domenica 25 gennaio 2026

Parole che feriscono: analisi di insulto e ingiuria

 Una spiegazione etimologica e semantica attraverso una breve favola

Nel vasto Regno dei Nomi vivevano due giovani nati dalla stessa antica radice latina, ma cresciuti con temperamenti così diversi da sembrare quasi opposti. Si chiamavano Insulto e Ingiuria, e benché condividessero un’origine remota, ognuno portava con sé un carattere e un destino del tutto particolari.

Insulto era il più giovane, vivace e impulsivo. Il suo nome discendeva dal verbo latino insultare, che significava “saltare addosso”, “assalire con impeto”. Quel verbo proveniva da saltare, “saltare”, con il prefisso in- che ne intensificava il senso. Insulto sembrava davvero figlio di quel movimento improvviso: compariva ovunque ci fosse un momento di irritazione, un litigio passeggero, una parola sfuggita senza riflessione. Le sue offese erano come piccoli balzi verbali, rapide e spesso superficiali, più rumorose che profonde.

Ingiuria, invece, era la sorella maggiore, e portava sulle spalle un nome più pesante. Proveniva dal latino iniuria, formato da in- con valore privativo (“non”, “senza”) e iūris, genitivo di ius, “diritto”, “giustizia”. Iniuria significava dunque “ciò che è contro il diritto”, “un torto”, “una violazione della dignità”. Non era un semplice scatto d’ira: era un’offesa grave, meditata o comunque capace di colpire l’onore di una persona. Per questo, nel Regno dei Nomi (e delle Leggi), il suo nome era temuto e rispettato.

Si racconta che un vecchio Maestro di Retorica, osservando i due fratelli e le loro differenze, chiamò un giorno gli abitanti di Linguarola e mostrò loro due oggetti: una piuma e un sasso.
“L’insulto,” disse sollevando la piuma, “cade leggero. Può irritare, può solleticare, può infastidire, ma il vento lo porta via.”
Poi sollevò il sasso. “L’ingiuria, invece, pesa. Se la lanci, può rompere qualcosa che non si aggiusta più.”
Da allora, quando qualcuno stava per parlare con troppa foga, gli amici gli chiedevano con un sorriso serio: “Stai per lanciare una piuma o un sasso?”

Un giorno, in un tranquillo villaggio del regno, Linguarola, un giovane, Arturo, inciampò e rovesciò un cesto di mele davanti a tutti. Insulto, fedele alla sua natura, sbucò come una scintilla e gridò: “Sciocco!”. Arturo arrossì, ma sapeva che quella parola, sia pure spiacevole, era come una puntura: bruciava un attimo e poi svaniva.

Poco dopo arrivò Ingiuria. Si avvicinò con passo lento, lo guardò con severità e pronunciò parole che nessuno avrebbe voluto udire: “Tu non vali nulla. Sei un incapace e dovresti vergognarti di esistere.” Quelle frasi caddero come macigni. Non erano un semplice sfogo: erano un torto, un’ingiustizia, un colpo diretto alla dignità del ragazzo. Arturo ne rimase scosso nel profondo, come se qualcuno avesse tentato di strappargli un pezzo dell’anima.

Gli abitanti del villaggio, che conoscevano la storia dei due fratelli, si indignarono. “Questo non è un insulto”, dissero. “Questa è un’ingiuria.” E portarono la sorella maggiore davanti al Consiglio delle Parole, dove fu ammonita per aver violato l’onore di un giovane innocente.

Da quel giorno, gli abitanti di Linguarola impararono a distinguere con attenzione ciò che nasce dall’impulso da ciò che nasce dall’ingiustizia. Capirono che un insulto può essere un colpo di lingua maldestro, mentre un’ingiuria è un vero torto, un’offesa che pesa come una colpa.

E così, nel Regno dei Nomi, si diffuse una nuova consapevolezza: le parole non hanno tutte lo stesso peso. Alcune sono leggere come foglie mosse dal vento, altre sono pietre che possono ferire profondamente. Scegliere quali usare significa scegliere che tipo di persone vogliamo essere.

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Esso: soggetto o complemento?


L’
uso dei pronomi esso ed essa è un tema che mette spesso in difficoltà chi scrive, perché si colloca in quella zona grigia in cui la norma grammaticale e l’uso reale della lingua non coincidono del tutto. Per decenni la scuola ha presentato esso come un pronome “elegante” o “corretto”, mentre l’italiano contemporaneo lo percepisce come artificiale, distante, quasi burocratico. Chiarire quando è possibile usarlo e, soprattutto, quando è meglio evitarlo aiuta a scrivere in modo più naturale e consapevole.

Sotto il profilo strettamente grammaticale, esso e essa possono svolgere qualunque funzione sintattica, compresa quella di complemento. Nulla vieta, in teoria, frasi come “parlerò di esso” o “mi occuperò di essa”. Tuttavia, la lingua non vive solo di possibilità astratte: vive di consuetudini, registri, sfumature. E nell’italiano d’oggi l’uso di esso come complemento (sia diretto sia indiretto) è quasi sempre evitato, perché suona rigido, libresco, talvolta persino innaturale. Per questo molte grammatiche descrittive e la pratica scolastica lo sconsigliano, salvo in contesti molto specifici.

Esistono inoltre casi in cui esso non si può adoperare come complemento senza risultare scorretto o perlomeno inaccettabile sotto il profilo grammaticale e stilistico. Non si usa mai per riferirsi a persone: dire “Ho parlato con Marco e poi ho discusso con esso” è percepito come un errore vero e proprio. Non si usa quando il referente è animato e individualizzato, come un animale domestico: “Ho portato il cane dal veterinario e mi sono preoccupato per esso” suona innaturale e distante. Non si usa quando crea ambiguità tra più possibili antecedenti, perché la lingua contemporanea preferisce soluzioni più chiare come di lui, di lei, di questo, di quello. Non si usa, infine, nei registri colloquiali o narrativi, dove risulterebbe stonato rispetto al tono generale del testo.

L’uso di esso come complemento sopravvive quasi esclusivamente in testi giuridici, amministrativi, scientifici o tecnici, dove la neutralità e l’assenza di ambiguità sono prioritarie. Nella comunicazione ordinaria si preferiscono alternative più naturali: di lui, di lei, di loro, oppure i dimostrativi di questo, di quello, o ancora il semplice ne, quando il contesto lo permette. Queste soluzioni risultano più scorrevoli e più aderenti all’italiano vivo.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, esso non è “sbagliato” in senso grammaticale, ma è fuori registro nella maggior parte dei contesti e in alcuni casi non è proprio utilizzabile. La scelta migliore dipende dal tono che si vuole dare al testo: formale e distaccato, oppure naturale e idiomatico. Essere consapevoli di questa differenza permette di evitare rigidità inutili e di scegliere la forma più adatta alla situazione comunicativa. Chi scrive, comunque, aborrisce dall’uso di esso, in funzione di complemento, in qualsivoglia contesto.













sabato 24 gennaio 2026

Lo scìolo: quando la cultura è solo vernice

 

In un’epoca dominata dall’apparenza e dalla velocità, in cui la profondità viene spesso sacrificata sull’altare della visibilità, assistiamo alla rinascita di una figura che il lessico italiano aveva già definito con ammirevole precisione secoli fa: lo sciolo. Chi è costui? Colui che trasforma una modesta infarinatura in un’arma di distrazione di massa, utilizzando il linguaggio non per comunicare, ma per erigere un piedistallo di presunta superiorità. Rispolverare il termine scìolo non è dunque un semplice esercizio di archeologia linguistica, ma un atto di resistenza contro la superficialità contemporanea: un modo per dare un nome esatto a quel fastidio che proviamo di fronte alla cultura esibita ma non posseduta.

Il termine scìolo affonda le sue radici nel latino sciolus, diminutivo dal sapore chiaramente spregiativo del participio scius (“conoscitore”), derivato a sua volta dal verbo scire, cioè “sapere”. Etimologicamente, dunque, lo scìolo è letteralmente un “saputello” o, meglio ancora, un “piccolo conoscitore”: qualcuno che possiede solo briciole di sapere ma che, attraverso un processo di lievitazione retorica, tenta di farle apparire come una pagnotta intera. La parola porta con sé l’eredità dello sciolismo, quella vana ostentazione di dottrina che si ferma alla superficie, una sorta di vernice intellettuale stesa su una struttura fragile e povera di contenuti.

Nel dettaglio, lo scìolo non è semplicemente un ignorante; l’ignoranza può essere umile o inconsapevole. Lo scìolo è invece un pigro intellettuale che ha scelto di sostituire lo studio con la memorizzazione di termini ricercati, citazioni decontestualizzate e tecnicismi d’effetto.

Oggi lo scìolo ha trovato il suo habitat ideale nei salotti televisivi, nelle sezioni commenti dei “social network” e nei corridoi aziendali, dove lo sciolismo si manifesta spesso attraverso l’abuso di anglicismi inutili o di parole desuete usate a sproposito. Possiamo immaginare un esempio d’uso quotidiano: “Durante la riunione, il nuovo consulente ha dato prova di un imbarazzante sciolismo, infarcendo il discorso di termini macroeconomici errati nel tentativo di apparire un esperto davanti alla direzione”. Oppure, in un contesto più letterario: “Nonostante la prosa elegante, l’articolo trasudava la presunzione dello scìolo, citando Kant senza averne mai aperto una pagina”. Perfino in una critica tra pari si potrebbe dire: “Invece di analizzare seriamente il progetto scritto dai colleghi, si è limitato a fare lo scìolo, contestando una virgola pur di non ammettere di non aver compreso l’intero impianto teorico”.

In definitiva, recuperare questo termine ci permette di smascherare con eleganza chiunque preferisca la vanità della parola alla solidità del pensiero.


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Uscire o sortire? La differenza che non ti aspetti

Due verbi simili solo in apparenza: storia, uso e sfumature da conoscere


N
el panorama dei verbi italiani che indicano movimento, uscire e sortire sembrano talvolta sovrapporsi, ma la loro storia e il loro uso mostrano sfumature molto diverse. Entrambi derivano dal latino: uscire risale a exire (“andare fuori”), mentre sortire, giuntoci dal francese, attraverso il latino sortire, originariamente significava “ottenere per sorte” e solo in seguito ha assunto anche l’accezione di “venire fuori”. Questa doppia eredità spiega perché oggi i due verbi coincidano solo in parte.

Uscire è il verbo vivo, quotidiano, universale. Indica il passaggio da un interno a un esterno, reale o metaforico: uscire di casa, uscire da una situazione difficile, uscire con gli amici. È neutro, naturale, adatto a ogni registro. Sortire, invece, conserva un’aura letteraria quando significa “uscire”: sortire di scena, sortire dalla porta laterale. In questo senso si può perfettamente sostituire con uscire, ma suona più ricercato e meno spontaneo. Molto più comune nell’italiano contemporaneo è l’altro significato di sortire: “produrre un effetto”, “ottenere un risultato”. Qui il legame con la “sorte” latina è evidente: sortire un buon effetto; la terapia non ha sortito risultati; le sue parole non hanno sortito alcun impatto. In questi casi l’uso di uscire al posto di sortire non è mai possibile.

In pratica, si usa uscire per ogni situazione concreta o figurata in cui si passa da un luogo o da una condizione a un’altra; si usa sortire solo se si vuole un tono più elevato nel senso di “uscire”, oppure quando si parla di effetti e risultati. Dire la riunione ha uscito un buon esito sarebbe un errore; dire sortì dalla stanza senza voltarsi è corretto ma letterario; dire uscì dalla stanza senza voltarsi è naturale e comune.

Questa distinzione permette di scegliere il verbo più adatto al contesto: uscire per la lingua di tutti i giorni, sortire quando si vuole un registro più formale o quando si parla di esiti e conseguenze.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 23 gennaio 2026

Ristoranti, spifferi e luci sbagliate: per fortuna c’è lo “sceglitavolo”

 Una figura discreta ma decisiva, capace di trasformare una semplice cena in un’esperienza piacevole ancora prima che arrivi il menù. Lo sceglitavolo è l’occhio esperto che sa dove sedersi per far andare tutto nel verso giusto


N
el grande teatro della socialità contemporanea esiste una figura tanto diffusa quanto invisibile: la persona che, entrando in un ristorante, individua in pochi secondi il tavolo perfetto. Non è il maître, non è il responsabile di sala, e non è nemmeno il cliente esigente che vuole “quello vicino alla finestra”. È molto di più: è lo sceglitavolo. Ogni gruppo ne ha uno. È colui che, con un colpo d’occhio, valuta luce, rumore, distanza dalla porta, vicinanza ai bagni, qualità delle sedie, orientamento rispetto agli spifferi e persino la probabilità che il tavolo accanto diventi rumoroso. Un talento naturale, affinato da anni di pranzi, cene, aperitivi e brunch, eppure privo di un nome che ne riconosca la competenza.

Da questo vuoto lessicale nasce il neologismo sceglitavolo, un termine semplice e trasparente: costui non è un capriccioso, né un maniaco del comfort: è il primo architetto dell’esperienza gastronomica. La sua decisione iniziale determina la qualità della serata, previene disagi, anticipa problemi logistici, evita discussioni e ottimizza l’intero momento conviviale. Il suo lavoro comincia prima ancora che arrivi il menù.

Dare un nome significa riconoscere un ruolo, e lo sceglitavolo svolge una funzione sociale precisa, tanto quanto l’invitologo svolge quella di portare i clienti dentro il locale. Sono due figure complementari, due tasselli della stessa esperienza: uno apre la porta, l’altro sceglie il posto ideale dove sedersi. Entrambi colmano un vuoto linguistico che la realtà aveva già riempito da tempo.

“Sceglitavolo” ha ritmo, ironia e chiarezza. È facile da capire, da usare, da ricordare. È il genere di parola che può diffondersi rapidamente nelle recensioni, nelle conversazioni, nei post sui social e persino nel linguaggio dei ristoratori. La lingua evolve quando serve, e oggi serve un nome per chi sa scegliere il tavolo giusto. Lo "sceglitavolo" è qui per restare.

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Avevamo pensato a "tavolista", più tecnico, ma il lemma esiste e ha un altro significato,

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“Avere il morbo di San Lazzaro”


L’
espressione avere il morbo di San Lazzaro rappresenta una delle più curiose e ironiche vette del linguaggio figurato italiano, dove storia della medicina e devozione popolare si intrecciano per descrivere un vizio capitale. Sebbene in senso letterale il “morbo di San Lazzaro” sia stato per secoli un eufemismo per indicare la lebbra - in virtù del legame con il povero Lazzaro delle parabole evangeliche - nel linguaggio colloquiale e nella prosa più ricercata ha assunto un’accezione del tutto diversa: quella di una pigrizia cronica, invincibile e quasi paralizzante.

L’origine di questo slittamento semantico risiede in un’analogia visiva e comportamentale. Così come il lebbroso o il mendicante Lazzaro venivano raffigurati nell’iconografia tradizionale come figure prostrate, immobili e incapaci di compiere qualsivoglia sforzo fisico, allo stesso modo chi è colpito da questo “morbo” metaforico sembra vittima di una spossatezza che lo inchioda al divano e gli impedisce qualsiasi attività produttiva. È un’ironia sottile: si nobilita un difetto caratteriale - la poltronaggine - paragonandolo a una malattia terribile, suggerendo l’idea che la pigrizia sia così profonda da apparire quasi involontaria o incurabile.

L’espressione richiede un contesto che oscilla tra il faceto e il rimprovero colto, ed è ideale per descrivere chi, pur godendo di ottima salute, manifesta un’indolenza estrema. Alcuni esempi: Nonostante le scadenze urgenti, Luigi continua a poltrire come se avesse il morbo di San Lazzaro, oppure In questo ufficio regna il morbo di San Lazzaro: nessuno muove un dito per risolvere il problema. La locuzione si presta bene anche per richiamare quel tipico torpore postprandiale che paralizza ogni iniziativa.

Usare, oggi, questo modo di dire, rivela una notevole padronanza della lingua e un gusto per l’arcaismo elegante, permettendo di stigmatizzare la svogliatezza altrui senza ricorrere a termini banali o decisamente volgari.












(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


giovedì 22 gennaio 2026

Il quotidiano è giornaliero, ma il giornaliero non è quotidiano

 Un gioco di specchi linguistici tra due parole che sembrano identiche ma non lo sono affatto. Una breve esplorazione tra sfumature, usi corretti, curiosità e piccoli trabocchetti dell’italiano di tutti i giorni


U
n tempo, nelle redazioni dei giornali circolava una battuta: «Il quotidiano è ciò che esce ogni giorno, il giornaliero è chi deve farlo uscire». Una frase scherzosa, certo, ma che coglie bene la sfumatura tra due termini che spesso usiamo come sinonimi, senza pensarci troppo. Giornaliero e quotidiano appartengono alla stessa famiglia semantica, ma non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Capire la differenza aiuta a scegliere il vocabolo più “adatto”, soprattutto quando si scrive o si parla con un po’ di cura.

Entrambi i lessemi indicano qualcosa che avviene ogni giorno, ma giornaliero ha un sapore più tecnico, quasi misurabile. Si adopera per designare attività, ritmi, quantità: «consumo giornaliero», «allenamento giornaliero», «spesa giornaliera». È un sintagma che scandisce il tempo come farebbe un registro: preciso, regolare, neutro. Quotidiano, invece, oltre al significato temporale, porta con sé un’idea di abitudine, di vita vissuta, di normalità. Non indica solo ciò che accade ogni giorno, ma ciò che fa parte del nostro mondo ordinario: «la routine quotidiana», «le difficoltà quotidiane», «la bellezza del quotidiano». È una parola più narrativa, più emotiva, più legata all’esperienza.

Un esempio chiarisce bene la differenza. Se dico: «Il mio impegno giornaliero è di trenta minuti di lettura», sto indicando una quantità precisa, un obiettivo misurabile. Se invece affermo: «La lettura fa parte del mio quotidiano», sto parlando di un’abitudine, di un elemento che contribuisce alla mia identità e al mio modo di vivere. Allo stesso modo, «il traffico giornaliero» è un dato, «il traffico quotidiano» è una realtà con cui conviviamo.

Ci sono, poi, usi particolari di quotidiano che giornaliero non può sostituire: quello che indica il giornale, la testata. «Ho letto sul quotidiano locale» è una frase perfettamente naturale; «ho letto sul giornaliero locale» suonerebbe strana, quasi un refuso. È un caso in cui la lingua ha scelto una sola delle due forme e l’ha trasformata in un sostantivo autonomo. In ambito trasporti: esiste il "biglietto giornaliero", ma non esiste il "biglietto quotidiano". Qui il termine indica la validità tecnica entro le 24 ore, non un'abitudine di vita. In ambito liturgico/spirituale: si parla di "pane quotidiano" (dal Pater Noster). Dire "pane giornaliero" ridurrebbe un simbolo spirituale e di sussistenza a una mera razione alimentare da caserma.

Un aneddoto curioso riguarda proprio questi usi. Nei primi decenni del Novecento, alcuni editori provarono a lanciare testate chiamate Il Giornaliero, convinti che il termine fosse più moderno e diretto. Non ebbero grande fortuna: il pubblico continuava a dire «quotidiani», e alla fine il mercato impose la sua preferenza. È un piccolo esempio di come la lingua, più che dalle regole, sia guidata (e “imposta”) dalle abitudini collettive.

In sintesi, giornaliero è la scelta giusta quando si parla di frequenza, quantità, programmazione; quotidiano quando si vuole evocare la dimensione della vita di tutti i giorni, o quando ci si riferisce a un giornale. Le due parole convivono pacificamente, e spesso si possono usare entrambe senza problemi, ma conoscere la loro sfumatura permette di dare alla frase un colore più preciso.

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“Invitologo”: il nome che mancava alla ristorazione


Il mondo della ristorazione ha sviluppato nel tempo un lessico ricco e preciso per descrivere ruoli e competenze: maître, sommelier, chef de rang, commis (tra l’altro tutti barbarismi). Eppure, sorprendentemente, manca ancora un termine adeguato per indicare una figura sempre più presente nelle vie centrali delle città e nelle località turistiche: la persona che, posizionata all’esterno del ristorante, si avvicina ai passanti e li invita a entrare. Un ruolo reale, quotidiano, ma privo di un nome che ne riconosca la professionalità.

Da questa mancanza nasce il neologismo “invitologo”, una parola che unisce il verbo invitare al suffissoide ‑logo, tipico delle professioni. Il risultato è un termine che suona tecnico ed elegante, capace di conferire dignità a un mestiere spesso descritto con espressioni imprecise o poco raffinate. L’ “invitologo” non è un “buttadentro”, definizione colloquiale e riduttiva: è il primo ambasciatore del locale, colui che padroneggia l’arte dell’invito, osserva i passanti, interpreta segnali, propone con discrezione e misura.

La lingua evolve per necessità, e quando una funzione sociale o lavorativa diventa stabile, tende a generare un nome che la rappresenti. L’ “invitologo” risponde proprio a questa esigenza: dare identità a una figura che richiede competenze comunicative, sensibilità relazionale e capacità di creare un ponte tra il ristorante e il potenziale cliente. Un termine semplice, immediato, ma dotato di una sfumatura professionale che potrebbe trovare spazio nel lessico della ristorazione contemporanea (e nei vocabolari).

















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mercoledì 21 gennaio 2026

Il verbo 'rimettere': un viaggio nella stratificazione semantica

 

Il verbo rimettere rappresenta uno dei casi più affascinanti di stratificazione semantica della lingua italiana, un vero caleidoscopio verbale che trae la sua forza dalla combinazione del prefisso iterativo ri- con il latino mittere («mandare», «inviare»). L’etimologia ci riconduce immediatamente all’idea originaria del “mandare di nuovo” o “mandare indietro”, un nucleo spaziale concreto che costituisce la matrice da cui si sono irradiate, nel corso dei secoli, accezioni sempre più astratte e specializzate. Analizzare questo verbo significa attraversare una rete di trasformazioni semantiche - metafore, generalizzazioni, specializzazioni - che hanno portato rimettere a descrivere gesti materiali, processi psicologici, atti giuridici, fenomeni fisiologici e persino cicli vitali vegetali.

Il significato più vicino alla radice etimologica si manifesta nell’accezione di riporre o ricollocare: è l’atto di riportare un oggetto nel suo luogo originario, come, per esempio, in «rimetti il libro sullo scaffale». Qui il sintagma conserva intatto il suo valore spaziale. Da questo nucleo concreto si sviluppa, attraverso una “metafora funzionale”, il significato di ripristinare: non si tratta più di rimettere un oggetto in un luogo, ma di riportare una situazione o una condizione al suo stato precedente. Espressioni come «rimettere a nuovo un appartamento» o «rimettere in sesto la propria salute» mostrano come il “ritorno” si trasformi in “rigenerazione”, mantenendo però l’idea di un recupero dell’ordine originario.

Spostandoci su un piano più astratto, incontriamo la sfera della concessione e dell’autorità. Dire «mi rimetto alla decisione della corte» significa trasferire - metaforicamente - la propria volontà a un altro soggetto. Qui il meccanismo semantico è l’astrazione del concetto di consegna: ciò che viene “mandato” non è più un oggetto, ma la responsabilità di decidere. Da questa linea evolutiva deriva anche l’uso teologico e giuridico di perdonare o annullare, come nella formula «rimetti a noi i nostri debiti». In questo caso, il verbo assume una sfumatura tecnica: il debito, morale o economico, è concepito come un peso che può essere “mandato via”, cancellato, rimosso.

Una delle accezioni più comuni nel parlato quotidiano è quella fisiologica di vomitare: «il bambino ha rimesso tutta la cena». Anche qui sopravvive il nucleo originario del lessema, reinterpretato attraverso una metafora concreta: ciò che era entrato nel corpo viene “rimandato fuori”. È un’estensione prettamente popolare ma coerente con la logica del verbo.

In ambito economico, rimettere assume il valore di perdere, come in «rimetterci dei soldi» o «rimettere tempo e fatica». Questa accezione nasce da una generalizzazione astratta: il “ritorno” non è più un movimento fisico, ma un bilancio negativo, un rientro che non compensa l’investimento iniziale. Parallelamente, nel gergo calcistico, rimettere indica l’azione di riportare la palla in gioco (la cosiddetta rimessa laterale), un esempio di specializzazione tecnica che conserva l’idea di un ritorno alla condizione di partenza: il gioco riprende.

Non meno interessante è l’uso botanico, dove rimettere significa germogliare di nuovo: una pianta che «rimette le foglie» manifesta il ritorno a una fase vitale precedente. Qui il meccanismo è una metafora ciclica, che interpreta il ritorno non come movimento nello spazio, ma come rinnovamento biologico.

Infine, e concludiamo queste noterelle, la forma pronominale rimettersi apre ulteriori scenari semantici: «rimettersi da un’influenza» indica il ritorno allo stato di salute, mentre «rimettersi in viaggio» segnala la ripresa di un percorso interrotto. In ambi i casi, il verbo mantiene la sua natura dinamica, designando un ritorno a una condizione o a un’azione precedente.

Come si può osservare, la polisemia di rimettere non è “un’accozzaglia” casuale di significati, ma il risultato di una serie di passaggi semantici coerenti, che dal gesto concreto del “mandare indietro” si estendono, per metafora o astrazione, a campi sempre più lontani. Comprendere questi meccanismi permette di adoperare il verbo con maggiore consapevolezza, evitando ambiguità e apprezzando la ricchezza di uno dei termini più duttili e vitali della nostra meravigliosa lingua.












lunedì 19 gennaio 2026

L’arte di non sbagliare verbo: viaggio tra caccia e cantieri

 

Nella lingua italiana, la differenza fra un termine e l’altro può risiedere nello spazio infinitesimale di una consonante, capace però di spostare il senso del discorso dalla caccia al cantiere navale. È il caso dei verbi “braccare” e “bracare”, spesso confusi per paronimia ma appartenenti a mondi lontani. Il primo richiama l’inseguimento serrato e l’ansia della preda; il secondo è un termine tecnico, quasi chirurgico, legato al sollevamento e alla messa in sicurezza di carichi pesanti. Distinguerli non è solo una questione di ortografia, ma di rispetto per l’esattezza semantica: un valore caro a chi considera le parole strumenti di precisione, non semplici etichette approssimative.

Il verbo braccare affonda le sue radici nella lingua provenzale e nel termine germanico brakko, da cui deriva “bracco”, un cane da caccia estremamente versatile. Etimologicamente, dunque, braccare significa “agire come un bracco”. In senso stretto descrive l’azione dei cacciatori che inseguono la selvaggina seguendone le tracce olfattive o visive. La sua diffusione moderna si deve però soprattutto all’estensione figurata: braccare significa tallonare qualcuno senza lasciargli respiro, accerchiarlo psicologicamente o fisicamente per impedirne la fuga. È un termine dinamico, che implica movimento e tensione. Si dirà, per esempio: «La stampa ha braccato il ministro per tutto il pomeriggio in cerca di una dichiarazione», oppure: «Il fuggitivo si sentiva braccato, poiché ogni via d’uscita era presidiata». In questi contesti, la doppia “c” è fondamentale perché richiama visivamente e foneticamente l’insistenza dell’azione.

Di contro, bracare (con una sola “c”) ha un’origine latina legata al termine braca, ovvero i pantaloni o la fascia che avvolge i fianchi. Sebbene oggi la “braca” sia nell’uso comune un modo colloquiale per indicare i calzoni - si pensi all’espressione “cadere le brache” - in ambito tecnico e nautico la braca è una fune, una catena o una fascia di fibra sintetica che viene fatta passare sotto un peso per permetterne il sollevamento equilibrato. Bracare, dunque, significa cingere un oggetto con queste fasce per poterlo issare con una gru o un paranco. È un verbo statico nella fase preparatoria, ma fondamentale per la logistica. Un esempio d’uso corretto è: «Prima di azionare l’argano, è necessario bracare correttamente il blocco di marmo per evitare che scivoli». In ambito idraulico o edilizio, bracare può anche significare applicare una braca intesa come rinforzo metallico o morsetto a un tubo o a una colonna.

L’uso di questi due verbi riflette dunque una dicotomia tra “inseguimento” e “sostegno”. Per non incorrere in errori che potrebbero minare la propria credibilità comunicativa, è utile ricordare che la braga (variante di braca) sostiene, mentre il bracco rincorre. Confondere i due termini porterebbe a paradossi linguistici: scrivere di “bracare un malvivente” suggerirebbe l’immagine bizzarra di un poliziotto che tenta di imbracare il sospettato con delle funi per sollevarlo, anziché inseguirlo; al contrario, “braccare un carico” farebbe pensare a una gru che dà la caccia a un container tra i moli di un porto. La precisione richiede quindi di riservare la doppia consonante all’azione venatoria o poliziesca e la scempia all’operazione meccanica, garantendo quella proprietà di linguaggio che fa della comunicazione un vero atto di cultura.

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Quando la lingua inciampa: il grande equivoco tra popolarità e popolanità  


C
apita spesso, leggendo giornali o ascoltando certi commentatori televisivi, di imbattersi in un uso confuso di due parole che, pur avendo la stessa radice latina pòpulus, appartengono a mondi diversi: popolarità e popolanità. A prima vista sembrano quasi sorelle, ma in realtà non potrebbero essere più lontane. Eppure l’errore è sempre in agguato, e per chi ha a cuore la precisione del linguaggio è un inciampo che fa perdere credibilità a qualsiasi discorso. Vale allora la pena fare un po’ di chiarezza.

La popolarità riguarda il favore del pubblico, il consenso, la notorietà. È la condizione di chi, per meriti autentici o per ragioni del tutto effimere, si ritrova al centro dell’attenzione collettiva. Un attore che riempie le sale, un calciatore che segna il gol decisivo, un politico che sa toccare le corde dell’opinione pubblica: tutti costoro sono “popolari” perché il loro nome circola, suscita simpatia, genera conversazioni. La popolarità è un riflettore acceso dall’esterno, un riconoscimento che arriva dalla massa e che può spegnersi con la stessa rapidità con cui si è acceso.

La popolanità, invece, appartiene a un altro registro. Non ha nulla (a) che fare con la fama, ma con l’origine sociale, i modi, la schiettezza tipica delle classi popolari e, a volte, con un pizzico di volgarità. È una qualità che non si conquista: si incarna. È il modo di parlare diretto, la semplicità dei gesti, talvolta anche una certa ruvidità che non chiede permesso. Un aristocratico può diventare popolarissimo, ma difficilmente avrà la popolanità; al contrario, un venditore ambulante che conosce tutti per nome e si muove con naturalezza tra le bancarelle del mercato è “popolanità” allo stato puro, anche se nessuno fuori del quartiere saprà mai chi sia.

Un vecchio professore di linguistica raccontava spesso un aneddoto illuminante. Durante una conferenza, un giovane giornalista definì “popolano” un celebre accademico, volendo intendere che fosse molto amato dal pubblico. Il professore, con un sorriso paziente, gli fece notare che l’accademico in questione era sì popolare, ma di popolanità non ne aveva nemmeno l’ombra: «A meno che tu non l’abbia visto contrattare il prezzo dei carciofi al mercato di Testaccio», aggiunse, strappando una risata alla platea. L’episodio divenne un piccolo monito per generazioni di studenti: le parole sembrano simili, ma non sono intercambiabili.

Ricordare la distinzione è semplice: la popolarità riguarda il consenso, l’essere amati; la popolanità riguarda l’origine e il carattere, l’essere popolani. Confondere i due termini significa non padroneggiare lo strumento linguistico e scivolare in quello che qualcuno chiamerebbe parlottismo: parlare molto senza dire nulla di preciso.

Tenere a mente questa differenza non è un esercizio pedante, ma un atto di rispetto verso la lingua. E ci evita di scrivere, magari in un articolo redatto a due mani, che un illustre accademico si distingue per la sua “popolanità”, a meno che non lo si sia davvero sorpreso a discutere in dialetto stretto con il tono e i modi di un vecchio masegnatore di quartiere.


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Siamo lieti di constatare che il “Treccani” in rete è l’unico (?) vocabolario ad attestare la voce, correttissima, “confondatore”, anche se non come prima occorrenza. Il Dop (Dizionario di Ortografia e Pronunzia), alla voce “cofondatore” rimanda a “confondatore”, il che sta a significare che “confondatore” è grafia da preferire. Non si dice, del resto, “condirettore”? Per quale illogico motivo i soloni della lingua condannano “confondatore”?

Dal “Treccani”:

cofondatóre (o confondatóre) s. m. (f. -trice) [comp. di co-1 (o con-) e fondatore]. – Chi è fondatore di un’istituzione insieme con altra persona; in partic., nel linguaggio eccles., chi ha avuto parte rilevante nell’esecuzione del disegno concepito dal fondatore di un ordine o di una congregazione religiosa, così da poter essere considerato come un vero e proprio collaboratore intimo del fondatore stesso.
















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


domenica 18 gennaio 2026

L’illusione dell’eufonia: perché evitare “ad esempio”


La questione della d eufonica è uno dei banchi di prova più raffinati per chi desidera maneggiare la lingua italiana con la precisione di un orafo. Sebbene nel parlato quotidiano la forma “ad esempio” sia ormai entrata nell’uso comune, un’analisi rigorosa delle dinamiche armoniche della nostra lingua rivela che tale locuzione è, a ben vedere, sconsigliabile.

Il termine eufonia deriva dal greco e significa “buon suono”: la d aggiuntiva nasce dunque con l’intento di evitare lo scontro cacofonico tra due vocali, quel fastidioso arresto del fiato noto come iato. Tuttavia, nel corso dei secoli, la linguistica più autorevole e i custodi della corretta dizione hanno delineato una regola aurea: la d dovrebbe intervenire solo quando le due vocali in contatto sono identiche.

Seguendo questo criterio, scriviamo correttamente “ed ecco”, “ad andare” o “od ogni”, poiché l’identità della vocale giustifica il ponte sonoro offerto dalla consonante. Al contrario, nell’espressione “ad esempio” la preposizione termina con a mentre il termine successivo inizia con e: in questo caso, l’inserimento della d non solo è superfluo dal punto di vista fonetico, ma introduce una forzatura che appesantisce la frase senza alcuna reale necessità.

Lo stesso accade in locuzioni come “ed anche”, “ad ogni” o “ad invitare”: la diversità delle vocali renderebbe la pronuncia già di per sé fluida, mentre la dentale finisce col creare un inciampo sonoro non richiesto.

Per chiarire ulteriormente il concetto, consideriamo la differenza tra “si rivolse a uno specialista” e “si rivolse ad uno specialista”. La prima forma rispetta la distinzione tra a e u; la seconda introduce un ostacolo che interrompe la naturale scorrevolezza del discorso. Un altro esempio riguarda la congiunzione coordinante: è preferibile scrivere “comprare pane e olio” piuttosto che “pane ed olio”, poiché e e o sono suoni distinti che non richiedono separazione artificiale.

Se vogliamo raggiungere la massima fluidità senza incorrere in diatribe grammaticali, la soluzione più elegante sta nell’utilizzo della locuzione “per esempio”. Questa forma, inattaccabile sotto ogni profilo normativo, elimina alla radice il problema dello scontro vocalico e garantisce una narrazione piana e cristallina.

Optare per “per esempio”, soprattutto all’inizio di una frase (o periodo), significa dunque scegliere la via della chiarezza, rispettando l’economia e la bellezza intrinseca dell’italiano, una lingua che fa dell’equilibrio dei suoni una delle sue virtù più grandi.


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Quando ‘smanettare’ faceva rumore: storia di un verbo insospettabile 


I
l linguaggio cambia come cambiano gli oggetti che usiamo e i gesti che compiamo ogni giorno. Il verbo “smanettare” è un esempio vivido di come una parola possa nascere in un contesto molto concreto, spostarsi in un ambito completamente diverso e infine assumere un valore quasi identitario. Oggi lo associamo all’informatica, alla curiosità tecnologica, alla voglia di provare e sperimentare. Ma la sua storia parte da tutt’altra parte.

L’origine del verbo non ha nulla (a) che fare con le maniche dei vestiti, come spesso si sente dire. L’idea che “smanettare” significhi “tirarsi su le maniche” è una spiegazione intuitiva, comprensibile, ma non supportata dall’etimologia. Si tratta di un caso di etimologia popolare: una reinterpretazione nata perché la parola “suona” come qualcosa che coinvolge le mani e un gesto preparatorio. In realtà, “smanettare” deriva da manetta, la leva dell’acceleratore delle motociclette. Il significato originario era molto letterale: ruotare la manetta con insistenza, spesso per far rombare il motore o per aumentare bruscamente la velocità. Era un gesto fisico, energico, quasi esibizionistico.

Da questo uso concreto, il verbo ha iniziato a generalizzarsi. Se la manetta è un comando, “smanettare” può diventare l’atto di agire con rapidità, insistenza e una certa disinvoltura su qualsiasi comando. Il centro semantico non è più la moto, ma il modo in cui si usano le mani: ripetizione, energia, tentativi, controllo. È questo passaggio intermedio che ha permesso al sintagma in oggetto di migrare senza sforzo nel mondo dell’informatica.

Con la diffusione dei computieri (sic!) “smanettare” ha trovato un nuovo terreno fertile. È diventato il verbo perfetto per designare colui che esplora, prova, modifica, installa, disinstalla, sperimenta. Non indica semplicemente l’uso di un dispositivo, ma un rapporto attivo, curioso, talvolta audace con la tecnologia. Da qui nasce anche la figura dello “smanettone”, l’appassionato che non si limita a usare un computiere, ma ci mette le mani dentro, lo personalizza, lo testa, lo spinge oltre i limiti dell’uso comune.

Con il trascorrere del tempo, il verbo si è ulteriormente ampliato: oggi può riferirsi a qualsiasi oggetto tecnologico, dallo “smartphone” al “mixer audio”, fino a indicare in generale l’atto di trafficare con qualcosa per capirne il funzionamento. Il tratto distintivo rimane sempre lo stesso: un uso attivo e sperimentale delle mani, unito a una certa familiarità con ciò che si sta maneggiando.

Il viaggio semantico di “smanettare” racconta bene come le parole seguano i cambiamenti della società. Da un gesto meccanico legato al rombo di una moto, il verbo è arrivato a rappresentare la curiosità digitale contemporanea. E lungo il tragitto ha raccolto anche qualche fraintendimento, come quello delle maniche, che però non fa che confermare quanto le parole sappiano evocare immagini e interpretazioni anche quando la loro storia è altrove.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


sabato 17 gennaio 2026

Il verbo fantasma che animava le scene ottocentesche

 


Il verbo labialeggiare appartiene a quella costellazione di parole che un tempo avevano una funzione precisa e oggi sopravvivono solo come curiosità linguistiche. È un sintagma che racconta un pezzo di storia del teatro ottocentesco, quando la comunicazione scenica era fatta non solo di voce, ma anche di gesti, mimica e artifici tecnici che permettevano agli attori di farsi capire anche in condizioni acustiche imperfette. In quel contesto, “labialeggiare” era un verbo utile, quasi tecnico, e descriveva un’abilità che oggi diamo per scontata o che chiamiamo in altri modi.

L’etimologia è trasparente: deriva da “labiale”, cioè relativo alle labbra, con l’aggiunta del suffisso -eggiare, tipico dei verbi che indicano un’azione ripetuta o caratteristica. Letteralmente significa quindi fare cose con le labbra, ma il suo valore semantico si è presto specializzato.

L’accezione primaria era “parlare muovendo le labbra senza emettere suono”, oppure “articolare parole in modo esagerato per farsi capire anche senza voce”. Era un gesto tipico degli attori che, durante le prove o in scena, dovevano comunicare senza disturbare, oppure simulare un dialogo non udibile dal pubblico. In alcuni trattati di recitazione dell’Ottocento il verbo compare come indicazione di scena, quasi un termine tecnico: labialeggiare una battuta significava pronunciarla solo con il movimento delle labbra, lasciando che fosse il pubblico a intuire il contenuto.

Non mancavano episodi curiosi legati a questa pratica. Un attore milanese, celebre per la sua dizione impeccabile e per un certo gusto nel rubare la scena, durante un monologo altrui iniziò a labialeggiare con tale enfasi un finto dialogo sullo sfondo da attirare l’attenzione del pubblico più delle parole del protagonista. Il capocomico, furioso, lo apostrofò a fine spettacolo dicendo che “se voleva parlare, parlasse; se voleva tacere, tacesse; ma che smettesse di labialeggiare come un pesce in padella”. Da allora, nella compagnia, il verbo divenne sinonimo di sabotaggio muto.

Gli esempi d’uso oggi suonano quasi teatrali: Durante la prova, l’attore labialeggiava le battute per non coprire la voce del protagonista; oppure La comparsa labialeggiava un finto dialogo sullo sfondo della scena. È un verbo che porta con sé un gesto preciso, quasi cinematografico ante litteram, e che restituisce l’atmosfera di un teatro fatto di sguardi, movimenti e silenzi.

Oggi “labialeggiare” è praticamente scomparso dall’uso comune, sostituito da espressioni come muovere le labbra, parlare a labbra mute o mimare le parole. Rimane però una piccola gemma linguistica, un frammento di lessico teatrale che racconta come la lingua sappia registrare anche i dettagli più effimeri dell’arte scenica.

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Perché questi anni e non *quest’anni?

L’aggettivo dimostrativo "questo" e il suo corrispondente femminile "questa" si comportano in modo radicalmente diverso nel passaggio dal singolare al plurale quando si trovano davanti a una parola che comincia con una vocale. Se al singolare l’elisione (l’eliminazione della vocale finale sostituita dall’apostrofo) è una pratica comune e talvolta caldamente consigliata per rendere la lettura più fluida - si pensi a forme come quest'anno o quest'isola - al plurale la situazione cambia totalmente. La grammatica italiana contemporanea, sostenuta dall'autorità di dizionari come il Treccani, stabilisce che le forme questi e queste non debbano mai essere apostrofate.

La ragione principale di questo divieto non è fonetica, ma funzionale e comunicativa: l'esigenza di preservare la distinzione di genere. In italiano, le desinenze -i (maschile) ed -e (femminile) sono i pilastri che reggono l'identità plurale del nome. Se scrivessimo “quest'alberi” e “quest'erbe”, l'apostrofo scancellerebbe (sic!) proprio l'elemento che ci permette di distinguere se stiamo parlando di un gruppo maschile o femminile. Mentre al singolare il genere è spesso recuperabile dal sostantivo stesso o dal contesto senza troppi sforzi (quest'amico vs quest'amica), al plurale la fusione grafica creerebbe un'ambiguità che la lingua cerca di evitare per garantire la massima chiarezza.

Va inoltre considerato che la pronuncia delle vocali plurali è meno soggetta a quegli scontri cacofonici che invece caratterizzano il singolare. In espressioni come questi individui o queste ombre, lo iato che si viene a creare è considerato accettabile, se non addirittura necessario per dare il giusto peso ritmico alla frase. Sebbene in passato, specialmente nella prosa letteraria o poetica dei secoli scorsi, fosse possibile imbattersi in elisioni plurali (spesso limitate a casi di identità tra le vocali, come quest’istanti), oggi tale uso è considerato un arcaismo, anzi un errore da evitare assolutamente. In una scrittura corretta e moderna, dunque, si scriverà sempre questi aerei (ricordando che, come suggerisce la grammatica, l'aereo ha [non “è”] decollato ed è ora in quota) o queste amiche, mantenendo intatta la vocale finale per onorare la precisione morfologica della lingua di Dante e di Manzoni.



venerdì 16 gennaio 2026

La sfida delle congiunzioni: perché vs giacché

 

L’italico idioma offre spesso coppie di parole che sembrano equivalenti ma che, osservate da vicino, rivelano sfumature preziose. È il caso di “perché” e “giacché”, due connettivi causali che condividono una funzione simile ma non sovrapponibile. Capire come e quando usarli non è solo un esercizio di precisione linguistica: significa cogliere la ricchezza espressiva della nostra lingua e scegliere ogni volta la tonalità più adatta al contesto. Non a caso, tra gli studiosi circola un aneddoto divertente: un celebre professore di filologia, noto per il suo rigore quasi maniacale, interrompeva spesso gli studenti che usavano “giacché” nel parlato. Sollevava un sopracciglio e commentava: «Ah, quindi oggi siamo in modalità ottocentesca». L’aula rideva, e da quel momento era nato un gioco: infilare “giacché” in una conversazione informale senza farsi scoprire. Chi veniva beccato doveva offrire una merendina alla pausa successiva. Un episodio leggero, certo, ma che dice molto sul carattere particolare di questa parola.

Sotto il profilo etimologico i due termini hanno origini diverse. “Perché” nasce dalla fusione di per che, costruzione già attestata nel Medioevo, dove che fungeva da pronome relativo o congiunzione. Con il trascorrere del tempo l’unione grafica ha consolidato un uso polivalente: interrogativo, causale, finale. “Giacché”, invece, deriva da già che, dove già aveva il valore di “dal momento che”, “poiché è vero che”. L’evoluzione verso la forma univerbata ha mantenuto questa sfumatura temporale-causale, rendendolo un connettivo più letterario e riflessivo.

Nel significato odierno “perché” è la congiunzione causale più comune e neutra della lingua italiana. Introduce il motivo di un’azione o di un fatto e si adatta a qualsiasi registro, dal parlato informale allo scritto più sorvegliato. È inoltre l’unico dei due lessemi che può assumere valore interrogativo (“Perché sei qui?”) o finale (“Studio perché possa essere promosso”). “Giacché”, al contrario, è un connettivo esclusivamente causale e appartiene a un registro più elevato. Non introduce domande, non esprime finalità e porta con sé un senso di causa già nota o considerata evidente da chi parla. È un sintagma che crea un’atmosfera più meditata, quasi narrativa, e che nel parlato quotidiano può risultare ricercato o ironicamente teatrale, proprio come suggeriva il professore dell’aneddoto.

La differenza tra i due termini si coglie soprattutto nell’uso. “Perché” è versatile, immediato, quotidiano; “giacché” è selettivo, formale, più adatto alla scrittura che alla conversazione. In molti contesti possono sostituirsi, ma non sempre senza alterare il tono. Dire “Non esco perché piove” è naturale e diretto; “Non esco, giacché piove” suona più ricercato, quasi letterario. Inoltre, “giacché” non può mai introdurre una domanda né una frase finale, mentre “perché” sì. Questa asimmetria funzionale impedisce la piena intercambiabilità.

Alcuni esempi chiariscono meglio i casi in cui i due termini non possono essere scambiati. Nelle interrogative dirette o indirette, “giacché” è impossibile: “Perché sei arrivato tardi?” non può diventare “Giacché sei arrivato tardi?”. Lo stesso vale per le frasi finali: “Ti chiamo perché tu capisca” non può trasformarsi in “Ti chiamo giacché tu capisca”. Anche nel parlato spontaneo, l’uso di “giacché” risulterebbe artificioso: “Non vengo perché sono stanco” è naturale; “Non vengo, giacché sono stanco” appare forzato, a meno che non si voglia deliberatamente adoperare un tono più formale o ironicamente ricercato.

In conclusione, “perché” e “giacché” condividono una funzione causale ma appartengono a registri diversi e non sono sinonimi perfetti. Il primo è universale, flessibile, quotidiano; il secondo è più elegante, circoscritto e adatto a contesti in cui si vuole sottolineare una causa già nota o conferire alla frase un tono più letterario. Conoscerne le differenze permette di scegliere con consapevolezza e di sfruttare al meglio le sfumature che ci offre la lingua di Dante e di Manzoni, modulando il discorso con precisione e stile.

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“Avere il gallo sulla lingua”


U
n modo di dire come “avere il gallo sulla lingua” appartiene a quella fascia di espressioni popolari che oggi sopravvivono quasi solo nei repertori linguistici, ma che un tempo coloravano il parlato con immagini vivide e un po’ teatrali. È una locuzione che racconta molto della fantasia con cui l’italiano antico sapeva spiegare i difetti, le esitazioni e le goffaggini dell’essere umano.

“Avere il gallo sulla lingua” significava balbettare, parlare in modo impacciato o con difficoltà, come se qualcosa impedisse alla lingua di muoversi liberamente. L’immagine è volutamente esagerata: un gallo, animale vivace e rumoroso, che si posa sulla lingua e la blocca. L’iperbole rendeva immediatamente chiaro il senso dell’espressione, trasformando un difetto di pronuncia in una piccola scena comica.

L’etimologia è da ricercare nella tradizione popolare: il gallo, simbolo di disturbo e di chiasso improvviso, rappresentava metaforicamente un impedimento al fluire della parola. Non esistono attestazioni letterarie di grande rilievo, ma la locuzione compare in raccolte di modi di dire ottocenteschi e in glossari dialettali dell’Italia centro-settentrionale, dove era usata soprattutto in contesti familiari o scherzosi.

Nell’uso quotidiano, l’espressione veniva impiegata per prendere bonariamente in giro chi non riusciva a esprimersi con scioltezza: “Oggi hai il gallo sulla lingua”, si diceva a chi inciampava nelle parole; oppure: “Parla piano, che il gallo scende”, rivolto a un bambino emozionato o timido. Era un modo di alleggerire la situazione, trasformando l’imbarazzo in un’immagine buffa.

Oggi la locuzione è (quasi) scomparsa, ma resta un piccolo gioiello della fantasia linguistica italiana, capace di ricordarci quanto la lingua sappia essere creativa anche quando descrive le nostre imperfezioni.