mercoledì 21 gennaio 2026

Il verbo 'rimettere': un viaggio nella stratificazione semantica

 

Il verbo rimettere rappresenta uno dei casi più affascinanti di stratificazione semantica della lingua italiana, un vero caleidoscopio verbale che trae la sua forza dalla combinazione del prefisso iterativo ri- con il latino mittere («mandare», «inviare»). L’etimologia ci riconduce immediatamente all’idea originaria del “mandare di nuovo” o “mandare indietro”, un nucleo spaziale concreto che costituisce la matrice da cui si sono irradiate, nel corso dei secoli, accezioni sempre più astratte e specializzate. Analizzare questo verbo significa attraversare una rete di trasformazioni semantiche - metafore, generalizzazioni, specializzazioni - che hanno portato rimettere a descrivere gesti materiali, processi psicologici, atti giuridici, fenomeni fisiologici e persino cicli vitali vegetali.

Il significato più vicino alla radice etimologica si manifesta nell’accezione di riporre o ricollocare: è l’atto di riportare un oggetto nel suo luogo originario, come, per esempio, in «rimetti il libro sullo scaffale». Qui il sintagma conserva intatto il suo valore spaziale. Da questo nucleo concreto si sviluppa, attraverso una “metafora funzionale”, il significato di ripristinare: non si tratta più di rimettere un oggetto in un luogo, ma di riportare una situazione o una condizione al suo stato precedente. Espressioni come «rimettere a nuovo un appartamento» o «rimettere in sesto la propria salute» mostrano come il “ritorno” si trasformi in “rigenerazione”, mantenendo però l’idea di un recupero dell’ordine originario.

Spostandoci su un piano più astratto, incontriamo la sfera della concessione e dell’autorità. Dire «mi rimetto alla decisione della corte» significa trasferire - metaforicamente - la propria volontà a un altro soggetto. Qui il meccanismo semantico è l’astrazione del concetto di consegna: ciò che viene “mandato” non è più un oggetto, ma la responsabilità di decidere. Da questa linea evolutiva deriva anche l’uso teologico e giuridico di perdonare o annullare, come nella formula «rimetti a noi i nostri debiti». In questo caso, il verbo assume una sfumatura tecnica: il debito, morale o economico, è concepito come un peso che può essere “mandato via”, cancellato, rimosso.

Una delle accezioni più comuni nel parlato quotidiano è quella fisiologica di vomitare: «il bambino ha rimesso tutta la cena». Anche qui sopravvive il nucleo originario del lessema, reinterpretato attraverso una metafora concreta: ciò che era entrato nel corpo viene “rimandato fuori”. È un’estensione prettamente popolare ma coerente con la logica del verbo.

In ambito economico, rimettere assume il valore di perdere, come in «rimetterci dei soldi» o «rimettere tempo e fatica». Questa accezione nasce da una generalizzazione astratta: il “ritorno” non è più un movimento fisico, ma un bilancio negativo, un rientro che non compensa l’investimento iniziale. Parallelamente, nel gergo calcistico, rimettere indica l’azione di riportare la palla in gioco (la cosiddetta rimessa laterale), un esempio di specializzazione tecnica che conserva l’idea di un ritorno alla condizione di partenza: il gioco riprende.

Non meno interessante è l’uso botanico, dove rimettere significa germogliare di nuovo: una pianta che «rimette le foglie» manifesta il ritorno a una fase vitale precedente. Qui il meccanismo è una metafora ciclica, che interpreta il ritorno non come movimento nello spazio, ma come rinnovamento biologico.

Infine, e concludiamo queste noterelle, la forma pronominale rimettersi apre ulteriori scenari semantici: «rimettersi da un’influenza» indica il ritorno allo stato di salute, mentre «rimettersi in viaggio» segnala la ripresa di un percorso interrotto. In ambi i casi, il verbo mantiene la sua natura dinamica, designando un ritorno a una condizione o a un’azione precedente.

Come si può osservare, la polisemia di rimettere non è “un’accozzaglia” casuale di significati, ma il risultato di una serie di passaggi semantici coerenti, che dal gesto concreto del “mandare indietro” si estendono, per metafora o astrazione, a campi sempre più lontani. Comprendere questi meccanismi permette di adoperare il verbo con maggiore consapevolezza, evitando ambiguità e apprezzando la ricchezza di uno dei termini più duttili e vitali della nostra meravigliosa lingua.












Nessun commento: