Molti lettori - senza saperlo - hanno provato (e provano) sulla loro pelle il senso di quest'espressione in quanto è affine a quella piú conosciuta e adoperata, "stare sulle corde" che significa - come si sa - "essere in apprensione", "essere in attesa di una risposta", "stare tra il sí e il no", insomma "stare sul chi vive". Che cosa c'entra il ponte con la locuzione? Ce lo spiega Ludovico Passarini (il "re" dei modi di dire): «... presa l'immagine o dal ponte stretto di un'asse di legno sopra l'acque per passarle; od anco, ch'è piú probabile, dal ponte levatoio posto nel fossato circondante le antiche rocche; il qual ponte, restando ordinariamente sospeso, non veniva abbassato per dare il passo a un inviato o a persona sconosciuta, se il castellano, o il signore della rocca non lo concedeva. Intanto che questi venisse avvertito, o risolvesse, il forestiere doveva star lí "in ponte", ossia era "tenuto in ponte" ad aspettare col dubbio penoso di vederlo o no calato, e per un tempo piú o meno lungo, tirasse vento o piovesse alla dirotta. Lo stare come sospeso nell'uno e nell'altro ponte è situazione penosa; e simile a questa è lo stato di chi aspetta una notizia interessante. Dicesi anche delle cose».
È interessante - in proposito - riportare anche la spiegazione circa l'origine del modo di dire che dà il Minucci, uno dei notisti al "Malmantile racquistato" (un poema burlesco). Secondo questi, dunque, l'espressione deriverebbe dall'usanza degli antichi Romani di tenere le ceste (oggi diremmo le urne) per l'elezione dei magistrati sopra alcune tavole che chiamavano "pontes": «Il mio voto è ancora nelle ceste, o coperto, e per conseguenza io sono sospeso, ed incero di quel che abbia a essere di me». E conclude (il Minucci) sostenendo che da questa usanza, appunto, è nato il modo di dire che «ci serve poi, questo, detto "Tenere uno in ponte" per esprimere "trattenere uno colle speranze, o con altro" secondo il subietto».
***
Stronzare
Il verbo che avete appena letto, e che non tutti i vocabolari attestano, non ha il "sapore" volgare come potrebbe sembrare di primo acchito: era usatissimo fino a un paio di secoli fa e significa "diminuire", "tagliare", "restringere", "ridurre","decurtare" e simili. "Per tornare in pareggio occorre stronzare le spese". Qui la coniugazione.
lunedì 13 aprile 2015
sabato 11 aprile 2015
L'acquarzente e il penetotrofio
Tra le parole cadute nell'oblío e cassate dai dizionari dell'uso ci piace menzionare l'acquarzente e il penetotrofio. Il primo termine tutti lo conoscono, inconsciamente, perché ne fanno uso sporadicamente o quotidianamente. Il vocabolo indica, infatti, una bevanda alcolica ad alta gradazione. Il secondo, fortunatamente, lo conoscono - sempre inconsciamente - poche persone perché designa un ospizio per poveri e mendicanti.
Per l'origine dei due sostantivi si veda qui e qui.
***
Deputatessa
Per il vocabolario Treccani il sostantivo, anche se di uso non comune, non cozzerebbe contro la grammatica italiana:
3. s. m. (f. -a; anche -éssa, non com.) In senso stretto, membro di uno dei due rami del Parlamento italiano, detto appunto Camera dei deputati. L’appellativo è ora esteso anche ai membri del Parlamento europeo (cioè dell’assemblea dell’Unione europea) e, nell’uso com., ai membri dei consigli regionali.
Per l'enciclopedia, sempre della Treccani, deputatessa, invece, è di uso comune:
Parlamentare e scrittrice inglese (Danville, Virginia, 1879 - Grimsthorpe, Lincolnshire, 1964). Sposò in seconde nozze (1906) il visconte Waldorf Astor, conservatore; nel 1919 fu la prima deputatessa ai Comuni, conservando ininterrottamente il suo seggio fino al 1945. Per le sue relazioni mondane e l'ospitalità concessa nella sua tenuta di Cliveden anche a diplomatici nazifascisti, lady A...
Uomo politico e pubblicista inglese, nato nel novembre 1897 a Tredegar (Galles); figlio d'un minatore e minatore egli stesso dai 13 anni in su, quindi organizzatore sindacale, consigliere provinciale del Monmouthshire dal 1928 e deputato dal 1929, fu con la consorte, la deputatessa scozzese Jennie Lie, tra i fondatori del settimanale socialista ed internazionalista Tribune (1937) e, durante la guerra, fra i più decisi avversarî del "vansittartismo" in politica estera, della...
Femminista e scrittrice, nata a Langhorne presso Mirador (Virginia) il 19 maggio 1879; sposò in seconde nozze l'autorevole conservatore britannico visconte Astor. Lady A. fu nel 1919 la prima deputatessa ai comuni e conservò ininterrottamente il seggio per il collegio di Sutton a Plymouth (quindi passato alla socialista Lucy Middleton) fino alle elezioni, cui non si presentò, del 5 luglio 1945. Per le sue relazioni e l'ospitalità concessa nella sua tenuta di Cliveden..
------
Secondo il nostro modesto parere cozza, invece, eccome. Perché trasgredisce la legge grammaticale secondo la quale i sostantivi maschili in "-o" nella forma femminile mutano la desinenza in "-a": sarto, sarta; deputato, deputata.
------------
Nota d'uso (dal sito "Sapere.it" - De Agostini)
Il femminile regolare di deputato è deputata, già ampiamente usato nella lingua italiana. Alcuni preferiscono chiamare deputato, al maschile, una donna che sia stata eletta alla Camera dei deputati. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.
-------
Da "Viva la grammatica!" di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota:
«...Se l'avvocata viene chiamata avvocatessa, la deputata deputatessa e la vigile vigilessa, a quelle parole viene aggiunta una sfumatura ironica o peggiorativa, un sarcasmo col quale si vuole screditare la donna che svolge quella professione ...»
Per l'origine dei due sostantivi si veda qui e qui.
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Deputatessa
Per il vocabolario Treccani il sostantivo, anche se di uso non comune, non cozzerebbe contro la grammatica italiana:
3. s. m. (f. -a; anche -éssa, non com.) In senso stretto, membro di uno dei due rami del Parlamento italiano, detto appunto Camera dei deputati. L’appellativo è ora esteso anche ai membri del Parlamento europeo (cioè dell’assemblea dell’Unione europea) e, nell’uso com., ai membri dei consigli regionali.
Per l'enciclopedia, sempre della Treccani, deputatessa, invece, è di uso comune:
Parlamentare e scrittrice inglese (Danville, Virginia, 1879 - Grimsthorpe, Lincolnshire, 1964). Sposò in seconde nozze (1906) il visconte Waldorf Astor, conservatore; nel 1919 fu la prima deputatessa ai Comuni, conservando ininterrottamente il suo seggio fino al 1945. Per le sue relazioni mondane e l'ospitalità concessa nella sua tenuta di Cliveden anche a diplomatici nazifascisti, lady A...
Uomo politico e pubblicista inglese, nato nel novembre 1897 a Tredegar (Galles); figlio d'un minatore e minatore egli stesso dai 13 anni in su, quindi organizzatore sindacale, consigliere provinciale del Monmouthshire dal 1928 e deputato dal 1929, fu con la consorte, la deputatessa scozzese Jennie Lie, tra i fondatori del settimanale socialista ed internazionalista Tribune (1937) e, durante la guerra, fra i più decisi avversarî del "vansittartismo" in politica estera, della...
Femminista e scrittrice, nata a Langhorne presso Mirador (Virginia) il 19 maggio 1879; sposò in seconde nozze l'autorevole conservatore britannico visconte Astor. Lady A. fu nel 1919 la prima deputatessa ai comuni e conservò ininterrottamente il seggio per il collegio di Sutton a Plymouth (quindi passato alla socialista Lucy Middleton) fino alle elezioni, cui non si presentò, del 5 luglio 1945. Per le sue relazioni e l'ospitalità concessa nella sua tenuta di Cliveden..
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Secondo il nostro modesto parere cozza, invece, eccome. Perché trasgredisce la legge grammaticale secondo la quale i sostantivi maschili in "-o" nella forma femminile mutano la desinenza in "-a": sarto, sarta; deputato, deputata.
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Nota d'uso (dal sito "Sapere.it" - De Agostini)
Il femminile regolare di deputato è deputata, già ampiamente usato nella lingua italiana. Alcuni preferiscono chiamare deputato, al maschile, una donna che sia stata eletta alla Camera dei deputati. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.
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Da "Viva la grammatica!" di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota:
«...Se l'avvocata viene chiamata avvocatessa, la deputata deputatessa e la vigile vigilessa, a quelle parole viene aggiunta una sfumatura ironica o peggiorativa, un sarcasmo col quale si vuole screditare la donna che svolge quella professione ...»
venerdì 10 aprile 2015
AccoMiatare o accoMMiatare?
Cortese dottore,
seguo sempre con molto interesse le sue "noterelle" sul buon uso della lingua italiana. A questo proposito avrei un quesito da porle. La docente di materie letterarie di mio figlio (I liceo scientifico) si è "scandalizzata" e ha redarguito mio figlio perché in un componimento in classe ha scritto che "mi sono accommiatato dagli amici sul tardi, dopo una bella serata in pizzeria". Per questa insegnante il verbo in questione (accommiatare) si scrive con una sola "m". È proprio cosí? È un errore da matita blu la grafia con due "m"?
Attendo con fiducia il suo verdetto.
Grazie e cordiali saluti.
Giovanni P.
Lecco
seguo sempre con molto interesse le sue "noterelle" sul buon uso della lingua italiana. A questo proposito avrei un quesito da porle. La docente di materie letterarie di mio figlio (I liceo scientifico) si è "scandalizzata" e ha redarguito mio figlio perché in un componimento in classe ha scritto che "mi sono accommiatato dagli amici sul tardi, dopo una bella serata in pizzeria". Per questa insegnante il verbo in questione (accommiatare) si scrive con una sola "m". È proprio cosí? È un errore da matita blu la grafia con due "m"?
Attendo con fiducia il suo verdetto.
Grazie e cordiali saluti.
Giovanni P.
Lecco
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Gentile Giovanni, il verbo in questione si può
scrivere con una o due "m" (accomiatare e accommiatare), nell'uso
comune, però, prevale la grafia con una sola "m". Suo figlio, quindi,
non ha commesso alcuno strafalcione. Anzi con due "m" sarebbe
"piú corretto" perché è un verbo denominale provenendo dal sostantivo
"commiato". Stupisce l'ignoranza linguistica della docente. Ma la
scuola di oggi, purtroppo, è ricca di insegnanti non degni di tale nome, e ne
fanno le spese i discenti e la nostra povera lingua, sempre piú calpestata. Per
sua maggiore "tranquillità" veda qui, qui e ancora qui.giovedì 9 aprile 2015
Il "sesso" di eco: divergenze di opinioni (Treccani)
Abbiamo riscontrato una divergenza di
"opinioni grammaticali", nel sito della Treccani, tra il vocabolario
e l'enciclopedia, circa il "sesso" del sostantivo 'eco". Per l'enciclopedia, il predetto sostantivo nella forma singolare è femminile; per il
vocabolario, invece, nel singolare è ambigenere.
Enciclopedia Treccani
La particolarità di questo sostantivo è che cambia di genere tra singolare
e plurale.
• Il singolare del
sostantivo eco, contrariamente a quel che la terminazione in -o potrebbe
far pensare, è di genere femminileL’evento ha avuto una vasta eco
L’iniziativa ha avuto un’eco notevole (con ➔elisione)
• Il plurale, invece, è il maschile echi
Gli echi di guerra
Vocabolario Treccani
èco (ant. ècco) s. f. o m. [dal lat. echo, gr. ἠχώ] (pl. echi, unicamente
masch.). – 1. a. Fenomeno acustico per il quale un suono, riflettendosi contro
un ostacolo, torna a essere udito nel punto in cui è stato emesso, nettamente
separato dal suono che lo ha provocato e tanto più distintamente avvertito
quanto più l’ostacolo è distante (purché naturalmente non lo sia tanto da rendere il suono,
per fenomeni di assorbimento, difficilmente percepibile); più genericam., tutto
ciò che l..
Chiariamolo subito: il predetto sostantivo, nel singolare, può essere tanto
maschile quanto femminile: un eco lontano o un'eco lontana. Il maschile si spiega con la terminazione in
"-o", tipica dei sostantivi maschili, appunto; il femminile è dato,
invece, dalla provenienza mitologica del termine, come la spiega,
magistralmente, Ottorino Pianigiani. Si veda anche qui.
***
Nota
d'uso (dal sito "Sapere.it")
La parola eco,
nonostante finisca per -o, è femminile, come le parole greca e latina da
cui deriva; tuttavia talvolta viene usata al maschile e questo si spiega con il
fatto che in italiano i nomi che finiscono per -o sono in maggioranza
maschili; al plurale eco è quasi sempre maschile (gli echi).
---------
Siamo
esterrefatti. Nella forma plurale il sostantivo in questione è sempre maschile,
non "quasi sempre".mercoledì 8 aprile 2015
A proposito di "io do" o "io dò"
A proposito
del verbo "dare", la cui prima persona singolare del presente
indicativo si può anche accentare (io do o io dò, dunque), del quale ci
occupammo - su questo portale - il 13 marzo scorso, "contestando" la
risposta degli esperti della Treccani al quesito posto da un lettore, ci corre
l'obbligo, per onestà, di pubblicare la replica del "responsabile
linguistico" del sito Treccani.
Ci
permettiamo di dissentire non tanto dalle singole osservazioni critiche
avanzate dal nostro attento lettore, ché sarebbe troppo facile enumerare i
dizionari e le grammatiche di un certo affidamento che non considerano do e
dai, voci del verbo dare, bisognevoli di accento grafico, ma dall'atteggiamento
di fondo che caratterizza le considerazioni del nostro lettore: l'atteggiamento
di chi, in questo caso, sembra interpretare la discussione sulle questioni di
norma come una dialettica in cui siano in gioco più l’autorità che il merito
della questione.
Ora, siamo
noi i primi a sostenere che ciascuno deve essere vigile nelle scelte, libero e
perciò responsabile, capace di critica e autocritica. Molte volte le
segnalazioni e le critiche dei nostri lettori sono state utili, anche per
intervenire limando, correggendo, aggiornando quanto, in questa o in altre
sedi, avevamo sostenuto. Quando, però, scriviamo che “do” non si accenta, non
stiamo emettendo sentenze inappellabili, né siamo dominati dalla iattanza di
chi assume toni apodittici, ma, semplicemente, riassumiamo in una sintetica
indicazione pragmatica una tendenza prevalente nella letteratura in argomento e
– cosa sempre importante – prevalente nell’uso. Il DOP, per noi, è un
eccellente e autorevolissimo testo di riferimento, al quale ci atteniamo 9
volte e mezzo su 10, ma non è la bibbia (come non è la bibbia alcun testo
prodotto dalla Treccani, nonostante il valore dei suoi contributori
intellettuali). Tra l'altro il DOP, nel caso in questione, perlomeno segnala dò
come variante “meno comune”. Nella grammatica di Luca Serianni Italiano (con la
collaborazione di A. Castelvecchi), che certamente è tenuta per molto
autorevole, v'è scritto (cap. I, par. 177b): «Superfluo invece l'accento [...]
su dò verbo (per distinguerlo dalla nota musicale; confusione molto improbabile».
Questa indicazione ci ha sempre convinto. Sappiamo bene che dò viene da
qualcuno usato anche con l'accento. Ciò non desta in noi senso di scandalo;
caso mai, in molti, oltre a noi, solleva legittimi dubbi: la nostra lingua è
piena di usi oscillanti in una materia, come quella della grafia, che, da Bembo
in poi - e nonostante la sua iniziale e importante opera normatrice e il
successivo secolare lavorìo di tipografi e grammatici - è rimasta oscillante
fino a ieri e ancora oggi, talvolta, oscilla: vogliamo ingaggiare un'altra
battaglia su se stesso o sé stesso? Conviene
attenersi a una norma faticosamente messa in piedi nel tempo, essendo,
tra l'altro, la grafia oggetto di grande attenzione sociale e i comportamenti devianti
fortemente censurati.
Tra l'altro,
dire che si scrive in un certo modo e che questa o quella parola «non ha
bisogno di accento grafico» non significa imporre niente a nessuno. Nemmeno a
chi ha in pregio il parere di un unico pur valido dizionario come il Sandron,
al punto di erigerlo al rango di testimonio decisivo, capace da solo di
sbaragliare una serie di certificate posizioni di altro tenore. Curiosamente,
sembra che si sia poi d'accordo su un fatto, ben espresso dal nostro lettore,
al termine della sua missiva elettronica: nessuno, entro certi limiti, commette
un "reato linguistico". Ci trovassimo a scuola, i casi di do e dai
sarebbero occasione non per matitate rosse o blu, ma per un ragionamento di più
ampio respiro con gli alunni sulle caratteristiche diacroniche, sincroniche e
sociolinguistiche della (orto)grafia nella nostra lingua. Ci prenderemmo poi la
responsabilità, però, di consigliare a ragazzi e ragazze di continuare a
scrivere do e dai senza l’accento grafico, proprio perché oggi ci interessa
promuovere gli usi più stabili e porre al riparo gli scriventi da ogni dubbio
di comportamento inadeguato. Nel giorno in cui l'ascoliano moto operoso delle
menti collettivo portasse a una diversa indicazione normativa in merito a
questi due tratti (do e dai vanno accentati per iscritto!), ne prenderemmo
atto.
Ultima
notazione: è sempre bene distinguere e vedere caso per caso. Dài con l'accento
non dà (questo sì, con l’accento…) per niente fastidio: libera scelta (come per
tutti gli accenti all'interno di parola): semplicemente ricordiamoci che non ce
n'è bisogno a fini distintivi (dai preposizione articolata o, tanto meno,
imperativo anziché indicativo). Per l'accento sui monosillabi, ci atteniamo
alla grammatica di Serianni (cap. I, par. 177), perciò riteniamo do la forma
valida: indulgere all’accentazione potrebbe indurre a catena altre accentazioni
improprie, fondate su sofisticherie arcidotte (sù avverbio accentato per
distinguerlo da su preposizione, per esempio), di cui, francamente, per quanto
già argomentato, non si sente proprio il bisogno.
Silverio Novelli
----------------
Prendiamo
atto della circostanziata replica ma ci permettiamo di far notare al dr Novelli
che si dissente "da" qualcuno "su" (o "in") qualcosa. Egli scrive: « Ci
permettiamo di dissentire non tanto dalle singole osservazioni critiche
avanzate dal nostro attento lettore...». Secondo la "legge
grammaticale" avrebbe dovuto scrivere: «... di dissentire non tanto
"sulle" singole osservazioni...». Lo stesso vocabolario Treccani si
attiene, negli esempi, alla suddetta "legge grammaticale": dissentire
v. intr. [dal lat. dissentire, comp. di dis-1 e sentire «essere d’opinione»]
(io dissènto, ecc.; aus. avere). – Sentire, pensare in maniera differente da
altri: dissentiva da noi in molti punti; in questo dissento completamente da
te; d. nel giudizio, d. su una decisione, ecc. ◆ Part.
pres. dissenziènte, anche come agg. e sost. (v. la voce).
martedì 7 aprile 2015
Insultare e denigrare
Sapete cosa
facciamo metaforicamente quando denigriamo o insultiamo qualcuno? No? Vediamolo
assieme, allora. Sappiamo benissimo - per "pratica" - che denigrare significa "diffamare",
"screditare", "togliere ad altri il buon nome con volontaria
malizia". Quando denigriamo una persona, dunque, le togliamo il buon nome;
ma come? Tingendolo di nero (metaforicamente). Denigrare propriamente vale,
infatti, "tingere di nero" provenendo pari pari dal latino 'denigrare', composto
della particella intensiva "de" e "niger, nigri", nero.
Adoperato estensivamente nel senso di "annerire il buon nome" il
verbo in oggetto ha acquisito in lingua volgare (italiano) il significato
figurato di "diffamare" tingendo di nero, appunto, il buon nome di
una persona. Quando, invece, insultiamo qualcuno, vale a dire l'oltraggiamo,
l'ingiuriamo, figuratamente gli "saltiamo sopra". Anche questo verbo
è pari pari il latino "insultare", forma intensiva di
"insilire", 'saltar su', formato con la particella "in"
(su, sopra, contro) e "salire" (saltare). Non si dice, infatti, in
senso figurato, che «quella persona mi è saltata addosso»? Vale a dire mi ha
offeso, ingiuriato. E a proposito di ingiuria, cioè di offesa che lede
moralmente, quando la "mettiamo in atto" non facciamo altro che una
"cosa ingiusta"calpestando il diritto di una persona. Questo vocabolo, infatti, è un derivato del latino
"iniurius" ('ingiusto'), composto con il prefisso "in-"
negativo e il sostantivo "ius, iuris", diritto. L'ingiuria. per
tanto, è "tutto ciò che è fatto in onta al diritto di alcuno", quindi
vale "danno", "oltraggio", "affronto". L'ingiuria,
insomma, è ogni fatto detto o scritto dolosamente per "togliere il buon
nome" a qualcuno ed è affine, quindi, ma non "uguale" alla
denigrazione.
sabato 4 aprile 2015
ColluTTorio? Per carità, colluTorio
Ancora oggi, molti odontoiatri e molti scrittori sbagliano
la grafia del medicamento che serve per l'igiene della bocca. Scrivono,
infatti, "colluttorio" (con due "t") in luogo della grafia
corretta collutorio (una sola "t").
Il farmaco in questione non ha nulla che vedere con la... colluttazione.
Provenendo dal latino "collutus", dal verbo "colluere"
('sciacquare') deve mantenere la stessa radice della lingua di provenienza e
tale radice contiene una sola "t".
***
Il
"fanfarista"
Come si
chiama colui che suona in una fanfara?
Non c'è un termine che fa alla bisogna. Potremmo
chiamarlo, per tanto, "fanfarista". Il
suffisso “-ista”, sin dall'antichità, si affigge in italiano a basi
lessicali verbali e nominali per formare sostantivi che designano attività,
mestieri, professioni. Da arte abbiamo ‘artista’; da violino si ha
‘violinista’; da fanfara possiamo avere, benissimo, “fanfarista”.
***
Concordare
Due parole su questo verbo perché non sempre è adoperato
correttamente. Il verbo in esame, dunque, può essere tanto transitivo quanto intransitivo. Nel primo
caso ha i significati di: “stabilire una cosa di comune intesa” e “riuscire a
mettere d’accordo persone che sono tra loro in dissidio o in urto”, quindi “comporre divergenze”, “superare contrasti” e
simili: Dopo lunghe trattative le varie
fazioni hanno concordato un periodo
di tregua; Giovanni e Mario hanno finalmente concordato un comune piano d’azione. Nel secondo caso assume il significato di
coincidere: le tue idee concordano,
vale a dire coincidono con le mie. In
questo esempio il verbo concordare è costruito in modo corretto con la
preposizione con. Quando, però, il
predetto verbo sta per “convenire”, “essere d’accordo” si deve costruire con la
preposizione (semplice o articolata) su:
concordo con te su quanto hai detto,
sono, cioè, d’accordo con te sulle tue
idee. Si è d’accordo (si concorda), insomma, su una cosa, non con una
cosa. Quest’ultima preposizione si adopera esclusivamente con le persone: concordo
con Luigi su quanto ha esposto.
giovedì 2 aprile 2015
Un "orrore" della Treccani
Il
vocabolario Treccani in rete ha rinnovato la grafica ma non ha emendato l'
"orrore" circa il verbo "defatigare":
defatigare (non com. defaticare) v. tr. [dal lat. defatigare, comp.
di de- e fatigare «affaticare»] (io defatigo, tu
defatighi, ecc.), letter. –
Stancare, esaurire le capacità di resistenza di una persona. ◆ Part. pres. defatigante anche come agg., che affatica, che logora le forze. ◆ Part. pass. defatigato, anche come agg., affaticato, spossato.
----------------------
“Defaticare”
non è una variante non comune di “defatigare”, ma un verbo a sé stante. Defatigare
e defaticare, dunque, hanno significati
diversi. “Defatigare”, con la “g”, è pari pari il latino ‘defatigare’ composto
con il prefisso “de-” (che non ha valore sottrattivo) e il verbo ‘fatigare’
(affaticare) e significa “stancare”, “logorare”, “affaticare”. “Defaticare”,
con la “c”, è composto con il prefisso sottrattivo o di allontanamento “de-” e
il sostantivo “fatica” (‘che toglie, che allontana la fatica’). Si adopera
soprattutto nel linguaggio sportivo nella forma riflessiva e significa
“compiere determinati esercizi per togliere dai muscoli l’eccesso di acido
lattico formatosi in seguito a sforzi prolungati”. Si potrebbe dire quindi, in
senso lato, che “defatigare” sta per “procurare la fatica”; “defaticare” per
allontanarla, eliminarla.
Altri vocabolari, comunque, sono incorsi nel medesimo “orrore” del Treccani; è in buona compagnia, quindi.
Altri vocabolari, comunque, sono incorsi nel medesimo “orrore” del Treccani; è in buona compagnia, quindi.
Il Sabatini Coletti in linea, stranamente, "snobba" il verbo.
Vediamo,
ora, ciò che dice il vocabolario Gabrielli in rete:
defaticare
[de-fa-ti-cà-re]
(defatìco, -chi, -ca, defatìcano; defaticànte; defaticàto)
A v. tr.
SPORT Ridurre l'affaticamento dopo uno sforzo atletico, praticando alcuni esercizi supplementari per eliminare l'acido lattico accumulatosi nei muscoli
[de-fa-ti-cà-re]
(defatìco, -chi, -ca, defatìcano; defaticànte; defaticàto)
A v. tr.
SPORT Ridurre l'affaticamento dopo uno sforzo atletico, praticando alcuni esercizi supplementari per eliminare l'acido lattico accumulatosi nei muscoli
B v. rifl. defaticàrsi
SPORT Compiere esercizi per ridurre l'affaticamento muscolare
SPORT Compiere esercizi per ridurre l'affaticamento muscolare
defatigare
[de-fa-ti-gà-re]
(defatìgo, -ghi, defatìgano; defatigànte; defatigàto)
v. tr.
1 lett. Stancare molto, affaticare, esaurire le forze: questo lavoro potrebbe d. chiunque; fig. defatigare la mente
‖ SIN. stremare, estenuare
[de-fa-ti-gà-re]
(defatìgo, -ghi, defatìgano; defatigànte; defatigàto)
v. tr.
1 lett. Stancare molto, affaticare, esaurire le forze: questo lavoro potrebbe d. chiunque; fig. defatigare la mente
‖ SIN. stremare, estenuare
mercoledì 1 aprile 2015
Raccettare
Ancora un verbo relegato nella soffitta della lingua e che ci piacerebbe fosse rispolverato e rimesso a lemma nei vocabolari dell'uso: raccettare. Chi raccetta che cosa fa, dunque? Nulla di sconveniente, tutt'altro. Saluta gli ospiti, molto cordialmente, e si complimenta con loro. Il Tommaseo, però, dà al verbo in oggetto un significato non "molto nobile".
***
Bagattella
- questa la grafia da preferire per indicare una bazzecola, non bagatella, anche se alcuni vocabolari
l'attestano come variante.
***
Gli scherzi del "Pesce d'Aprile".
***
Gli scherzi del "Pesce d'Aprile".
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