sabato 25 maggio 2013

Che marasma!

Due parole due sull’uso corretto di un sostantivo che molti – “gente di cultura” e no – adoperano impropriamente: marasma (o, raro, marasmo). Questo sostantivo di provenienza classica – il greco – alla lettera significa “grave indebolimento del corpo dovuto a malattia o vecchiaia” e, in senso figurato, “decadimento morale”. È, infatti, il greco “marasmòs”, derivato di “maràinein” (‘consumare’). Non è corretto adoperarlo, quindi, con uso figurato, nel senso di  “confusione”, “babilonia”, “caos” e simili. Alcuni vocabolari lo attestano anche con questi significati ma chi ama il bel parlare e il bello scrivere li… “snobbi”. Come si fa, infatti, a “consumare” una confusione? Naturalmente qualche linguista dissentirà. Ma tant’è.
Ottorino Pianigiani:

venerdì 24 maggio 2013

Amarrare e ammarare

Non si confondano questi due verbi, non sono sinonimi anche se entrambi sono del gergo marinaro. Il primo, con la variante "ammarrare", è transitivo  e significa "ormeggiare": il natante ha amarrato alle 15.00 in punto. Il secondo è intransitivo e si dice degli idrovolanti che si posano sull'acqua dopo il volo. Il primo, inoltre, è un francesismo, che in buona lingua è da evitare; il secondo, invece, è stato coniato sul modello di atterrare.

giovedì 23 maggio 2013

Scriviamo (e parliamo) italiano?

Scartabellando tra le nostre cose ci è capitato sotto gli occhi il Giornale di qualche anno fa in cui un titolo ha richiamato la nostra attenzione: «Scrivete straniero e sarete puniti».

L’articolista era Luciano Satta che in quel quotidiano era il titolare di un’interessantissima rubrica di lingua: «Non usate parole straniere perché le sbagliate o ve le sbagliano» (si riferiva, forse, alla scomparsa figura del correttore di bozze? NdR). «E quando le sbagliate la brutta figura è tutta vostra». Seguiva un elenco di vari incidenti nei quali sono incorsi, ultimamente, scrittori e giornalisti di grido: errori di traduzioni, lettere saltate, accenti errati e arbitrii sintattico-grammaticali. Mai parole furono più sante e attuali.
Oggi, con la rivoluzione tecnologica avvenuta nei giornali (ma non solo), i pezzi non vengono più composti (scritti) dai tipografi e inviati in correzione al vaglio di personale altamente qualificato (correttore di bozze); oggi gli articoli vengono composti al videoterminale dai giornalisti che sono gli unici responsabili degli eventuali strafalcioni; prima, con la composizione a piombo, l’ignoranza grammaticale del redattore era imputata all’ignoranza del correttore di bozze. Il progresso tecnologico sta mettendo a nudo molte verità nascoste. Ma torniamo ai barbarismi di cui trabocca la carta stampata e no.
Personalmente, e a costo di sembrare codini (reazionari), siamo per un reciso no alle parole straniere, non tanto per la brutta figura (di cui si preoccupa, bontà sua Luciano Satta), quanto e soprattutto perché il barbarismo che imperversa sulla stampa ha fatto dimenticare agli articolisti (e ai lettori, loro malgrado) il buon uso della lingua madre.
Una riprova lampante di quanto affermiamo è un titolo di un quotidiano locale (che non menzioniamo per carità di patria): «Tra pentiti e non». Quel non, maledettamente errato, balza evidente agli occhi del lettore accorto.
Gli avverbi di negazione no e non hanno usi nettamente distinti. Il primo (no) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche, dal greco ὁλος ("hòlos", intero) e φράζω ("phrazo", dichiaro), che, riassumendo in sé un’intera frase, debbono essere sempre isolate e in posizione accentata (non debbono essere seguite, cioè, da un’altra parola): vieni o no? È evidente, da questo esempio, il fatto che il no è olofrastico, sottintende e riassume o non vieni.
Il secondo avverbio (non) non si può trovare mai in posizione accentata (cioè da solo), si usa sempre come proclitico, vale a dire unito a una parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni? Il titolo incriminato, per tanto, avrebbe dovuto recitare - in forma corretta - «Tra pentiti e no».
Moltissime penne sono convinte del fatto che l’uso di termini stranieri dia un tono ai loro scritti e li adoperano indiscriminatamente (a volte senza conoscerne il significato); assistiamo, così, a spettacoli linguistici orrendi. Tanto per cominciare, gentili amici, lo stranierese resta sempre singolare.
Abbiamo letto, in una cronaca sportiva, che «la squadra azzurra aveva molte chanches». Satta ha ragione da vendere, questo titolo è doppiamente errato: la grafia e la forma plurale del vocabolo barbaro. I critici cinematografici e televisivi amano scrivere ciack o ciak in luogo della forma corretta italiana ciac. Gli economisti scrivono crack per indicare un fallimento, un crollo bancario, invece dell’italianissimo crac.
Questi ultimi sbagliano doppiamente volendo adoperare un termine straniero al posto di quello italiano che fa tanto... volgare. La voce, infatti, non è inglese - come comunemente si crede - ma tedesca: Krach. Se non si vuole adoperare l’italiano crac si usi, almeno, il termine straniero corretto che è Krach, appunto. Questa voce si è diffusa in tutte le lingue europee - quindi anche in quella inglese - in seguito al crollo bancario avvenuto a Vienna il 9 maggio 1873.

Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.



Un manuale per risolvere i dubbi linguistico-grammaticali più frequenti. Pensato per i giornalisti e utile per tutti coloro che quotidianamente "combattono", per lavoro, con la lingua italiana. Edito da Gangemi, Roma.


Volume vincitore, per la manualistica, alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda".


mercoledì 22 maggio 2013

Piuttosto che... Ma ci «facci» il favore!

    Un articolo di Silverio Novelli. Si clicchi su:  http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/scritto_e_parlato/piuttosto_che.html

Dissentiamo, però, sul genere di "asma", che può essere tanto maschile quanto femminile, come fa notare il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=88482&r=26962

martedì 21 maggio 2013

La grammatica e l'orecchio


Vi sono persone, soprattutto tra le così dette grandi firme della carta stampata, che non ritengono necessario l’approfondimento (o lo studio) della grammatica della lingua italiana in quanto sono convinte di conoscerla bene per il semplice motivo che parlano e scrivono la lingua madre – come suol dirsi – per pratica. Esse fanno loro il detto popolare secondo il quale “la pratica uccide la grammatica”; al più, di fronte a perplessità ortografiche, ricorrono all’aiuto dell’orecchio, preziosissimo per comporre allegri motivetti con la chitarra o il pianoforte.

A costoro riteniamo utile ricordare quanto scrisse in proposito il poeta Giuseppe Giusti: “L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnare, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare”. Mai parole furono più “sante”. Chi sa quante volte, infatti, a ognuno di noi sarà capitato, nel buttar giù le classiche quattro righe a un amico, di essere assalito da dubbi sull’esatta grafia delle parole e sulla loro giusta collocazione nel contesto della frase o del periodo. Vogliamo fare un esempio? Sognamo o sogniamo? Con o senza la “ i ”? Beneficerò o beneficierò? In casi del genere non c’è musica sacra o profana che faccia alla bisogna: l’orecchio non ci viene minimamente in aiuto. Allora, immobili, con la penna in mano (ora davanti al computer, si perdoni il barbarismo), presi dall’amletico dubbio malediciamo il giorno in cui buttammo (con presunzione) alle ortiche il vecchio e prezioso libro di grammatica…

Vediamo, quindi, di sciogliere, nell’ordine, questi dubbi; prima, però, a proposito di orecchio, sarà bene ricordare che ha due plurali, uno maschile e uno femminile e non sono “interscambiabili” non si adoperano, cioè, indifferentemente. Si usa il maschile per indicare l’organo dell’udito (mi fanno male “gli orecchi”); si adopera il femminile, invece, in seno figurato ( “le orecchie” del libro).

Sognamo o sogniamo, dunque? Sogniamo (con la “ i ” ), anche se, a suo tempo, imparammo che tra il digramma (unione di due lettere formanti un unico suono) “gn” e le vocali a, e, o , u non si inserisce la “ i ”: quindi scriveremo “sogno”, “regno”, “ognuno”, eccetera. La “ i ” di sogniamo è obbligatoria e si giustifica con il fatto che è parte integrante della desinenza “iamo” della prima persona plurale del presente indicativo, del presente congiuntivo e dell’imperativo. Tutti i verbi in “-gnare” (disegnare, insegnare, ecc. ma anche quelli in “-gnere” e “-gnire”) quindi, conservano la “ i ” ogni qualvolta detta vocale faccia parte della desinenza.

Beneficerò, senza la “ i ”. I verbi in “ciare” (come quelli in “giare”) perdono la “ i ” che pure è parte integrante del tema (o radice) davanti alle desinenze che cominciano con le vocali “e” o “ i ”. In questi casi, infatti, la “ i ” non è più necessaria per mantenere il suono palatale alla consonante “c” (o “g”). Scriveremo, dunque, “beneficeremo”, “mangeremo”, “comincerei”. Solita eccezione, “effigiare”: conserva la “ i ” in tutta la sua coniugazione.

Qualche osservazione ancora, visto che trattiamo un tema prettamente grammaticale, sui sostantivi composti con il prefisso “con-” (assieme). Contrariamente a quanto ci hanno abituato le “grandi firme” (e ci piacerebbe sapere chi stabilisce la “grandezza”) che si piccano di fare la lingua, il suddetto prefisso si unisce direttamente al nome. Occorre solo ricordare che la “n” cade davanti a parole che cominciano con vocale: coabitazione (non co-abitazione come, dicevamo, sono solite scrivere le grandi firme del giornalismo), mentre si trasforma in “m” davanti ai sostantivi che cominciano con le consonanti labiali “ p ” e “ b ”: “combelligerante”, “comprimario”; si assimila, invece, davanti a “ m ”, “ l ”, “ r ” (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui nell’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda) e avremo, quindi, “collaboratore”, “corresponsabile”, “commilitone” e via dicendo. A proposito, alcuni vocabolari ammettono la voce “coproduzione” e il suo composto ( “coproduttore” ). Non c’è alcun motivo che giustifichi la caduta della ‘n’ del prefisso “con-”. La voce corretta è e resta “comproduzione”. Lo stesso discorso per quanto riguarda “comprotagonista”, voce “più corretta” di “coprotagonista”.

Per concludere: il prefisso “co-” non esiste.







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domenica 19 maggio 2013

Stucchevole e stuccoso

Probabilmente faremo sobbalzare sulla sedia qualche “linguista d’assalto”, se si imbatterà in questo sito e leggerà quanto stiamo per scrivere. Vogliamo parlare di due aggettivi, uno variante dell’altro: stucchevole e stuccoso. Quest’ultimo di uso meno comune, per la verità (alcuni dizionari, infatti, non lo attestano). Entrambi gli aggettivi significano, dunque, “nauseante” e simili; si dice, infatti, di un cibo, che preso in quantità notevole provoca la nausea. Noi faremmo un distinguo. Adopereremmo il primo in senso proprio: ho mangiato un dolce stucchevole; il secondo, con uso figurato, nelle accezioni di “noioso”, “fastidioso”, “tedioso” e simili: Luigi aveva un modo di fare veramente stuccoso.


PS. Una rapida ricerca con Googlelibri ha dato: stucchevole 47.500 occorrenze; stuccoso 184.

Entrambi gli aggettivi sono deverbali derivando (Pianigiani) da:




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Egregio Sig. Raso,
come si chiamano gli abitanti di Antívari, il maggior porto del Montenegro, sulla costa adriatica?
Grazie e cordialità
Alessandro Q.
Molfetta
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Caro amico, in italiano la suddetta località si chiama Antibari; gli abitanti sono, quindi, antibaresi.

sabato 18 maggio 2013

«Essendo che...»



Buongiorno dott. Raso.
Mi hanno detto che "ESSENDO CHE" è una forma errata o stilisticamente sconsigliata.
Può darmi delle indicazioni in merito?
Grazie
(Firma)
Località non specificata

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Gentile amico, personalmente aborrisco da questa locuzione, anche se non è affatto errata.
Le faccio "rispondere" dalla Crusca: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/essendo





giovedì 16 maggio 2013

Il bello scrivere




Molto spesso nello scrivere adoperiamo - probabilmente senza rendercene conto - parole generiche e “logorate”; è perciò buona norma fare un piccolo sforzo per ridurre al minimo questo “inconveniente” sostituendo i termini “logori” con altri, a volte meno comuni, ma anche piú efficaci e precisi nel significato. Sperando di non essere tacciati di pedanteria diamo alcuni esempi di parole facilmente sostituibili con altre, che fanno alla bisogna secondo il contesto.

Tra virgolette i termini piú appropriati: fare un’impresa, “compiere”; dare una notizia, “comunicare”; avere simpatia, “nutrire”; avere indosso, “indossare”; dare un incarico, “affidare”; fare un favore, “concedere”; avere un’automobile, “possedere”; dare un ceffone, “assestare”; fare un affare, “concludere”; dare in dono, “donare”; fare un regalo, “regalare”; fare un bel lavoro, “eseguire”; avere un messaggio, “ricevere”. Sono solo alcuni esempi che ci sono venuti alla mente, ma se ne potrebbero fare a iosa. Come si può vedere, la scelta delle parole, anche se viene spesso sottovalutata, o vissuta come una preoccupazione pedantesca, è estremamente importante perché dà ai nostri scritti un tocco di eleganza stilistica. Fine ultimo che dovrebbe stare a cuore a chi ama il bel parlare e il bello scrivere.

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Un interessantissimo articolo di Salvatore Claudio Sgroi, dell’Università di Catania, sulla “rianalisi” (linguistica).

Si clicchi su: http://www.treccani.it/enciclopedia/rianalisi_(Enciclopedia_dell'Italiano)/


mercoledì 15 maggio 2013

Strozzare e strangolare


A proposito di “strozzare” dell’intervento di ieri, due parole due proprio su strozzare e strangolare.

I vocabolari attestano i due verbi l’uno sinonimo dell’altro. A voler sottilizzare non è proprio cosí, anche se hanno lo stesso significato “fondamentale”: morire per asfissia. Colui che "strozza" usa le mani; chi "strangola", invece, serra il collo della vittima servendosi di un laccio o di qualche altro “strumento”. A questo punto vediamo ‘esattamente’ il significato di “sinonimia”.

Con il termine “sinonimia” si intende – in linguistica – una corrispondenza semantica di due o più parole, vale a dire una “somiglianza” di significato di due o più vocaboli. Alcuni, in proposito, sono convinti del fatto che “sinonimia” equivale a “identicità”. Così non è: non esistono in lingua italiana (ma neanche nelle lingue straniere) vocaboli che potremmo definire “gemelli”; c’è sempre una piccola sfumatura di significato.



martedì 14 maggio 2013

Condurre al talamo e contaminarlo

Tutti i nostri lettori coniugati hanno messo in pratica la prima espressione (condurre al talamo); pochi, ci auguriamo, la seconda (contaminarlo), anche se oggi i costumi sono profondamente cambiati. Perché si adoperano questi modi di dire? Perché il talamo (per l'origine del termine vedremo ciò che dice Ottorino Pianigiani) nell'antica Grecia indicava la camera da letto di una casa e, in seguito, per estensione la camera matrimoniale e lo stesso letto. Figuratamente, quindi, «condurre al talamo» significa 'sposare', 'prendere in matrimonio' e si riferisce particolarmente all'uomo nei confronti della donna. Colui che contamina il talamo, invece, commette (anzi: commetteva) adulterio, contaminando il letto (talamo) coniugale.



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Buongiorno, il dubbio che mi è sorto è se si può dire TALMENTE TANTO o è pleonastico?

Grazie e distinti saluti
(Firma)
Località omessa
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A mio avviso si può dire benissimo e non è pleonastico.  Talmente è un avverbio che sta per 'a tal punto', 'in modo tale', 'in maniera tale'. Sono talmente tanto stanco, per esempio, sta per "sono a tal punto tanto stanco".
"Talmente tanto" si trova in numerose pubblicazioni.

https://www.google.it/search?q=%22Talmente+tato%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22Talmente+tanto%22&hl=it&tbm=bks&psj=1&ei=OQaRUf-8FInFPcGPgcgJ&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv.46340616,d.ZWU&fp=fc696af4702f89fd&biw=1024&bih=638

E anche nei due maggiori quotidiani italiani:

https://www.google.it/#sclient=psy-ab&q=%22talmente+tanto%22:+ricerca.corriere.it&oq=%22talmente+tanto%22:+ricerca.corriere.it&gs_l=hp.12...79109.83796.2.87062.11.10.0.0.0.0.765.6079.3-2j0j6j2.10.0...0.0...1c.1.12.hp.qgOLi8RkfRo&psj=1&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv.46340616,d.bGE&fp=3a40a8cc297be8f&biw=1024&bih=638


https://www.google.it/#sclient=psy-ab&q=%22talmente+tanto%22:+ricerca.repubblica.it&oq=%22talmente+tanto%22:+ricerca.repubblica.it&gs_l=hp.12...339610.343360.3.348610.10.10.0.0.0.7.1453.7093.3-2j1j4j1j2.10.0...0.0...1c.1.12.hp.NGlpA37aOBE&psj=1&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv


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Si può strozzare una persona senza ucciderla?

Cliccate su questo collegamento: http://www.corriere.it/cronache/13_maggio_14/strozza-madre-chieti_0d02c96e-bc7c-11e2-996b-28ba8ed4f514.shtml