lunedì 23 ottobre 2017

Far la pace di Marcone


Questa locuzione - probabilmente sconosciuta ai piú - si adopera quando si vuole mettere in evidenza il carattere iracondo di una persona, che si cruccia per un nonnulla e subito dopo è pronta a far la pace, ma è una pace di brevissima durata perché  dopo... ricomincia. Sull'origine di questo modo di dire si narrano molte storielle antiche, di autori popolari, quindi... sconosciuti; ne riportiamo alcune, tra le quali la prima ci sembra la "piú verosimile". Marcone fu un plebeo di carattere bestiale e bizzarro, però di cuore non duro. Quando una cosa gli andava a traverso se la prendeva con la moglie; ma passato l'impeto tornava in sé. Taroccava e bastonava la moglie; e poi la pettinava. Il giorno appresso tornava a far lo stesso; e il vicinato che assisteva a queste scene lo messe in proverbio: la pace non cementata dall'affetto e dal pentimento sincero è la pace di Marcone. Voi, amici, nel corso della vostra vita in quanti "Marconi" vi siete imbattuti? La seconda storiella - che riteniamo interessante - narra di un tale Marcone che, fieramente sdegnato, voleva vendicarsi contro uno che lo aveva offeso.  Intromessisi gli amici, disse di far pace, e quelli gli credettero.  Venuto il nemico per dare e ricevere il bacio, la fiera di Marcone gli staccò il naso netto con un morso. L'ultima  - che abbiamo scelto - parla di uno scimunito di un villaggio della Toscana, certo Marcone. Qui essendo alcune private inimicizie, il Pievano (il pievano, popolarmente detto "piovano" è il prete rettore di una pieve, il cui termine - manco a dirlo - discende dal latino "plebs, plebis", popolo e, nel tempo, ha dato origine a denominazioni toponomastiche, come, per esempio, Pieve di Cadore) volle adoperarsi a mettere pace fra le parti, e preparò la predica in forma sulla pace. Fra i molti temi volle figurasse questo: che anche le persone sciocche amano di stare in pace col prossimo; e perché l'argomento non patisse eccezione, e facesse l'effetto suo in modo sorprendente, chiamò a sé Marcone, e segretamente gli disse che avrebbe fatto la domenica appresso una predica cosí cosí, e che a un certo punto gli avrebbe detto: "E tu, Marcone, che vuoi? Rispondi franco, la pace, la pace". Fecero le prove, e la cosa parve dovesse riuscire a meraviglia. Venuta la domenica, e andato in chiesa tutto il villaggio, il buon Pievano attaccò a predicare, e via via accalorandosi quando venne al forte argomento, il quale dovea, come si dice, tagliar la testa al toro, a voce altitonante esclamò "e tu Marcone, che vuoi?". Marcone sgaziatamente sonnecchiava. Si riscuote a quel grido, e tutto insonnolito non risponde "pace pace", ma una parolaccia strana che fece sganasciar dalle risa tutto il popolo. Cosí la pace di Marcone andò in proverbio, per pace ridicola, che non ha fondamento sodo; e anche per la pace di chi non si dà un pensiero al mondo; vive e lascia vivere. Troviamo questo modo di dire anche in una novella aggiuntiva alle "Cene" del Lasca (pseudonimo dello scrittore Anton Francesco Grazzini, uno dei fondatori dell'Accademia della Crusca): "Marco e la moglie, fatto prima la pace di Marcone, dormirono per ristoro della passata notte, insino a nona, ecc.".

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