Due verbi spesso confusi, due azioni profondamente diverse
Nella lingua quotidiana capita spesso che due verbi legati a comportamenti illeciti vengano confusi o usati come se fossero equivalenti. È il caso di rubare e truffare: entrambi richiamano un danno economico, entrambi rimandano a un’azione scorretta, entrambi possono lasciare la vittima con un senso di perdita. Tuttavia, sul piano linguistico e concettuale, i due sintagmi indicano azioni molto diverse. Comprendere questa distinzione non è un esercizio di pura pedanteria, ma un modo per cogliere la differenza tra sottrazione e inganno, tra un atto materiale e un raggiro psicologico.
Il verbo rubare non deriva dal latino rumpĕre (“rompere”), come si è ipotizzato in passato, ma dal latino volgare raubare, a sua volta dal germanico raub‑, che significa “rapina, saccheggio”. È la medesima radice che ritroviamo nell’inglese rob e nel tedesco Raub. L’idea originaria è quella di prendere con forza, sottrarre un bene altrui senza consenso. Non a caso, nell’ “accezione moderna”, rubare indica l’atto di impossessarsi di qualcosa che appartiene a un altro, spesso con un gesto diretto e immediato: prendere un portafoglio, sottrarre un oggetto da un negozio, portare via un bene incustodito. La vittima subisce la perdita senza essere coinvolta in un processo di persuasione: “Gli hanno rubato la bicicletta”, “Ha rubato dei soldi dal cassetto”, “Mi hanno rubato il telefono in metro”.
Il verbo truffare, invece, ha un’origine francese: da truffer, che significa “ingannare, raggirare”, collegato al sostantivo truffe, “tartufo”. Il tartufo, per la sua forma irregolare e per il fatto di essere nascosto sottoterra, era usato metaforicamente per indicare qualcosa di ingannevole, di apparente, di “gonfiato”. Da qui l’idea di ottenere un vantaggio inducendo qualcuno in errore attraverso artifici, menzogne o manipolazioni. Nella truffa non c’è sottrazione fisica immediata: la vittima consegna volontariamente ciò che ha, ma lo fa perché è stata ingannata. È un reato “intellettuale”, basato sulla costruzione di una falsa realtà: “È stato truffato da un finto tecnico del gas”, “Hanno truffato anziani con contratti inesistenti”, “Mi hanno truffato con un annuncio falso”.
La differenza fondamentale sta nel meccanismo dell’azione: nel furto la vittima subisce – come abbiamo visto – una sottrazione; nella truffa la vittima viene persuasa a consegnare ciò di cui è in possesso. Nel primo caso prevale l’atto materiale, nel secondo l’inganno. Per questo i due sintagmi verbali non sono intercambiabili: dire “mi hanno rubato con una finta offerta” è improprio, così come sarebbe scorretto dire “mi hanno truffato il portafoglio dalla tasca”.
Scegliere le parole con precisione significa riconoscere la natura delle azioni, distinguere tra violenza o clandestinità e manipolazione, tra sottrazione e raggiro. E, soprattutto, significa dare alle esperienze - e ai reati - il nome giusto, perché ogni parola porta con sé un mondo di significati che vale la pena rispettare.
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"Far la riverenza al tempo"
In un’epoca in cui le parole correvano tra ventagli, velluti e lumi filosofici, esisteva un modo di dire che condensava in poche sillabe l’arte più sottile della vita sociale: far la riverenza al tempo. Non era solo un'espressione idiomatica, ma un atteggiamento, quasi una postura dell’anima. Oggi, in un mondo che cambia con la stessa rapidità con cui scorriamo uno schermo, questa formula antica sembra riemergere con una freschezza inattesa, come se avesse atteso proprio i nostri giorni per tornare a farsi ascoltare.
L’origine della locuzione affonda nel linguaggio cerimonioso del XVII/ XVIII secolo, quando la “riverenza” era un gesto codificato, un inchino che non riguardava solo le persone ma anche le circostanze. “Il tempo”, in questo caso, non era l’ora che scorre, ma l’epoca, il clima culturale, la moda, l’orientamento del potere. Far la riverenza al tempo significava dunque riconoscere che il mondo muta e che, per vivere con grazia, occorre sapersi piegare senza spezzarsi. Non era un invito alla sottomissione, bensì alla lucidità: chi non si adegua rischia di restare ai margini del salotto sociale.
Il significato, oggi, è sorprendentemente vivo. Viviamo immersi in un flusso continuo di innovazioni, cambi di linguaggio, trasformazioni culturali. Adeguarsi non è più un vezzo aristocratico, ma una necessità quotidiana. Eppure, dire semplicemente “bisogna adattarsi” suona piatto, quasi rassegnato. Bisogna pur far la riverenza al tempo, invece, restituisce ironia, consapevolezza e un pizzico di distacco elegante. È un modo per ammettere che il mondo corre, ma senza perdere la propria dignità; un inchino, sì, ma fatto con la schiena dritta.
Gli esempi di oggi abbondano. Chi apre un profilo sui mezzi di comunicazione digitali controvoglia, dopo anni di resistenza, potrebbe sospirare: Non amo queste cose, ma tocca far la riverenza al tempo. Chi accetta di lavorare da casa, pur preferendo la scrivania di legno massiccio, potrebbe commentare: La tradizione è bella, ma bisogna far la riverenza al tempo. Perfino chi si arrende all’ennesimo aggiornamento del telefono potrebbe mormorare: Non capisco più nulla, ma far la riverenza al tempo è inevitabile.
In fondo, questa piccola formula settecentesca ci ricorda che l’adattamento non è un cedimento, ma un gesto di intelligenza. È un inchino rivolto non al potere, ma alla realtà. E forse è proprio per questo che, dopo secoli di silenzio, torna a parlarci con una voce sorprendentemente limpida.
