Una breve analisi etimologica e d’uso per evitare una confusione più comune di quanto si creda
I due termini condividono una radice comune, ma hanno seguito percorsi semantici distinti. Entrambi derivano dal greco polýgraphos, composto da polý (“molto”) e gráphein (“scrivere”). L’idea originaria è dunque quella di “chi scrive molto” o “ciò che registra molto”. Da questa base, però, l’italiano ha sviluppato due parole con significati diversi e non sovrapponibili: poligrafo e poligrafico.
Poligrafo è un sostantivo che indica innanzitutto una persona. In senso tradizionale, il poligrafo è uno scrittore estremamente prolifico, capace di produrre testi su argomenti diversi o in grande quantità. La parola conserva quindi il valore umano e intellettuale dell’etimo greco: il poligrafo è colui che “scrive molto”, spesso con una certa versatilità. Nel Cinquecento e nel Seicento, per esempio, si definivano poligrafi quegli autori che spaziavano dalla storia alla poesia, dalla trattatistica morale alla letteratura d’intrattenimento. Ancora oggi il termine può essere usato per indicare un autore dalla produzione vasta e varia: “È un poligrafo instancabile, capace di passare dal saggio alla narrativa senza perdere efficacia”.
Accanto a questo significato, più recente è l’accezione tecnica di poligrafo come strumento di registrazione multipla. In ambito scientifico e medico, il poligrafo è l’apparecchio che rileva e registra simultaneamente diversi parametri fisiologici: respirazione, battito cardiaco, pressione, attività elettrica dei muscoli. È il dispositivo utilizzato, per esempio, nelle prove comunemente note come “macchina della verità”, dove registra variazioni corporee associate a stimoli o domande. In questo caso, il legame con l’etimologia è evidente: il poligrafo “scrive molto” perché traccia più registrazioni contemporaneamente.
Diverso è il caso di poligrafico, che non indica una persona né uno strumento, ma ciò che riguarda la stampa e la riproduzione tipografica. L’aggettivo deriva sempre dalla stessa radice greca, ma attraverso un’evoluzione semantica legata al mondo della tipografia. In italiano poligrafico significa “relativo alla stampa, alla tipografia, all’editoria”, e da questo derivano espressioni come “industria poligrafica”, “arti poligrafiche”, “settore poligrafico”. Qui l’idea di “scrivere molto” si è trasformata in “riprodurre molto”: non più la scrittura dell’autore, ma la moltiplicazione materiale dei testi attraverso la stampa.
Per chiarire ulteriormente la distinzione, bastano alcuni esempi. Diremo: “L’azienda poligrafica ha introdotto nuove tecnologie di stampa”, ma non “l’azienda poligrafo”. Allo stesso modo, diremo: “È un poligrafo del Settecento, autore di opere diversissime”, ma non “ un autore poligrafico”, a meno che non si voglia alludere - impropriamente - a un’attività legata alla stampa. Le due parole, insomma, appartengono a sfere semantiche diverse: una riguarda la persona o lo strumento che registra; l’altra il mondo della produzione tipografica.
La confusione nasce probabilmente dalla somiglianza formale e dalla comune radice etimologica, ma l’uso corretto richiede di mantenerle distinte. Poligrafo rimanda alla scrittura o alla registrazione; poligrafico alla stampa e alla riproduzione dei testi. Comprendere questa differenza non è solo un esercizio linguistico, ma un modo per restituire precisione a due termini che, pur imparentati, hanno identità ben definite.
Concludiamo queste noterelle con un aneddoto. All’inizio degli anni ’30, quando si diffondeva l’uso del termine industria poligrafica, alcuni giornalisti poco avvezzi al linguaggio tecnico scrivevano che “le aziende poligrafe” avevano introdotto nuovi macchinari. I tipografi, molto orgogliosi della propria terminologia, si lamentavano perché poligrafo era, per loro, un vocabolo “da laboratorio medico” o “da romanzo poliziesco americano”, non certo da officina. Le lettere indignate inviate alle redazioni testimoniavano quanto la distinzione fosse sentita dagli addetti alla tipografia.
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“Meglio il fumo del vicino che il fuoco in casa”: un proverbio medievale che parla al presente
Oggi il contesto è cambiato, ma il messaggio resta sorprendentemente valido. Il proverbio invita a distinguere tra ciò che disturba e ciò che mette davvero in pericolo. In un’epoca in cui ogni piccolo disagio sembra diventare motivo di conflitto - dal vicino rumoroso al collega invadente - questa antica massima ricorda che i problemi seri sono altri, e che la priorità è proteggere la propria “casa”, intesa come equilibrio personale, famiglia, lavoro.
La saggezza medievale, spesso liquidata come folclore, qui mostra una sorprendente capacità di lettura del presente: tollerare - in senso metaforico - un po’ di fumo altrui può essere il prezzo da pagare per evitare incendi ben più difficili da spegnere. Una lezione di realismo che, a distanza di secoli, non ha perso la sua forza.
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