiato.
«Quando vi unite a un altro verbo» spiegò la Vecchia Grammatica, «non siete voi a decidere l’ausiliare. Lo sceglie il verbo all’infinito. Se l’infinito prende avere, allora prendete avere. Se prende essere, allora prendete essere.»
I Servili sgranarono gli occhi. «Vuol dire che…?» balbettò Potere.
«Vuol dire che dite:
Ho potuto vedere,
Ho
voluto comprare,
Ho dovuto studiare,
perché
vedere, comprare e studiare prendono
avere.»
I tre annuirono lentamente.
«E quando l’infinito prende essere?» chiese Volere.
«Allora dite:
Sono potuto entrare,
Sono
voluta andare,
Sono dovuti partire.»
Fin qui tutto sembrava logico. Ma poi la Vecchia Grammatica sorrise in modo enigmatico. «E ora arriva il colpo di scena. Quando l’infinito è essere, che di solito prende essere, con voi cambia idea. Perché voi, per natura, prendete avere quando reggete un infinito.»
I Servili rimasero a bocca aperta mentre la Vecchia Grammatica pronunciava gli esempi magici:
Ho potuto essere presente.
Ho voluto essere
sincero.
Ho dovuto essere paziente.
«Ma… essere prende avere?!» gridarono, stupiti, i tre in coro.
«Con voi sì» rispose la Vecchia Grammatica, divertita. «Perché l’ausiliare lo decide la costruzione, non il verbo all’infinito da solo. E voi, miei cari, siete più flessibili di quanto pensiate.»
Gli studenti smisero di temere i verbi servili, gli scrittori ripresero a scrivere senza ansia, e persino i professori più rigidi iniziarono a sorridere davanti a un ho potuto essere ben piazzato. I Servili, finalmente, capirono la loro vera natura: non comandavano l’accordo, non imponevano l’ausiliare, e non complicavano la vita a nessuno. Erano solo piccoli aiutanti, fedeli e duttili.
E nel Regno delle Parole, da quel giorno, si visse più leggeri.
***
Avere la mente in viaggio e i piedi in terra
Ecco un’espressione medievale che sembra nata ieri. La si incontra in testi toscani del Trecento, spesso in contesti morali o narrativi, dove si elogiava chi sapeva sognare senza perdere il contatto con la realtà. È una formula che unisce due immagini semplicissime: la mente che si muove, esplora, immagina; i piedi che restano ben piantati sul terreno. In un’epoca in cui il pensiero simbolico era la lingua quotidiana, questa frase era un modo rapido per descrivere una virtù rara: la capacità di essere visionari senza diventare sconsiderati.
Il significato è sorprendentemente moderno. “Avere la mente in viaggio” indica la libertà dell’immaginazione, la capacità di guardare oltre, di progettare, di desiderare. “Avere i piedi in terra” richiama invece la concretezza, la prudenza, la capacità di valutare ciò che è possibile. Insieme, le due immagini formano un equilibrio perfetto: sognare, sì, ma con criterio; progettare, sì, ma senza perdere l’orientamento; guardare lontano, ma senza inciampare.
Gli esempi d’uso potrebbero essere gli stessi di oggi. Un mercante medievale avrebbe potuto dire del figlio: “Ha la mente in viaggio e i piedi in terra: farà buona fortuna”. Un artigiano, parlando di un apprendista particolarmente sveglio, avrebbe potuto lodarlo così: “Sa immaginare nuove forme, ma tiene i piedi in terra: non spreca tempo né materiali”. E un narratore del Trecento avrebbe potuto descrivere un personaggio ambizioso ma non folle con questa stessa formula, che allora come oggi suona come un complimento.
Il motivo per cui questa espressione potrebbe tornare di moda è semplice: descrive una qualità che oggi consideriamo essenziale. In un mondo che premia l’innovazione ma richiede pragmatismo, che invita a pensare in grande ma pretende risultati concreti, “avere la mente in viaggio e i piedi in terra” è quasi un manifesto contemporaneo. È la sintesi perfetta di ciò che chiediamo a un creativo, a un imprenditore, a uno studente, a chiunque voglia costruire qualcosa di nuovo senza perdersi.
È un idiomatismo antico, ma parla la lingua di oggi. E forse è proprio questo il suo fascino: ci ricorda che l’equilibrio tra immaginazione e realtà non è una "moda" recente, ma una saggezza che attraversa i secoli.

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