venerdì 20 febbraio 2026

"Digitalcidio"

Proposta terminologica per la futura definizione dei processi di cancellazione sistemica dell’identità digitale

Nell’era digitale emergerà con sempre maggiore urgenza la necessità di dare un nome a fenomeni nuovi, capaci di descrivere trasformazioni che investiranno la nostra identità, la memoria collettiva e il modo stesso in cui abiteremo lo spazio informatico. In questo contesto, un neologismo come digitalcidio potrà assumere un ruolo concettuale rilevante. La sua stessa formazione – dall’unione di digitale e del suffisso - cidio, dal latino -cidium (“uccisione”, “distruzione”) – suggerirà immediatamente l’idea di un atto di soppressione rivolto non a un corpo fisico, ma alla nostra presenza immateriale, fragile e disseminata nei sistemi informativi.

Digitalcidio indicherà la possibilità che la nostra esistenza digitale venga cancellata, distorta o resa irriconoscibile, sia per scelta individuale sia per dinamiche tecniche, economiche o politiche che sfuggiranno al nostro controllo. Potrà assumere forme diverse, per esempio: un digitalcidio attivo, quando la cancellazione è un gesto deliberato di autodeterminazione; un digitalcidio passivo, quando la perdita è subita a causa di obsolescenza, fallimenti infrastrutturali o decisioni arbitrarie di piattaforme; un digitalcidio morbido, fatto di erosioni lente, “link” interrotti, formati non più leggibili; o ancora un digitalcidio simbolico, in cui le tracce restano ma vengono manipolate fino a perdere il loro significato originario.

La neoformazione potrà descrivere non solo la distruzione materiale dei dati, ma anche l’erosione sistematica delle tracce che costituiranno la nostra presenza nel mondo virtuale. In un futuro non lontano, potremmo assistere a politiche di “memoria selettiva”, in cui governi o aziende decideranno cosa preservare e cosa lasciare decadere; oppure a sistemi di identità digitale ereditabile, dove la perdita di dati diventerà un danno giuridico oltre che biografico. In ecosistemi informatici sempre più instabili, il digitalcidio potrebbe trasformarsi da evento eccezionale a condizione ambientale, una sorta di entropia della memoria. E non è da escludere che intelligenze artificiali, incaricate di custodire le nostre tracce, possano diventare – per errore o per scelta – i nuovi agenti di questa cancellazione.

La fragilità strutturale della memoria digitale, spesso percepita come stabile e perenne, influenzerà profondamente il modo in cui costruiremo e conserveremo le nostre biografie. La promessa di un ricordo eterno si confronterà con la realtà di infrastrutture mutevoli e algoritmi che selezioneranno cosa preservare e cosa lasciare scomparire. In questo scenario, il digitalcidio diventerà una chiave interpretativa per comprendere le tensioni future tra identità, tecnologia e potere, offrendo un linguaggio adeguato per analizzare ciò che andrà perduto, ciò che verrà manipolato e ciò che sceglieremo consapevolmente di lasciare andare.

E forse, nelle storie che racconteremo, il digitalcidio apparirà come un evento tanto concreto quanto simbolico: l’archivio familiare che evapora trasformandosi in “dataset” anonimi; l’attivista privato del suo passato digitale da un attacco mirato; il programmatore che decide di dissolversi volontariamente dal flusso informatico come gesto poetico di sottrazione. Parlare di digitalcidio significherà, pertanto, interrogarsi non solo su come vivremo nel digitale, ma anche su come potremo scomparire – o essere fatti scomparire – all’interno di questo.




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