sabato 15 ottobre 2016

Che ambascia!


 La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it" è: ambascia. Per maggiori "informazioni" si veda qui e qui.

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Come al solito – locuzione popolare per come il solito . Nella predetta locuzione l’aggettivo solito acquista il valore di sostantivo con l’accezione di costume, abitudine e simili e si fa precedere dall’articolo, non dalla preposizione: sei sempre in ritardo, come il solito (come è tua abitudine). Se si vuole adoperare la preposizione al si deve omettere il come: al solito, sei sempre in ritardo. Alcuni vocabolari però... Ma tant'è.


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Perso o perduto? Visto o veduto?

Ecco il "verdetto" dell'Accademia della Crusca.

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.



venerdì 14 ottobre 2016

Daghesciare...


La parola proposta da questo portale, non a lemma nei vocabolari dell'uso e "menzionata" solo nel Tommaseo-Bellini, è: daghesciare. Verbo di origine ebraica che vale raddoppiare, parlando, una o piú lettere.

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Continuano ad arrivare, sempre piú numerose, richieste circa la reperibilità del nostro libro "Un tesoro di lingua". Il volume - ribadiamo non in vendita  - è consultabile (e scaricabile) in rete cliccando su questo collegamento. La copia cartacea si può richiedere all'Editore: Associazione Nazionale Nuove Direzioni - Cittadino e Viaggiatore
posta : 50125 FIRENZE via San Niccolo' 21

telefoni : 055 2469343 / 328 8169174
telefax : 055 2346925




giovedì 13 ottobre 2016

Inconscie: con o senza la "i"? Senza, non c'è dubbio


Il vocabolario Treccani in rete si dà la zappa sui piedi, a nostro modesto avviso,  per quanto attiene al plurale di "inconscia": incònscio agg. e s. m. [dal lat. tardo inconscius, comp. di in-2 e conscius «conscio»] (pl. f. -sce o -scie). La grammatica, sempre del Treccani, specifica, invece, che i sostantivi in "-scia" nella forma plurale perdono la "i".
-CIA, -GIA, -SCIA, PLURALE DEI NOMI IN 
Nei plurali dei sostantivi femminili terminanti con le sillabe -cia o -gia non accentate, la grafia segue di solito una regola pratica: 
– si conserva la i quando la c e la g sono precedute da vocale 
acacia
▶ acacie 
ciliegia
▶ ciliegie 
– si elimina la i quando c e g sono precedute da consonante 
goccia
▶ gocce 
spiaggia
▶ spiagge 
Si tratta di una questione puramente ortografica: al plurale, infatti, la i non viene pronunciata (come nel singolare) e non serve neanche a indicare la corretta pronuncia della c e della g (come invece accade nel singolare); dunque potrebbe essere eliminata sempre. E questo accade – in una situazione analoga – con i nomi che terminano con la sillaba -scia non accentata 
conscia
▶ consce 
coscia
▶ cosce 
fascia
▶ fasce 
Quando invece la i dei gruppi -cia, -gia, -scia è accentata, al plurale (ovviamente) si conserva sempre 
farmacìa
▶ farmacìe 
strategìa
▶ strategìe 
scìa
▶ scìe. 
La regola pratica che viene qui indicata per le parole in -cia e -gia si è diffusa e imposta solo a partire dalla metà del Novecento. Questo spiega, in testi più antichi, la presenza di grafie che seguono un diverso criterio, ispirato dall’etimologia 
provincie (latino provinciae) 
ciliege (latino *cereseae) .
La prima grafia, ad esempio, si ritrova ancora nelle targhe e nei cartelli stradali di molte città.
Stupisce il constatare che anche l'autorevole DOP "convenga" con il vocabolario Treccani.

Vediamo ancora cosa dice la "Nota d'uso" di Sapere.it (De Agostini):

 

· La regola per formare il femminile plurale di aggettivi che al maschile singolare finiscono con -scio è che la i non viene conservata, quindi inconsce. Di fatto questa i non viene pronunciata, e se nel singolare inconscia serve a indicare la pronuncia palatale di sc (come in sciarpa) davanti ad a, nel plurale perde questa funzione perché c si trova davanti a e; quindi è naturale che scompaia dalla scrittura.

mercoledì 12 ottobre 2016

Considerazioni...


 “E’ con gioia che…” Tutti i periodi che cominciano con una forma impersonale sono impropri e non si debbono adoperare in buona lingua italiana. Non si dica e non si scriva (ci rivolgiamo soprattutto agli operatori dell’informazione), per esempio, “è stato per te che l’ho fatto” ma, correttamente, “l’ho fatto per te”. Oltre tutto non è più facile e… “orecchiabile” la forma corretta?
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Tutti i giornali, quelli sportivi in particolare, scrivono “gimcana” (con tanto di “m”) in luogo della “più corretta” forma ‘gincana’ (con la “n”). Quest’ultima grafia, invece, è da preferire (essendo “più corretta”) perché più vicina all’etimologia del termine: l’indostano “gendkana”. Non lo sostiene l’illustre “signor nessuno”, estensore di queste modeste noterelle, ma Aldo Gabrielli, la cui fama di “padre della lingua” è nota a tutti. Nel suo vocabolario illustrato della lingua italiana possiamo, infatti, leggere: “Inutili le forme ‘gimcana’ e (peggio, ndr) ‘gimkana’. In origine campo di gioco destinato a vari esercizi di ginnastica; oggi comunemente gara all’aperto, composta di giochi d’abilità e di destrezza; gare automobilistiche o motociclistiche con percorso capriccioso e con ostacoli stravaganti, corse nei sacchi, esercizi di equitazione eccetera. Dall’inglese ‘gymkhana’, derivato dell’indostano ‘gendkana’, composto di ‘gendu’ (palla) e ‘khana’ (campo di gioco), alterato sull’inglese ‘gymnastics’ (ginnastica).
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Contrariamente alla consolante credenza, la verità non trionfa mai: un errore diventato di dominio pubblico si perpetua; le opinioni si trasmettono ereditariamente come i terreni – ci si costruisce – il tutto finisce col diventare una città.
Questa massima di Remy de Gourmont si può benissimo riferire alla nostra (amata e nel contempo bistrattata) lingua: la verità linguistica non trionfa mai; un errore diventato di dominio pubblico grazie alle “grandi firme” viene – per così dire – legalizzato finendo col fare la storia (errata) del nostro bellissimo idioma. Una prova? Quante “grandi firme” sanno, per esempio, che i sostantivi derivati da aggettivi terminanti in “re” si scrivono senza l’inserimento della vocale “e” nel corpo della parola? Leggiamo sempre “elementarietà”, “complementarietà”, “titolarietà” e via dicendo, con tanto di “e”, appunto, dentro la parola. Bene. Anzi, male, malissimo: quella “e” è maledettamente errata. Le forme corrette sono, per l'appunto, 'elementarità',' complementarità', 'titolarità'.

martedì 11 ottobre 2016

"Nessuno non deve sapere"


Una squisitissima lettera “in privato” di un amico blogghista ci ha dato lo spunto per la trattazione di alcune negazioni - nella fattispecie pronomi - che possono essere o no accompagnate con altre negazioni. E ci spieghiamo. Il lettore in questione lamenta il fatto che l’insegnante di suo figlio abbia sottolineato con la fatidica matita blu il “non” contenuto nella frase “nessuno non deve sapere” sostenendo che il “non” accompagnando il pronome nessuno - già di per sé negativo - rende la frase affermativa. Insomma, la proposizione “nessuno non deve sapere”, agli orecchi del docente, suona “tutti devono sapere” perché, sostiene, due negazioni affermano. Di primo acchito saremmo d’accordo con il docente, ma a un esame piú approfondito scopriamo che quel “non” è un errore veniale da sottolineare con la matita rossa essendo solo un francesismo (senza ombra di dubbio da evitare in buona lingua italiana). Prima di addentrarci nei vari “meccanismi” delle negazioni ci piace riportare quanto dice sulla voce, o meglio sul pronome ‘nessuno’ il linguista Leo Pestelli:  Alla voce ‘nessuno’ è attaccato un noto sofisma. ‘Nessun gatto’ ha due code. Ma ogni gatto ha una coda di piú che ‘nessun gatto’. Quindi ogni gatto ha tre code. Il sofisma è fondato sul fatto che la prima premessa (‘nessun gatto’ ha due code) sembra affermativa, asserendo assolutamente, ossia senza eccezioni, mentre è negativa: nessun gatto, equivalendo a (ciasc.) un gatto non... In altri termini ‘nessuno’, che ci viene dal latino ‘ne ipse unus’ (non già da ‘nescio unus’), è il pronome ‘ciascuno’, ‘ognuno’, il quale ha attratto e incorporato la negazione che propriamente si riferisce all’azione o allo stato espressi dal verbo. Tornando al “non” e ai suoi vari “meccanismi”, c’è da dire che molti grammatici sono dubbiosi se si debba adoperare, e quando, l’avverbio di negazione “non” in compagnia di “nessuno”, “nulla”, “niente” e altre voci negative. Costoro sostengono anche che in lingua italiana non è tassativa la norma per la quale due negazioni affermano. In proposito noi, molto sommessamente, manifestiamo le nostre riserve e portiamo a suffragio un modo di esprimersi tanto caro ai politici, “non possiamo non riconoscere”, dove è evidente che i due “non” si annullano rendendo la frase affermativa: non possiamo non riconoscere equivale, infatti, a “riconosciamo”. Per non creare, per tanto, dei veri e propri garbugli è bene seguire - a nostro modo di vedere - alcune semplici regolette. Quando i pronomi negativi “nessuno”, “nulla” e “niente” sono posposti al verbo (si trovano dopo) si rafforzino col “non”: non so nulla; non ho visto nessuno; non ha detto niente. Allorché, invece, sono preposti al verbo (cioè prima) stanno da sé senza altra negazione: nessuno è arrivato; nulla mi piace. Per quanto attiene al pronome “niente” occorre fare qualche altra osservazione: ha un valore neutro e sta per “nessuna cosa”; acquista una valenza positiva nelle interrogazioni e nelle proposizioni condizionali con il significato di “qualche cosa”. I soliti esempi faranno chiarezza: ti occorre niente? (cioè “qualche cosa”); se niente (“qualche cosa”) ti serve, io sono qui per aiutarti.    



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 La parola che portiamo all'attenzione dei lettori, e non "lemmata" nei vocabolari dell'uso, è: sunzione*. Sostantivo femminile con il quale si indica la comunione che il sacerdote fa (per proprio conto) durante la celebrazione della messa.

* Dal latino "sumere", assumere, inghiottire.

lunedì 10 ottobre 2016

Il cristiano e il fesso


La nostra lingua è ricchissima di parole omofone (che hanno il medesimo “suono”) e omografe (che si scrivono nello stesso modo) ma con significato completamente diverso. Alcune di queste parole hanno cambiato di significato nel corso dei secoli, come nel caso di cretino che ha mutato il significato originario di “cristiano” in quello di “stupido”, “sciocco”. Può sembrare irriverente ma è proprio così: in Provenza l'alpigiano era ritenuto, forse più a torto che a ragione, un “povero cristo”, un “crétin”, un “povero cristiano”, talmente sempliciotto da essere considerato uno scemo, uno stupido. La voce “cretino”, dunque, nell'accezione a tutti nota, non è schiettamente italiana ma francese. Diverso è il caso di fesso, con due significati ben distinti. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: “rotto”, "crepato per il lungo" (un vaso fesso, cioè rotto); “imbecille”, “stupido”. Che relazione intercorre tra l'imbecillità e la rottura, visto che il termine ‘fesso' presenta queste due accezioni? Apparentemente nessuna. Proviamo, però, a risalire all'etimologia. Nel significato di ‘rotto' fesso non è altro che il participio passato (con valore aggettivale) del verbo “fendere” (tagliare, spaccare, oppure ‘attraversare cosa fitta e folta': fendere la folla, fendere l'acqua); nel significato, invece, di ‘stupido', ‘imbecille', ‘sciocco' è voce napoletana derivata da “fessa”, cioè da vulva. Chissà perché, nell'opinione popolare, gli organi genitali sono sempre stati sinonimi di stupidità. La “fessa”, comunque, non è una piccola fessura del corpo? Ecco, quindi, la relazione che – a nostro personale parere – intercorre tra il fesso, inteso come ‘rotto' e il fesso nell'accezione di ‘stupido'.
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Forse è il caso di "ricordare" ai redattori titolisti di codesto "autorevole" quotidiano in rete che, in buona lingua italiana (la notizia proviene dalla redazione di Firenze, patria di Dante), le parole straniere non si pluralizzano.
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Il parente? Un... attinente
Pochi sanno, probabilmente, che l'aggettivo attinente, che significa "relativo a", "concernente" e simili, è anche un sostantivo ambigenere che vale "parente". Per approfondimenti si veda qui, qui e qui.

domenica 9 ottobre 2016

Mammamia, che schifo!

Ecco un’altra parola omofona e omografa ("schifo") ma con distinti significati: ripugnanza, ribrezzo e battello di piccole dimensioni.
La prima accezione del termine, vale a dire quel senso di ripugnanza, nausea, disgusto, ci riporta al francese antico eschif, e questo al teutonico skiuhjan (‘aver riguardo’, quindi per estensione, ‘evitare’, ‘scansare’, ‘rifuggire’). Colui che ha nausea di una determinata cosa “ne ha riguardo”, quindi la evita, la schiva.
Il secondo significato, quello di battello, scialuppa, si rifà al longobardo skif (‘battello’). È interessante, in proposito, notare quanto scrive C.A. Mastrelli: «Si farà ora accenno a un aspetto sorprendente dell’influsso dei Longobardi (sulla lingua italiana, ndr); sorprendente perché mostra l’incidenza che essi hanno avuto anche per un settore della lingua, e quindi per un aspetto storico-culturale, che poteva non apparire tipico del mondo germanico. Infatti nei dialetti italiani si riscontra un piccolo manipolo di termini che hanno a che fare con le attività connesse all’acqua (…). Sotto questo profilo si chiariscono forse anche i prestiti “skif”, ‘imbarcazione’, ‘scafo’ (…) che vedono i Longobardi, o le popolazioni longobardizzate, impegnati anche nella navigazione specialmente fluviale e lagunare, in un ambito geografico nel quale essi si trovavano ai margini della sfera di influenza bizantina». 
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Piovigginare o pioviccicare?
Cortese dott. Raso,
 quando piove leggermente quale verbo bisogna usare tra "piovigginare" e "pioviccicare"? Conversando con un amico ho adoperato il secondo, ma sono stato ripreso. Qual è, dunque, il verbo corretto? Ho sempre adoperato pioviccicare e non sono mai stato corretto...  Grazie per l'attenzione.
 Cordialmente.
Federico B.
Varese
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Gentile amico, entrambi i verbi si possono adoperare anche se, per la verità, "pioviccicare" è piú di uso regionale; alcuni vocabolari, infatti, non lo registrano. Ecco un bell'esempio di "piovigginare": «La nebbia a gl’irti colli Piovigginando sale» (G. Carducci).
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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": fervorino.

venerdì 7 ottobre 2016

"Senza...né..."


Da un autorevole quotidiano in rete:
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Non è la prima volta che codesto giornale, "che fa opinione", cade in un simile strafalcione: la congiunzione da correlare a "senza" è "né", non "e". Leggiamo dal "Treccani": «Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è né, più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo)». Il titolo corretto, per tanto, avrebbe dovuto recitare: «Dormono tra i rifiuti senza luce né acqua».

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La parola che portiamo all'attenzione dei lettori - a lemma in pochi vocabolari - la prendiamo dal Treccani e dal Tommaseo-Bellini: elentico. Aggettivo che vale confutativo.


giovedì 6 ottobre 2016

Adesso e ora

Da un quotidiano in rete:

(In prima pagina, non ripetuto in quella interna)
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Increduli, abbiamo consultato tutti gli "incunaboli" in nostro possesso per vedere se gli avverbi "adesso" e "ora" avessero significati differenti. No, hanno identico "valore semantico". Un vocabolario per tutti: adesso [a-dès-so] A avv. 1 In questo momento, ora, nel tempo presente: a. ho da fare; ora1 [ó-ra]  A avv. (troncato in or nell'uso lett. e poet. e in alcune locc.) 1 In questo momento, subito: o. non posso dirtelo, domani sì; o. mi sembra troppo tardi per uscire; e o., che facciamo?
|| Adesso, al presente.


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Andare a far terra per pipe


Ecco un modo di dire "inconsueto", adoperato in senso scherzoso il cui significato è morire. La locuzione allude al corpo del defunto che, una volta inumato, si trasforma in terra. E con la terracotta, un tempo, si facevano le... pipe.

mercoledì 5 ottobre 2016

Che soffoggiata!


La parola proposta da questo portale, relegata, però, nella soffitta della lingua è: soffoggiata. Sostantivo femminile indicante un fardello, un peso, che si porta "nascosto" sotto il mantello.
E quella segnalata, ieri, da "unaparolaalgiorno.it": eudemonia.