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lunedì 14 novembre 2016

Sull' «abuso» della preposizione "di"



Due parole, due, sull’uso "abusivo" della preposizione “di” che va sostituita con altre che fanno alla bisogna. Come il solito pilucchiamo qua e là mettendo in corsivo la preposizione ‘errata’ e in parentesi quella appropriata. Gentile amico, voglia onorare la cerimonia di inaugurazione del locale della (con la) sua presenza; quel fanciullo è solito di (a, ma meglio ancora senza alcuna preposizione) piangere per un nonnulla; il due novembre tutti i cristiani recitano le preghiere dei (per i ) morti; alla fine dello spettacolo nessuno poté trattenersi di (dall’) applaudire; il giovinetto, anche se preso sul fatto, si guardò bene di (dall’) ammettere la sua colpevolezza; stia tranquillo, gentile cliente, il nostro personale farà  tutto il possibile di (per) accontentarla; la grande sala era pavimentata di (con) marmi di vari colori; di tanto in tanto gli ingranaggi vanno unti di (con) grasso; il bel viale è fiancheggiato di (da) platani maestosi; la gente cominciò a spazientirsi di (da, per) cosí lunga attesa; quel povero barbone era sfinito di (dalla) fame. Un'ultima annotazione (fuori tema). La preposizione "di" non produce geminazione (raddoppiamento fonosintattico): digià (non diggià); difatti (non diffatti) ecc.



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Raccogliere le vele



Chi raccoglie le vele, ovviamente in senso figurato? La persona che abbandona  un atteggiamento solitamente presuntuoso e, per questo, diventa piú accomodante. L'espressione  è tratta dal gergo marinaro (di un tempo). Le vele si raccolgono, vale a dire si abbassano senza toglierle, quando si intende proseguire la navigazione senza rientrare in porto.

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.

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