domenica 12 giugno 2016

Il ministro (servo) e la minestra

Il nostro idioma è ricco di parole “di tutti i giorni”, di parole, cioè, di uso comune che... usiamo tutti i giorni e che conosciamo “per pratica” ma dal significato “intrinseco” nascosto. Chi non conosce, ad esempio, il significato “scoperto” di minestra, vocabolo sulla bocca di tutti e che ha generato molti modi di dire, tra i quali – quello più conosciuto – “è sempre la solita minestra”, vale a dire “è sempre la stessa cosa”? Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana e leggere, alla voce in oggetto: minestra – vivanda per lo più brodosa che si mangia come primo piatto; pietanza di riso o pasta, in brodo con verdura o legumi o cotta in acqua, scolata e condita e, in senso figurato, “operazione”, “faccenda”. Questo, dunque, il significato “scoperto”. E quello “nascosto”? Che cosa è, insomma, questa “minestra”? Lo scopriamo se risaliamo all’origine del vocabolo che è tratto dal verbo dell’italiano antico “minestrare”, vale a dire “servire”, particolarmente “porgere”, “versare i cibi a tavola”. E nei tempi antichi chi serviva i cibi a tavola? Il “minister”, cioè il servo, il domestico. Da “minister” (tratto dal latino “minus”, ‘inferiore’), vale a dire da “colui che prepara e serve le vivande”, si è fatto il latino “ministrare”, da questo l’italiano antico “minestrare” (‘somministrare’) e, infine, “minestra” che propriamente vale “vivanda servita o da servire in tavola”.
Questo vocabolo – dicevamo all’inizio delle nostre noterelle – ha generato molti modi di dire. Vediamoli assieme. “Mangiare questa minestra o saltare dalla finestra”: accettare una condizione o ricevere di peggio; “minestra riscaldata”: cosa ormai passata che si vuol far rivivere a tutti i costi; “essere un’altra minestra”: è tutt’altra cosa; “mangiare la minestra in testa a qualcuno”: essere più bravo in qualche cosa; “essere il prezzemolo d’ogni minestra”: intrufolarsi dappertutto.
E a proposito di minestra, come non riportare due frasi celebri che hanno nobilitato questo vocabolo dal... “sapore” contadino? La prima la estrapoliamo dalle “Opere edite e inedite” di Carlo Cattaneo: niente di più stolto del ricco che trova troppo buona la minestra del contadino! Il contadino miserabile isterilisce la terra e spianta il possidente. La seconda, da Pellegrino Artusi, nel suo “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”: una volta si diceva che la minestra era la biada dell’uomo.
E concludiamo questa modestissima chiacchierata con un’altra parola di uso comune e dal significato “nascosto”: mansarda. Cominciamo con il dire che non è un termine schiettamente italiano essendoci giunto dal francese “mansarde”. Il significato “scoperto”, dunque, tutti lo conosciamo: piccola sopraelevazione di alcuni edifici a forma di abbaino con tetto a due spioventi e, per estensione, soffitta. Il significato “coperto” nasconde il nome dell’architetto francese François Mansart (1598-1666) che introdusse questo tipo di costruzione riconvertendo i sottotetti e già usati come abitazione nel periodo medievale. Quanto ad abbaino, cioè al lucernario, vale a dire all’apertura sopra i tetti, per “salirci” sopra, o per dar luce a camere che stanno sotto il tetto viene dal genovese “abbaén” (fratino, piccolo abate). “Da un documento del Quattrocento – ci fa sapere Gianfranco Lotti – si apprende che in Liguria questo termine era in uso per indicare la ‘tegola di ardesia’, di colore simile a quello dell’abito di certi frati. A maggior ragione fu chiamata ‘abbaino’ ogni finestra , praticata sui tetti, con copertura a due spioventi, la cui forma ricorda il cappuccio dei monaci”. Restando in tema di etimologia (e per assonanza), è interessante scoprire l’origine di “abate” che, attraverso il latino “abbate(m)”, passando per il greco ecclesiastico ci conduce all’aramaico “ab” (‘padre’). Gli abati, i frati, non sono i nostri padri?

sabato 11 giugno 2016

Somigliare, assomigliare, rassomigliare

I tre verbi sopra menzionati sono interscambiabili, come possiamo leggere in un bell'articolo di Paolo D'Achille (Crusca). Noi aggiungiamo, sommessamente, che si possono adoperare transitivamente e intransitivamente; possiamo dire, per tanto, che Giuseppe somiglia tutto suo padre o che Luigino somiglia tutto a suo fratello.

***
La parola che portiamo all'attenzione dei lettori è: salmata. Sostantivo denominale femminile che sta per "discorso lungo e noioso". Derivato da salmo con l'aggiunta del suffisso "collettivo" -ata.

venerdì 10 giugno 2016

Spezzare una lancia

Pregiatissimo dott. Raso,
ho scaricato il suo prezioso libro "Un tesoro di lingua"; è veramente un tesoro da custodire con cura perché dà alcune informazioni linguistiche che non sempre si trovano nei normali testi grammaticali come, per esempio, la differenza tra "defatigante" e "defaticante". Io finora ho sempre detto "defatigante", non sapendo di affermare il contrario di ciò che intendevo dire. Nel suo libro tratta anche alcuni modi di dire, ne approfitto per chiederle, cortesemente, donde proviene la locuzione "spezzare una lancia". Grazie in anticipo se avrà la bontà di rispondermi e complimenti per il suo encomiabile lavoro in difesa della nostra cara lingua italiana.
Cordiali saluti.
Rossano V.
Treviso

---------------
Cortese Rossano, il modo di dire completo cui lei allude è "spezzare una lancia a favore di qualcuno" e significa perorarne la causa, parlare in sua difesa di fronte a chi lo attacca. L'espressione fa riferimento ai tornei cavallereschi dove i cavalieri erano sempre pronti a battersi per difendere l'onore di qualcuno, ma soprattutto per difendere una dama. Il primo scontro avveniva con le lance che, molto spesso, si spezzavano al primo impatto.
***
La parola proposta, che non tutti i vocabolari attestano perché ritenuta desueta, è: equite. Sostantivo maschile che vale "cavaliere", viene dal latino "equite(m)", da "equus" (cavallo).

mercoledì 8 giugno 2016

Giustiziare e comminare

Un'interessante disquisizione della Crusca sui verbi summenzionati.

***

La parola che proponiamo all'attenzione dei lettori, non "lemmata" nei più comuni vocabolari dell'uso, è: rupofagia. Sostantivo femminile con il quale si indica il desiderio patologico di cibarsi di rifiuti o di sporcizia.

martedì 7 giugno 2016

La "lingua" della stampa


Da un quotidiano in rete:


(Titolo della prima pagina, in quella interna è diverso)

Ci eravamo presi la briga di segnalare la "svista" (quel "di" di troppo) alla redazione, ma inutilmente. Evidentemente il corpo redazionale è convinto della correttezza di quel "di". La nostra segnalazione - crediamo - sarà stata ritenuta errata...  Vediamo, allora, l'uso corretto di "dopo" dando la 'parola' al linguista Vincenzo Ceppellini: «Avverbio di tempo. Indica il tempo posteriore (Ci vedremo dopo; Dopo discuteremo). Talora ha valore di congiunzione (Dopo che sarai arrivato) (...). Usato come preposizione si costruisce direttamente, o con la preposizione 'di' davanti ai pronomi personali: dopo la sfilata; Dopo di te; Dopo tutti gli altri (...)».
 ***
 La parola segnalata da "unaparolaalgiorno.it": concertare.

lunedì 6 giugno 2016

La metafora

Onestamente non ricordiamo se l'argomento che stiamo per trattare sia già stato... trattato, nel caso ci scusiamo "preventivamente". Vogliamo parlare di una figura retorica chiamata "metafora", ritenuta la regina (delle figure retoriche) in quanto è il tropo piú importante e quello che ha maggiormente interessato (e interessa tuttora) gli studiosi di lingua. Le definizioni della metafora sono state molte nella storia della retorica (arte del parlar bene), noi riportiamo - e facciamo nostra - quella di Aldo Gabrielli, uno dei maggiori linguisti del XX secolo: «Dal greco "metaphorà", trasferimento, vocabolo composto di "metà", altrove, e "phèro", porto: è il traslato per eccellenza, per il quale si trasferisce a un vocabolo il significato di un altro vocabolo. Per fare un esempio, se noi diciamo "quell'uomo è una lumaca" abbiamo fatto una metafora, in quanto abbiamo addirittura identificato l'uomo con l'animale. La ragione artistica di questo traslato sta nella sostituzione di un'immagine concreta, piú viva e colorita (lumaca) all'idea astratta (lentezza)». La metafora, insomma, se adoperata con accortezza, dà un tocco di classe stilistica ai nostri scritti perché consiste nel trasferimento di un'espressione che indica una qualità, una cosa, una circostanza o quant'altro, dal suo ambito proprio a un ambito diverso dal primo che, però, ha qualcosa di essenziale in comune con questo. Attenzione, però, a non confondere la metafora con la similitudine (la prima "trasferisce" il significato di un vocabolo a un altro, la seconda lo "paragona"). Non a caso abbiamo scritto, all'inizio, che la metafora è la regina dell' "arte del parlare e dello scrivere" (retorica), una ragione c'è: è la figura retorica che ha dato il maggior contributo alla formazione del lessico. Una riprova? La "testa", nell'accezione a tutti nota di "parte superiore del corpo umano e di quello degli animali", proviene da un vocabolo latino che significava "vaso di terracotta" e scherzosamente era adoperato nel mondo dei nostri antenati romani pressoché nello stesso significato che oggi noi diamo al termine "zucca" per indicare, metaforicamente appunto, la testa. C'è da dire, e concludiamo queste noterelle, che molto spesso la metafora nasce anche per necessità... linguistica (lessicale); ma non bisogna abusarne.

domenica 5 giugno 2016

Essere pettegolo come una taccola

Questo modo di dire dovrebbe esser noto agli amici lettori veneti derivando, la voce pettegolo, dal dialetto veneto, appunto, "petegolo" (propriamente "piccolo peto", vale a dire "rumore intemperante e sgradevole"). Il pettegolo, infatti, con le sue "chiacchiere e commenti maliziosi su altre persone" non emette sempre un chiacchierío, quindi un "rumore sgradevole"? E perché come una taccola? È presto detto. La taccola, un uccello dei passeriformi simile alla cornacchia, vive in comunità e si unisce spesso a gruppi di corvi e stormi emettendo un verso continuo e articolato che unito al verso degli altri uccelli dà la sensazione di un interrotto chiacchiericcio. Di qui il "paragone metaforico" con la persona pettegola. Alcuni Autori - occorre dirlo per "onestà linguistica" - fanno derivare la voce pettegolo o, meglio, la connettono a "putus", ragazzo, attraverso una forma diminutiva di "puticolus" ('fanciullo' e i fanciulli - si sa - non stanno mai zitti, ndr); altri a "petere", andare verso, ricercare e il "petente", vale a dire il "richiedente" - anche questo si sa - non sta mai zitto: con le sue "richieste" diventa assillante. Il modo di dire si adopera anche nella variante "pettegolo come una portinaia", vale a dire chiacchierone come la tradizione dipinge le portinaie, che solitamente si intromettono nei fatti degli altri e sanno tutto ciò che riguarda gli inquilini del palazzo.
***
La parola proposta da questo portale - non attestata nella maggior parte dei vocabolari dell'uso - è: oblatratore. Sostantivo maschile deverbale il cui significato è "maldicente", "denigratore", "calunniatore" e simili. È tratto dal verbo latino "oblatrare", letteralmente "latrare contro";  con uso figurato vale "scagliarsi contro qualcuno", quindi calunniarlo e simili.               

sabato 4 giugno 2016

Non avere il becco di un quattrino e fare una grigia

Vi sarà capitato senz'altro - in alcune circostanze - di non avere il becco di un quattrino e fare, quindi, una figuraccia, la cosí detta grigia. Tutti conosciamo il significato delle due espressioni, pochi, forse, conoscono le origini dei due modi di dire. Vediamole assieme. Cominciamo dalla seconda  locuzione, "fare una grigia", fare, cioè, una figuraccia, una figura meschina.  Quest'espressione, dunque, si rifà direttamente al colore grigio nel significato figurato di "scialbo", "meschino": che grigia! (sottintendendo figura). Varie sono, invece, le ipotesi circa l'origine del "becco di un quattrino". Riportiamo quella - a nostro avviso  piú credibile - che fa derivare il modo di dire dal fatto che un tempo svariate monete recavano su una delle due facce l'immagine di un volatile, per esempio quella dell'aquila imperiale.
***
La parola proposta all'attenzione dei lettori è: parvipendere. Verbo di origine dotta che vale "stimare poco", "disprezzare", "tenere in poca considerazione" e simili. È pari pari il latino parvipendere, composto con "parvum" (poco) e "pendere" (valutare, stimare). E quella, di ieri ("barbara", purtroppo), proposta da "unaparolaalgiorno.it": pisquano.

giovedì 2 giugno 2016

Un tesoro di lingua



La nostra casella di posta elettronica è "intasata"  dai messaggi dei nostri gentili lettori che domandano dove possono reperire il libro "Un tesoro di lingua". Il volume, lo abbiamo scritto altre volte, non è in vendita (è fruibile collegandosi a www.nuovedirezioni.it). Il cartaceo si può richiedere, comunque, all'editore: Associazione Nazionale Cittadino e Viaggiatore  50125 FIRENZE via San Niccolò, 21
telefoni : 055 2469343 / 328 8169174
email :
info@nuovedirezioni.it
telefax : 055 2346925

mercoledì 1 giugno 2016

Ancora sulla lingua "biforcuta" della stampa

 Ci dispiace dover censurare, di tanto in tanto, la lingua "biforcuta" degli operatori dell’informazione, quelli della carta stampata particolarmente, anche se molti di questi posseggono una laurea in lettere e si definiscono linguisti; non è sufficiente una laurea in materie letterarie per potersi fregiare del titolo di linguista.
Non possiamo, dunque, rimanere impassibili davanti a orrori ortografici di cui è infarcita la stampa e gli opinionisti non possono più addebitare gli errori ortografici alla svista dei correttori di bozze, categoria professionale ormai estinta. Vediamo, dunque, sfogliando a caso qualche quotidiano, alcune indecenze ortografiche, in corsivo gli orrori.

L’arrestato, per farsi compatire, camminava a 
mò d’ubriaco; con quel pò pò di alterigia era naturale che tutti lo snobbassero; nella casa degli orrori è comparsa la scritta villa d’affittare; in quella notte tranquilla gl’astri brillavano sullo sfondo azzurro;nessun’ uomo, di questi tempi, può sentirsi tranquillo se abita una villa isolata; qual’è il difetto peggiore, domandò all’intervistata; il suo comportamento è veramente d’ammirare; gl’umori degli astanti non lasciavano presagire nulla di buono; il suo modo di fare è pressocché inaccettabile; il ragazzo è uscito dal coma grazie all’attente cure della mamma; sei proprio un bel angelo, disse la mamma al figlioletto; fate attenzione, recitava un cartello affisso nella fabbrica, gl’acidi sono nocivi alla salute; l’auto dei banditi non ha rispettato l’alt della polizia e ha accellerato la corsa; l’uomo è stato investito sulle striscie pedonali; il ministro ha, però, ribadito che non tutti beneficieranno delle agevolazioni.
Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.


***

La parola che ci piacerebbe fosse "riesumata", perché aulica a nostro avviso, e rimessa a lemma nei vocabolari è: làulo. Sostantivo maschile che vale "avo", "nonno". È un denominale derivato da "avolo" e questo dal latino "avulus" con agglutinazione dell'articolo.