Un viaggio tra etimologia, uso e stile per capire perché convivono due forme così simili
Nella lingua italiana esistono coppie di verbi che sembrano duplicazioni inutili, ma a ben vedere raccontano la storia dell’evoluzione dell’uso, del gusto e della sensibilità linguistica. “Cominciare” e “incominciare” sono un esempio perfetto: due forme totalmente corrette, identiche nel significato, ma non equivalenti nel modo in cui vengono percepite e adoperate.
L’italiano odierno privilegia nettamente la forma cominciare, considerata la più naturale, la più neutra e la più comune in ogni contesto comunicativo. Incominciare, pur essendo altrettanto legittima, ha un sapore diverso: più letterario, più lento, più evocativo. Per capire perché convivano due forme così simili, è necessario ripercorrere la loro storia.
Entrambi i sintagmi derivano dal latino cominitiare, formato da co- (“insieme”) e initiare (“iniziare”). Nel passaggio all’italiano, la lingua ha oscillato tra due forme: una più diretta, cominciare, e una con l’aggiunta del prefisso in-, che ha dato origine a incominciare. Quest’ultima forma non aggiunge un vero valore semantico, ma ha avuto per secoli una sua vitalità, soprattutto nella lingua letteraria. Non a caso è frequente trovarla nei testi dell’Ottocento e del primo Novecento, dove contribuisce a un ritmo più disteso e a un tono più narrativo. Un dettaglio curioso riguarda Alessandro Manzoni: nella prima edizione dei Promessi sposi (1827) compaiono più spesso forme come incominciare, perfettamente in linea con l’uso ottocentesco. Nella revisione del 1840, però, Manzoni tende a semplificare la lingua e a uniformarla al fiorentino vivo, riducendo anche queste varianti. È un piccolo esempio di come la storia dell’italiano sia fatta anche di scelte minute, ma significative.
Oggi, però, l’uso ha preso una direzione chiara. Cominciare è la forma comune, quella che si trova nei giornali, nei manuali, nei dialoghi quotidiani. È immediata, asciutta, priva di sfumature aggiuntive. Incominciare, invece, sopravvive come scelta stilistica: può suggerire un’azione che prende avvio lentamente, come un pianta, oppure può essere adoperata per imprimere un colore più letterario alla frase. Non si tratta di una regola, ma di una percezione diffusa tra i parlanti, che spesso associano incominciare a un registro più ricercato o a un ritmo più morbido. La questione delle due forme ha appassionato anche i grammatici dell’Ottocento: alcuni sostenevano che incominciare fosse più “nobile” perché più vicino al latino, altri lo consideravano un inutile appesantimento. La disputa non portò a una conclusione definitiva, ma testimonia quanto la sensibilità linguistica dell’epoca fosse attenta anche a sfumature che oggi percepiamo appena.
Sotto il profilo grammaticale le due forme sono perfettamente intercambiabili: stessi ausiliari, stessi costrutti, stessa reggenza. La differenza è tutta nell’uso. Chi scrive un testo informativo o vuole mantenere uno stile neutro sceglierà quasi sempre cominciare. Chi invece desidera un effetto più espressivo, o vuole richiamare un tono narrativo, può optare per incominciare senza timore di sbagliare.
Insomma, non c’è una forma giusta e una sbagliata: c’è una forma più comune e una più marcata. La lingua, come sempre "generosa", offre soluzioni; sta a chi scrive o parla scegliere quella che meglio risponde al proprio intento comunicativo.
-----
Alcuni proverbi con le due forme:
Chi ben comincia è a metà dell’opera.
Comincia da te se vuoi cambiare il mondo.
Chi comincia e non finisce, perde tempo e danari.
A cominciare si fa presto, a finire si fa tardi.
*
Incomincia chi vuole, finisce chi può.
Incominciare è facile, perseverare è arte.
Non incominciare ciò che non puoi portare a termine.

Nessun commento:
Posta un commento