mercoledì 28 gennaio 2026

Quando la cortesia diventa un’arma

 Come l’eleganza linguistica può colpire più di un insulto

Nel linguaggio quotidiano esistono forme di aggressione verbale che non si manifestano attraverso l’insulto esplicito, ma tramite una raffinata manipolazione delle convenzioni di cortesia. Sono espressioni che colpiscono proprio perché mascherano l’offesa dietro un’apparente deferenza, trasformando la gentilezza in un’arma retorica. L’enunciato analizzato in questo articolo rappresenta un esempio emblematico di tale dinamica.

L’espressione «Le chiedo scusa se la mia ignoranza non è pari alla sua» costituisce un caso esemplare per la pragmatica linguistica, configurandosi come un sofisticato dispositivo di aggressione verbale mediata da forme di cortesia. La sua forza non sta nel contenuto letterale, bensì nello scarto tra la funzione allocutiva - la richiesta di scuse - e l’intento illocutorio, che mira invece a squalificare l’interlocutore.

In una normale interazione asimmetrica, il parlante riconosce una propria mancanza rispetto a un parametro di conoscenza. Qui, invece, il termine ignoranza subisce una traslazione semantica: da semplice “assenza di sapere” diventa un parametro di demerito, un indice negativo che viene attribuito all’altro. Attraverso la negazione non è pari, il locutore costruisce una gerarchia intellettuale rovesciata, collocando l’interlocutore al vertice della scala negativa.

L’enunciato sfrutta ciò che in linguistica viene definito cortesia negativa: un’apertura apologetica che attenua le difese sociali e rende l’attacco più difficile da sanzionare nell’immediato. Si tratta di un eufemismo sarcastico, in cui l’ingiuria viene privata della sua carica fonetica aggressiva - non vi sono epiteti o volgarità - per essere sublimata in una struttura logica apparentemente impeccabile.

Questa locuzione rappresenta il trionfo della sottigliezza stilistica sulla brutalità dialettica. Per essere formulata richiede una notevole competenza linguistica; per essere compresa, una certa agilità interpretativa da parte della “vittima”. In ultima analisi, si configura come un dispositivo retorico volto a riequilibrare i rapporti di forza all’interno di una disputa, ribadendo che la padronanza del linguaggio può diventare essa stessa prova di una superiorità intellettuale rivendicata.

Un aneddoto a corredo di queste noterelle. Durante una riunione di condominio particolarmente tesa, il presidente dell’assemblea stava illustrando per l’ennesima volta una norma che alcuni condomini faticavano a comprendere. A un certo punto, un signore anziano, noto per la sua calma imperturbabile, chiese la parola. 

Con voce pacata disse: «Mi scuso se non riesco a raggiungere il livello di confusione che lei padroneggia con tanta naturalezza.» La frase, formalmente impeccabile, scatenò un silenzio glaciale. Nessun insulto esplicito, nessuna parola volgare. Eppure l’offesa era chirurgica: la “scusa” non era un’ammissione di colpa, ma un modo per attribuire all’interlocutore una qualità negativa - la confusione - elevata addirittura a competenza.

L’eleganza sintattica amplificava l’effetto: la struttura deferente («mi scuso se…») mascherava un rovesciamento gerarchico, trasformando la cortesia in un colpo di fioretto.




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