sabato 23 maggio 2015

Il cosmopolíta e l'agrofilàce

La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": cosmopolita. L'accezione del termine è nota: si potrebbe dire che significa "cittadino del mondo". È "sconosciuta" , invece, l'ortoepia, vale a dire la sua corretta pronuncia. Il vocabolo, dunque, ha l'accentazione piana: cosmopolíta. L'accento tonico, cioè, deve cadere sulla penultima sillaba (- lí -). E quella segnalata da questo portale: agrofilàce. Sostantivo maschile che vale "guardiano dei campi", "guardia campestre".

giovedì 21 maggio 2015

Metterci una croce sopra

Chi adopera, ovviamente in senso figurato, il modo di dire in oggetto? Colui che considera chiuso un argomento e non vuole (o non può) tornarci piú sopra. Questa locuzione, dunque, è nota a tutti. Pochi però, forse, sanno che l'espressione è presa in prestito dai registri contabili. Un tempo - sui registri della contabilità - le partite e i crediti non esigibili venivano segnati con una... croce a margine. Da registrare anche l'ipotesi che fanno alcuni autori secondo i quali l'espressione richiama il segno della croce che fanno i sacerdoti quando danno l'estremo saluto a un defunto. Di significato affine e di origine intuitiva la locuzione "metterci una pietra sopra": fa pensare, naturalmente, a una pietra con la quale si chiude definitivamente un sepolcro.


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Da "Domande e risposte" del sito Treccani:

È possibile scrivere l'avverbio "su" con l'accento? Esempio: “il caffè mi tira sù”; “vado sù” (al piano di sopra).

Non è corretto. Non c'è bisogno di distinguere su avverbio (come negli esempi presentati) da su preposizione (conto su di te, Alonso su Ferrari) facendo ricorso a un'accentazione differenziale, in quanto il contesto elimina ogni dubbio.
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Dissentiamo recisamente sull'apodittica risposta degli esperti della Treccani ("non è corretto"). Il "su", in funzione avverbiale, "si può" anche accentare e chi segna l'accento non commette alcun errore. Si veda, in proposito, il DOP. Lo stesso vocabolario Treccani contraddice i suoi esperti là dove si legge:
«2. avv. A differenza di su in funzione prepositiva, che è di solito atono perché in posizione proclitica, l’avv. su è pronunciato con accento vibrato, tanto che da taluni viene scritto con l’accento, , anche per distinguerlo dalla prep., soprattutto in casi in cui la posizione della parola può lasciare incerti sulla sua precisa funzione (per es., nella frase: hai messo su la pentola?)».

mercoledì 20 maggio 2015

La mereofilia

La parola proposta da "unaparolaalgiono.it": mereofilia. E quella segnalata da questo portale: vaquatto. Sostantivo maschile che sta per "ipocrita", "soppiattone", come si può leggere nel Tommaseo-Bellini: «S. m. [Fanf.] Soppiattone, Ipocrita; quasi dica che va quatto quatto. Panciat. Cical. 22.».

martedì 19 maggio 2015

Psicologhi o psicologi?

Ci dispiace immensamente di dover parlare sempre "male" di alcuni vocabolari (tra questi anche quelli cosí detti prestigiosi), anche perché conosciamo benissimo la "fatica" che comporta la loro compilazione. Ma sappiamo altrettanto bene che i "fruitori" hanno bisogno di notizie chiare, precise e non debbono essere "ingannati" da certi dizionari che riportano i famosi "ma anche" o "o"... come nel caso del plurale dei nomi in "-logo": psicologi o psicologhi. Come dicevamo alcuni vocabolari ammettono entrambe le forme: -gi e -ghi. L'estensore di queste noterelle non è assolutamente d'accordo, una regola ci sarebbe e andrebbe rispettata. Per non aggiungere confusione a confusione, tralasciamo i sostantivi in "-logo" e occupiamoci di quelli in "-co" e in "-go" (tra questi ultimi sono compresi anche quelli in "-logo"). Vediamo, dunque. Se i predetti sostantivi hanno l'accentazione sulla terzultima sillaba (accento che si "legge" ma non si segna), ossia se sono parole sdrucciole, faranno il plurale in "-ci" e in "-gi": canonico, canonici; astrologo, astrologi; psicologo, psicologi. Se, invece, sono parole piane, se hanno, cioè, l'accento sulla penultima sillaba, faranno il plurale in "-chi" e in "-ghi": buco, buchi; mago, maghi. Non mancano, naturalmente, delle eccezioni a questa "regola", basti pensare ad amico che, pur essendo una parola piana, fa il plurale amici e non amichi; oppure a valico che fa valichi e non valici. Abbiamo voluto mettere in evidenza la possibilità di una "regola", che nella maggior parte dei casi può "funzionare". I vocabolari dovrebbero essere tutti concordi, quindi; rispettando questa "regola" darebbero alla lingua quella "omogeneità" di cui abbisogna. In casi di dubbi, amici, consultate piú vocabolari: se tre su quattro sono concordi sarete sicuri di non incorrere in madornali errori.

lunedì 18 maggio 2015

Andare a bastonare i pesci

Il padre di Luigino, delinquente incallito, era stato condannato - per l'ennesima volta - a sei mesi di carcere a causa della sua turpe "professione". Il piccolo Luigi era disperato, domandava sempre del padre, aveva nostalgia delle favole che il genitore gli narrava, la sera, per farlo addormentare. Un giorno, la madre, di fronte alle insistenze del piccolo che voleva notizie del padre e non potendo, ella, dirgli la verità lo rassicurò con una frase che lo fece sorridere: «Stai tranquillo, bambino mio, il tuo papà è andato a "bastonare i pesci" cattivi; ma sono tanti, ci vuole tempo per "punirli" tutti; sii sereno, però, non appena avrà finito correrà ta te». Il piccolo, orgoglioso del mestiere del padre, che "puniva i pesci cattivi", si addormentò felice. Il mattino successivo, tutto impettito, non poté fare a meno di rendere partecipi della sua felicità i compagni d'asilo e la maestra. Questa, incuriosita dallo strano mestiere del padre del piccino, fece una ricerca e scoprí, cosí, che "bastonare i pesci" significa essere in carcere. La locuzione, infatti, si adoperava qualche secolo fa - oggi, forse, è in disuso - quando i delinquenti erano condannati a remare sulle galee e con i remi prendevano, per cosí dire, a bastonate i pesci.

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La parola proposta da questo portale: biante. Aggettivo e sostantivo maschile. Si dice di un vagabondo che cerca di raccogliere del denaro con qualsiasi mezzo.

domenica 17 maggio 2015

"Beqquadro" è grafia corretta?

Cortese dott. Raso,
 eccomi di nuovo ad approfittare della sua competenza e non comune cortesia per un altro quesito. È corretta la grafia "beqquadro" in luogo di "bequadro" con una sola "q"? Sull'argomento i vocabolari sono discordi...
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
 Severino A.
 Rovigo
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Gentile Severino, lo stesso quesito mi fu posto, qualche anno fa, da un blogghista. Veda qui.

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È mai possibile che la prestigiosa e autorevole "Treccani" possa "propinare" simili strafalcioni? Guardate cosa si legge al lemma "fra" (frate): «fra2 (meno com. fra’ o frà) s. m. (radd. sint.). – Troncamento di frate come appellativo o vocativo davanti a nome proprio, sia che questo cominci per consonante (es. fra Galdino, ant. frate Galdino), sia che cominci per vocale (es. fra Angelico; ma anche, e meglio, frate Angelico)». Fra' e frà, è bene precisarlo subito, non sono forme meno comuni, ma errate. Fa bella compagnia al vocabolario Treccani quello del Sabatini Coletti in rete.

sabato 16 maggio 2015

Amicale




La parola del giorno proposta da "Unaparolaalgiorno.it": amicale.
E quella suggerita da questo portale: arfasatto (goffo, scimunito).

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Dal "Tgr Lazio" delle 14.00 di oggi:
«... L'uomo ha riportato una prognosi di 15 giorni...».
Siamo sobbalzati sulla poltrona: da quando la "prognosi" è una malattia o un trauma? La prognosi è, come si può leggere in un qualsivoglia vocabolario, "la previsione circa il decorso e l'esito di una malattia o di un trauma". La prognosi, quindi, "si fa", non "si riporta". Qualche anima buona regali un dizionario d'italiano ai redattori del telegiornale RAI del Lazio.

venerdì 15 maggio 2015

Il risquitto

Ancora un altro termine della nostra bella e musicale lingua relegato nella soffitta: risquitto. Il vocabolo, sostantivo maschile, sta per "sollievo", "riposo" e simili. Sarebbe bello se i vocabolaristi lo rispolverassero e lo rimettessero a lemma nei dizionari. Dal "Tommaseo-Bellini":
S. m. Riposo, Sollievo, Rispitto (V.). Rammenta Requies; come se la S sia preposta per metatesi. Requietio Jovinian, in S. Girol. – Lib. Mot. (C) Gli fece dire, che pensasse dell'anima; il Conte giucava, quando il messo gliele disse, e non lasciò però il giucare, e disse, che un dì di risquitto bastava assai. Serd. Stor. 7. 260. Rintuzzarono intanto la ferocia del tiranno, ed ebbero un poco di risquitto per alcuni mesi a potersi provvedere delle vettovaglie. Ciriff. Calv. 2. 60. Allor Ciriffo senza alcun risquitto…, Forte spronando mise un grande strido. Varch. Stor. 7. 226. L'intenzion sua era di voler dare oggimai alcuna requia, o risquitto alla misera, e tanto tempo in tanti modi afflitta, e tormentata Italia. Tac. Dav. Stor. 1. 46. Fu chiesto che a' centurioni si levasse la rigaglia, già diventata tributo, di farsi pagare da soldatelli privati i risquitti delle fatiche (il testo lat. ha: vacationes). [Laz.] E ann. 1. 17. Ell'è pur tribolata e scarsa questa nostr'arte! dieci assi il giorno ci vale anima e corpo! con questi abbiamo a comperar vitto, vestito, armi, tende, misericordia da' centurioni, e un po' di risquitto. E 3. 37. Piaceva più vederlo (Druso) spendere il giorno in ispettacoli, la notte in cene, che rinchiuso fantasticare di cose rematiche e odiose, che Tiberio e le spie gli porgevano tutto dì senza veruno sollazzo o risquitto. = Dep. Decam. 87. (C) Noi andavam pensando se questa voce per avventura potesse esser quel risquitto, che ancora le nostre donne ne hanno in bocca, che spesso dicono: prendersi alquanto di risquitto. Buon. Fier. 2. 1. 6. Ognun talor dêe avere i suoi resquitti. E 4. 5. 1. E non vi caglia de' nostri resquitti.Salvin. Annot. ivi: Resquitto e risquitto è dal latino respectus, siccome despitto dal latino despectus. Vale una certa cura e guardia che viene a farsi da se medesimo appresso il travaglio e la fatica. Così quando i soldati pigliavano rinfresco e ristoro, i Latini dicevano curare corpora, prender resquitto.
Si veda anche qui.

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Due parole sull'uso corretto di "incognito", che si costruisce senza la preposizione "in" (non in incognito, quindi). Il cantante è giunto a Roma incognito. L’aggettivo, infatti, viene dal latino incognitus composto con la preposizione negativa in e il participio passato del verbo cognoscere. La preposizione "in" è già "dentro" la parola, anzi all'inizio. Attendiamo, in proposito, gli strali di qualche linguista "d'assalto" nel caso s'imbattesse in questo sito.

 

 

 

giovedì 14 maggio 2015

Il bestiame e il denaro

Nelle nostre modeste noterelle abbiamo sempre scritto che se c'è una scienza interessantissima questa è l'etimologia, vale a dire la scienza che ha per oggetto lo studio dell'origine delle parole di una lingua. Questa branca della linguistica ci permette di scoprire cose... inaspettate. Chi avrebbe mai immaginato, infatti, che l'aggettivo pecuniario in origine non aveva nulla che vedere con il denaro? Per saperne di piú diamo la parola a Lodovico Griffa.

(Pecuniario) è aggettivo di origine dotta e deriva dal latino "pecunia" (denaro) che non è passato direttamente nella lingua italiana. A sua volta il termine latino deriva da "pecus" (bestiame). Evidentemente per i nostri antichissimi antenati, dediti alla pastorizia in territori non ancora ben divisi e dai confini incerti, la ricchezza consisteva nel numero di capi di bestiame che la famiglia possedeva e da cui ricavava sostentamento e qualche possibilità di scambio con altri. Il bestiame, insomma, sostituiva il denaro. In tempi di piú avanzata civiltà, quando già da secoli correva sui mercati come denaro il metallo coniato, il termine "pecunia", non avendo piú riferimento con la realtà concreta, fu soppiantato nella parlata popolare da "solidus" (da cui "soldus" e poi 'soldo') e da "denarius", che indicavano due monete (il "nummus aureus" e il "denarius") correnti ai tempi dell'impero, visibili e toccabili, anche se spesso non possedute da tutti. Cosí "pecunia" rimase nel latino letterario e scritto e morí con esso, mentre "soldus" e "denarius" passarono nel volgare (l'italiano). Si possono sentire talvolta in italiano frasi come "ho poca pecunia", "occorre molta pecunia" e simili. Sono frasi di gergo dotto, cioè usate nella cerchia di persone sulla cui parlata influiscono i ricordi di scuola. Nel gergo udremo invece: "Ho poca grana; "occorre molta grana". L'italiano medio, non dotto e non gergale, suona invece "ho poco denaro".

Quanto alla voce gergale "grana" (per denaro), secondo il vocabolario Treccani, il termine deriverebbe dal nome di una antica moneta napoletana e siciliana.

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La parola proposta da questo portale: lautetrico.  È un aggettivo (del linguaggio ecclesiastico) tratto da "latria" e indica il culto riservato esclusivamente a Dio.

 

 

mercoledì 13 maggio 2015

Un buon candiero

Si avvicina l'estate e che c'è di meglio di un buon candiero gelato? Forse nessuno dei nostri venticinque lettori conosce questo termine perché non attestato nei vocabolari. Si tratta di una bevanda a base di zucchero, latte e uova. E se i vocabolaristi lo rimettessero a lemma?