venerdì 30 aprile 2010

Piazzare e rimpiazzare (rimpiazzarsi)


Ecco due verbi che - anche se attestati dai vocabolari - a nostro modo di vedere - sono da evitare in buona lingua italiana essendo dei francesismi. Entrambi derivano, infatti, dal francese “place” (piazza, posto, luogo, spazio). Il primo si può benissimo... “rimpiazzare”, secondo i casi, con “disporre”, “collocare”, “mettere”, “fissare”, “sistemare”,
“vendere”, “giungere”, “arrivare” e simili: quel commerciante disonesto mi ha “piazzato” (venduto) una lavatrice usata; quel maratoneta si è “piazzato” (è arrivato) quarto. Nel gergo ippico, però, “cavallo piazzato” è ormai consolidato e quindi... insostituibile. Il secondo, sempre secondo i casi, si può - in buona lingua - sostituire con... “sostituire”, “succedere”, “subentrare”, “supplire”, “dare il cambio”, “scambiare” e simili: Giulio è stato chiamato a “rimpiazzare” (sostituire) il capufficio, che è in ferie.

giovedì 29 aprile 2010

"Forse" e "bene"


“Forse” e “bene”... forse è bene ricordarlo, sono uno avverbio, l’altro avverbio e sostantivo. Il primo vocabolo ha molte sfumature che danno un significato diverso alla proposizione (o al periodo) a seconda del contesto. Vediamole. Può indicare: 1) un dubbio, un’incertezza, un’esitazione: ‘forse’ arriverò giovedí prossimo; 2) un permesso, una concessione: ‘forse’ potresti provare ; 3) una speranza, una possibilità: ‘forse’ riusciremo in quell’impresa; 4) un’ironia: do fastidio, ‘forse’? esclamò il rapinatore; 5) un’approssimazione: erano ‘forse’ cinque le persone coinvolte; 6) un caso (nelle interrogative): quando sei uscito hai ‘forse’ incontrato Luigi? Da notare che nelle interrogative retoriche accentua la negazione o l’affermazione: è ‘forse’ una bugia ciò che ti sto dicendo?; ‘forse che’ non rammenti che ne abbiamo già discusso?
Bene, invece, può essere tanto sostantivo quanto avverbio. Si può troncare in “ben”, nel caso sempre senza apostrofo, anche davanti a sostantivi femminili: ben amato, ben amata. Una forma particolare di troncamento in vocale con l’apostrofo è “ be’ ” (ebbene, dunque) adoperata come “avverbio concessivo”, “avverbio conclusivo” e “avverbio interrogativo”: be’, cosa desideri? Nelle parole composte che cominciano con la consonante “p”, contravvenendo alla regola grammaticale, la “n” non si tramuta in “m” in quanto i componenti sono ancora avvertiti come distinti: benportante (ben portante); benpensante (ben pensante) ecc.

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“Quanti americani amano parlare come gli italiani”? Si clicchi su
http://www.ladante.it/newsletters/2010/allegati/IlMessaggero20100428.pdf
Un piccolo appunto grammaticale. Nella penultima riga dell'articolo, là dov'è scritto "cercasi" si corregga in "cercansi".

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Amici blogghisti che ci leggete per la prima volta, fate attenzione ai “coniugatori di verbi” in rete: non tutti sono affidabili. Guardate come coniuga il presente indicativo di “trasalire” il coniugatore di “Virgilio”:

Forma: AttivaAusiliare: Avere
Tempo
Coniugazione

INDICATIVO PRESENTE
io trasalo noi trasaliamo
tu trasali voi trasalite
egli trasale essi trasalono

mercoledì 28 aprile 2010

Il misoneista e l'eidotropio



Tra le parole della nostra lingua che andrebbero salvate ci piace ricordare "misoneista" e “eidotropio”, ambedue di derivazione classica. Il primo vocabolo, aggettivo e sostantivo, è tratto da "misoneismo" [dalle voci greche "miso" (odio) e "neo" (nuovo)]. Il misoneista avversa, odia le novità. È, dunque, sinonimo di 'conservatore'. Il secondo termine, ci fa notare Ottorino Pianigiani, è una voce modernamente formata dal greco “èidos”, aspetto, figura e “trépô” , girare ed è uno strumento che fa vedere, in un gioco ottico, delle forme diverse.

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Volete vendere? Nessun problema se conoscete la lingua italiana.
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martedì 27 aprile 2010

Uso corretto di "meno"


Due parole, due, su “meno” che può essere aggettivo, avverbio, pronome e sostantivo. In funzione di avverbio è il comparativo irregolare di “poco” e serve per formare il comparativo di minoranza: meno difficile; meno appropriato. È quindi errato il comparativo “piú poco” anche se, per la verità, è abbastanza frequente nell’espressione “il piú poco possibile”; locuzione che - a nostro avviso - in buona lingua è da evitare. È adoperato molto spesso, invece, in luogo di “minore”: con quell’arnese si fa meno (minore) fatica.

Per gli altri usi corretti di “meno” riportiamo ciò che dice il Sabatini Coletti:

meno [mé-no] avv., agg., pron., s. (compar. dell'avv. poco; si contrappone a più; può troncarsi in men; ha anche la forma rinforzata di meno; come avv. e agg. può essere preceduto e graduato da poco, un po', ben, molto, decisamente ecc., e focalizzato da altri avv., come anche, ancora, sempre ecc.)
· • avv.
· 1 In misura o in grado minore; forma i comparativi di minoranza: a) con il secondo termine introdotto da di: i disegni sono meno belli delle sculture; Aldo ha studiato meno di Michele; si usano di quanto, di quello che, di quando, di come (talora seguiti da un non pleonastico), se il secondo termine è una frase (con il v. al congiunt. o all'ind.): è meno spavaldo di quanto (non) sembri; ora è meno magra di quando è arrivata; b) con il secondo termine introdotto da che: fare le pulizie gli piace meno che (non) cucinare; c) con il secondo termine implicito o sottinteso (spec. in situazioni note): stagli meno vicino; con avv. o locc. temporali o spaziali (sempre, di giorno in giorno ecc.) che istituiscono un confronto con stadi precedenti, in progressione: il bosco diventa via via meno fitto
· 2 Forma il superl. rel. (dove è preceduto, anche a distanza, dall'art. determ.) e altre espressioni che esprimono il grado minimo di una qualità, condizione ecc.: è il vestito meno caro che abbia trovato
· 3 Entra in formule e locc., anch'esse superlative o comparative, di vario genere men(o) che, al di sotto di: un romanzo men che mediocre men che meno, men che mai, ancor meno, in misura ancora minore tanto meno, a maggior ragione non, dopo frase negativa: non mi piace il mare, tanto meno in agosto
· 4 Entra in varie correlazioni, con se stesso, con più e con meglio meno… (e) meno, quanto meno… tanto meno, indicano andamento parimenti decrescente tra i dati correlati: meno dormi e meno dormiresti meno… (e) più, quanto meno… tanto più (o viceversa), esprimono andamento inverso tra i dati correlati: meno gli dai retta, e più ti cerca meno… e meglio, segnala che riducendo una certa azione aumenta l'effetto desiderato: meno lo tocchi e meglio è chi più chi meno, tutti anche se in misura diversa più o meno, pressappoco né più né meno, esattamente, per l'appunto
· • In funzione di prep.
· 1 Tranne, salvo: sono sempre a casa, meno il sabato; seguito da che regge un elemento nominale o introduce una frase eccettuativa con il v. all'inf.: hanno invitato l'intera squadra, meno che me; accetto tutto, meno che vederti triste
· 2 mat. Col valore di “tolto” e reso graficamente da una barretta orizzontale a metà altezza del rigo, indica la sottrazione di un numero da un altro: quattro meno due fa due (4 – 2 = 2); è usato in algebra per i numeri relativi negativi e nella misurazione della temperatura per i gradi sotto lo zero: meno tre (-3); nei giudizi scolastici, indica una valutazione leggermente inferiore al voto cui è posposto: 6–, bene–; più in generale segnala quanto manca a un dato valore: sono le undici meno un quarto
· • agg. inv.
· 1 Con valore compar., minore (per quantità, intensità, durata ecc.; associato a nomi sing. di cose non numerabili) o in numero minore (associato a nomi pl. di cose numerabili). Il secondo termine della comparazione è introdotto da di, di quanto, di quello che o che, con le stesse modalità dell'avv.: Gianni ha mangiato (molti) meno dolci di me; legge meno libri che (non) riviste; oppure può essere sottinteso: procedi con meno fretta; meno storie e ubbidisci!
· 2 Attenua il sign. di un nome: senza il sole, le vacanze sono meno vacanze
· • pron. indef. inv. (spesso nella forma rinforzata di meno)
· 1 Una quantità minore, in frasi partitive (spec. segmentate) con ne anticipato: quel negozio è fornitissimo di sci, questo ne ha molti (di) meno
· 2 Con valore neutro (prossimo a quello dell'avv.), un che, un qualcosa di mancante, sotto una data misura (che fa da termine di paragone): ha meno di trent'anni; con un sign. specifico ricavabile dal contesto (spesso riferibile a denaro, beni, tempo o altro): compra la carta che costa (di) meno; se dormo meno del solito sto male in men che non si dica, in pochissimo tempo o con grande facilità poco meno, quasi, ci manca poco fare a meno di qlcu. o di qlco., farne senza, prescinderne: non posso fare a meno di te; seguito da frase con v. all'inf., evitare: farò a meno di disturbarlo; non averne nessuna voglia: ne farei volentieri a meno venir meno, mancare, essere sottratto o sottrarsi; di persona, anche svenire o morire • loc. cong. a meno che (non), a meno di (non), salvo che, tranne che; introducono una frase eccettuativa: dovrei partire domani, a meno che (non) sopraggiungano imprevisti; anche come cong. testuale, che riassume in sé l'eccettuativa e conferisce alla frase seguente valore avversativo rispetto a quanto detto in precedenza: Sarà dura. A meno di (non) rinunciare
· 3 (con valore di pl.) Nella loc. in meno, in numero minore: siete troppi, dovreste essere in meno per poter discutere
· 4 (con valore di pl., preceduto dall'art. determ.) Il minor numero, la minoranza, detto di persone: spesso sono i meno a influenzare i più
· • s.m. inv.
· 1 (con valore di neutro sing.) Il minimo: devi stancarti il meno possibile il meno che possa capitare, il danno meno grave questo è il meno, la parte minore di quello che devo dirti o che ti aspetta parlare del più e del meno, di cose non importanti, passando da un argomento all'altro
· 2 Simbolo, costituito da una barretta orizzontale, indicante in matematica la sottrazione, in algebra e nelle sue applicazioni i numeri relativi negativi e le misure negative, in fisica e in chimica le cariche elettrostatiche e i poli negativi
· • sec. XIII
· • I puristi hanno censurato l'uso di o meno per indicare un'alternativa negativa, raccomandando di sostituirlo con o no. Quest'ultima espressione, però, può negare un'intera frase dotata di verbo (in dimmi se verrai o no il no equivale a “se non verrai”), ma non può essere usata per negare un elemento isolato: in tali casi bisognerebbe ricorrere a un termine di sign. contrario oppure alla combinazione con non. Pertanto la loc. o meno è stata ed è spesso usata: “ecco due cose le quali non so se mi garbassero o meno” (Nievo); “I giudizi circa l'esistenza o meno di una determinata tendenza psicologica […], sono sempre di carattere generico” (Croce)
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Fra breve il vocabolario Devoto-Oli consultabile in rete.
SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI
Il mondo in italiano
COMUNICATO STAMPA
IL DEVOTO OLI DIVENTA DIGITALE:
ALLA SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI
PRESENTAZIONE DEL VOCABOLARIO 2011
La nuova edizione del Devoto Oli -Vocabolario della lingua italiana
sarà presentata mercoledì 28 aprile prossimo alle ore 17 a Roma,
presso la sede della Società Dante Alighieri (piazza Firenze 27).
Interverranno Nicola Piepoli, Luca Serianni e Maurizio Trifone
Sarà presentata mercoledì 28 aprile prossimo alle ore 17 a Roma, presso la sede
della Società Dante Alighieri (Palazzo Firenze, piazza Firenze 27), l’edizione 2011 del
Devoto Oli - Vocabolario della lingua italiana (Le Monnier).
All’incontro interverranno: Nicola Piepoli, Presidente dell’Istituto Piepoli; Luca
Serianni, docente di Storia della lingua italiana presso l’Università “La Sapienza” di
Roma; e Maurizio Trifone, docente di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari.
Tutte le parole di base dell’italiano, 150.000 definizioni, 500 neologismi tratti dal
linguaggio di attualità e politica, televisione e giornali, nuove mode e tendenze,
economia e medicina, nuove tecnologie e gerghi giovanili, oltre 20.000 locuzioni,
informazioni grammaticali (reggenze, coniugazioni irregolari, femminili e plurali), tavole
a colori (carte geografiche, lingue d'Europa e dialetti italiani, bandiere del mondo, fauna
e flora dei principali ambienti naturali del pianeta) e apparati (sigle, locuzioni latine,
popoli antichi), e un CD-Rom multipiattaforma (Windows, Mac e Linux) per ricerche
rapide e avanzate, con sinonimi e contrari, compatibile con la LIM. In questa nuova
edizione, inoltre, il Devoto Oli diventa digitale grazie a una versione per iPhone
disponibile sull’Apple Store e una consultazione online per avere immediatamente a
disposizione il Vocabolario.

lunedì 26 aprile 2010

Incocciare...



Il significato proprio di questo verbo - con uso intransitivo pronominale - stando all’etimologia, è “incaponirsi”, “intestardirsi”, “ostinarsi” e simili (si vedano questi collegamenti: http://www.etimo.it/?term=incocciare e http://www.etimo.it/?term=coccia&find=Cerca ): incocciarsi sulle proprie posizioni. Alcuni lo adoperano con il significato di “imbattersi”, “incontrarsi per caso”: l’ho incocciato mentre uscivo dal portone dell’ufficio; “ieri mi sono incocciato con quel seccatore”. Anche se certi vocabolari non condannano quest’uso, coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere lo “snobbino” perché, a nostro modo di vedere, è di registro basso e di certi dialetti dell’Italia centro-meridionale.

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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Fare allungare il collo a qualcuno
Fare allungare il collo a qualcuno ovvero attivare il suo desiderio senza peraltro soddisfarlo.
Da dove sarà derivata questa locuzione ?
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Domenica, 25 Aprile 2010
La parola al Forum.
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Gentile Professore,
uno dei notisti al “Malmantile racquistato” (un poema burlesco) dà questa spiegazione circa l’origine dell’espressione “allungare il collo”: “Aspettare che venga da mangiare; poiché quando uno in qualche conversazione ha grande appetito, si rivolge sempre da quella parte, donde vengono le vivande: e sta col capo elevato (ond’è che il collo s’allunga) per vedere il primo l’arrivo del cibo bramato. Questa maniera si trasporta ancora a significare la pena, che si prova nell’aspettare qualsivoglia cosa desiderata, dicendosi in tal caso: Voi mi fate allungare il collo”.

domenica 25 aprile 2010

Il diploma


Chissà se i nostri giovani studenti, che fra un paio di mesi circa saranno chiamati agli esami di maturità per conseguire il tanto agognato diploma sanno che questo termine era considerato - fino a un’ottantina d’anni fa - un brutto neologismo (e barbarismo) e in quanto tale avversato da insigni linguisti quali il Fanfani e il Panzini. Il vocabolo infatti, sebbene di “matrice” classica (greco-latina) è giunto a noi attraverso il francese: diplôme. Ma andiamo con ordine e vediamo, innanzi tutto, i vari passaggi semantici fino a quello odierno - che interessa in questa sede - di “documento ufficiale con cui si attesta il conseguimento di un titolo di studio o l’abilitazione all’esercizio di una professione”: diploma di maturità classica, diploma di perito agrario, diploma di geometra ecc. L’origine, dicevamo, è classica essendo, per l’appunto, il latino “diplòma”, tratto dal greco “diploma”, derivato di “diplún”, render doppio, propriamente “foglio piegato in due”. Perché? Ce lo spiega Ottorino Pianigiani (http://www.etimo.it/?term=diploma). In seguito il vocabolo ha oltrepassato le Alpi ed è tornato a noi con il verbo “diplomare” (dal francese, appunto, “diplômer”). Le voci ‘francesi’ diplomare e diplomato, dunque, appena giunte in Italia furono oggetto di aspre critiche da parte di molti puristi tanto che il Panzini nel suo dizionario (1908) scriveva che
“ ‘diplomato’ per ‘patentato’, cioè fornito di diploma, è fra i nostri piú brutti e frequenti neologismi, non raro - purtroppo - nelle scuole”. Per la cronaca: il giudizio negativo scomparve a partire dall’edizione del 1931. E sempre dal francese (quantunque la “matrice” sia sempre la stessa) è giunto a noi il termine “diplomazia” (francese “diplomatie”), vale a dire quella “procedura che regola i rapporti ufficiali fra due Stati”. E qui come non ricordare alcuni bellissimi versi del poeta romanesco Trilussa (Alberto Salustri)? “Se dice dipromatico pe’ via / che frega co’ ‘na certa educazzione / cercanno de nasconne l’opinione / dietro un giochetto de fisionomia”.

sabato 24 aprile 2010

Abortare?


Cortese dott. Raso,
nel ringraziarla per la gentile risposta circa l’uso corretto di “sottecchi”, mi permetto formularle un’altra domanda. Si può adoperare il verbo “abortare” in luogo di abortire? Ho trovato questo verbo in un vecchio libro di mio nonno. Ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso, ma non ne ho trovato traccia. Potrebbe essere un errore di stampa?
Grazie
Giovanni M.
Terni
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Gentile Giovanni, nessun errore di stampa. Il verbo “abortare” invece di abortire era in uso fino a un paio di secoli fa. È attestato nel vocabolario Tommaseo- Bellini e in quello degli Accademici della Crusca nell’edizione del 1867. Usarlo oggi sarebbe, naturalmente, un... orrore.

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Tra le parole da salvare, da non relegare, cioè, nella “soffitta della lingua” (come nel caso di ‘abortare’) ci piace segnalare un verbo: ALLUCIARE. Si trova nel vocabolario del Tommaseo-Bellini e in quello degli Accademici della Crusca del 1923. Significa “guardare con intensità e con desiderio (qualcuno”).
Vocabolario degli accademici della Crusca, Volume 1‎ - Pagina 386
Alluciare. Att. Volgere attentamente le luci , cioè gli occhi, verso di alcuno.


venerdì 23 aprile 2010



Il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia con la voce dell’insigne linguista Bruno MIGLIORINI.
Si clicchi su http://www.dizionario.rai.it/static.aspx?treeID=347

giovedì 22 aprile 2010

Calcolare...


Il significato ‘principe’ del verbo denominale “calcolare” (si veda: http://www.etimo.it/?cmd=id&id=2874&md=b11130792bde8676e0b9b351e6eb81d8 ) è “determinare misure, quantità, rapporti mediante calcoli matematici”: calcolare la grandezza di una piazza. Adoperarlo - come molti fanno, “spalleggiati” da alcuni vocabolari - nel significato di “ponderare”, “giudicare”, “stimare”, “confidare”, “considerare”,
“valutare” e simili è un uso improprio che - a nostro modo di vedere - gli amanti del bel parlare e del bello scrivere debbono evitare: Giulio non ti calcola (considera, stima) per niente.

mercoledì 21 aprile 2010

"Sottecchi" o "di sottecchi"?


Gentile dott. Raso,
seguo con interesse le sue “noterelle” da diverso tempo, e le trovo veramente impareggiabili. Speriamo che il problema tecnico del Cannocchiale (http://www.faustoraso.ilcannocchiale.it/) si risolva al piú presto perché quel sito è ricco di collegamenti interessantissimi e utili. E vengo al dunque. È corretto dire “guardare sottecchi”? Non si deve dire “di sottecchi”?
Grazie e cordiali saluti.
Giovanni M.
Terni
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Cortese amico, la ringrazio innanzi tutto per le sue belle parole: mi spronano a impegnarmi sempre di piú. Quanto alla sua domanda la risposta è affermativa: l’avverbio ‘sottecchi’, che significa “con la coda dell’occhio”, si può adoperare anche senza la preposizione “di”. Non solo, si possono usare anche le varianti - rare, per la verità - “sottecche” e “sottecco”. Sembrerebbe, sotto il profilo etimologico, la forma ‘alterata’ di “sottocchio” (o sott’occhio), che non è la stessa cosa, però. Tenere qualcuno sottocchio significa ‘tenerlo d’occhio’, mentre guardare qualcuno di sottecchi significa ‘sbirciarlo’, guardarlo senza che questi se ne accorga. Veda anche questo collegamento:
http://www.etimo.it/?term=sottecchi&find=Cerca

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Dalla rubrica “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Farci l'osso
Farci l'osso ovvero abituarsi a qualcosa.
Non mi spiego la similitudine e perciò interrogo questo Forum, così bene frequentato.
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Martedì, 20 Aprile 2010
La parola dunque al Forum.
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Cortese Professore,
l’espressione “farci l’osso” è l’equivalente della locuzione popolare “farci il callo”, di significato intuitivo: abituarsi a qualcosa di sgradevole, e quindi non provare piú fastidio o sofferenza.