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giovedì 5 maggio 2016

Povera lingua italiana!


Dal prof. Aldo Onorati riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La morte dell'articolo determinativo il

La lingua scritta tradita dalla lingua parlata

Quante pagine di analisi grammaticale alla scuola elementare! Almeno ai miei tempi, quando si doveva esaminare la frase nei minimi particolari – e sia benedetta la memoria di quel modo di imparare a scrivere! - il era articolo determinativo maschile singolare. Il tavolo, ad esempio; il lavoro, il complesso, il dubbio, il treno, il mare, il monte. Ve l’immaginate un bambino (o addirittura un adulto) vergare sul foglio: la tavolo, illa lavoro, illa complesso, la dubbio, la treno, illa mare, illa monte? Bocciatura certa agli esami o, come si usava fino a qualche lustro fa, rimandati a settembre. Eppure, se acuite bene l’udito, vi accorgerete che – specie le donne – in televisione, ai telegiornali, in diversi programmi pure ‘culturali’, oltre alla punteggiatura sballata per cui si saltano i punti fermi e le virgole, magari prendendo fiato dove il discorso è corrente, è invalso (e si sta espandendo) il vezzo ridicolo, dannoso, fastidiosissimo di trasformare l’articolo il, maschile, nel la, femminile. Inoltre si è creato un nuovo ‘articolo’, finora mai sentito: illa. Vi prego di farci attenzione. Non sto scherzando. Non molti lo notano ma, se avvertiti, si accorgono della stortura linguistica e ne sentono il fastidio. Ripeto: non bastava il massacro della sintassi, l’errore nei verbi, l’annullamento della consecutio temporum, il congiuntivo cancellato dalle regole, le pause trasgredite, l’espunzione delle virgole, dei punti fermi, dei puntini di sospensione, del punto interrogativo e di quello esclamativo (per fortuna non tutti i divi della tv stanno a questo livello di sgrammaticatura): è stato creato un nuovo articolo e, di conseguenza, inaudite preposizioni articolate. Povera lingua nostra, già tanto compromessa nella sua purezza per la quale sudarono il padre Dante e Petrarca, Boccaccio, Pietro Bembo, Ariosto, i cruscanti e gli anticruscanti, Pietro Verri, la decoratività del Marino fino a una sorta di disgusto per le polemiche linguistiche, che giunsero perfino allo ‘sciopero della lingua’ fra Sei e Settecento. Accese furono le diatribe fra i conservatori e quelli che accoglievano (italianizzandole) parole di altre nazioni e neologismi adattabili alla nostra parlata cantabile. Oggi prevale un linguaggio misto, non solo nei termini ma anche nella costruzione della frase e del periodo. Anglismi, forestierismi, borborigmi, disarticolazioni del linguaggio e del periodo, idiomi di ‘gruppo’ fra i giovani, impermeabili al nostro udito di lettori di Manzoni, coprolalie gratuite anche nei romanzi di gran voga, idiotismi di ogni genere. E ora, dalla grande mamma Tv, anche un nuovo articolo che lega il femminile al maschile e conia assonanze terribili a orecchie abituate ai lettori del telegiornale e del giornale radio di una volta, selezionati e inappuntabili!

Aldo Onorati


***

Ecco un vocabolo che ci piacerebbe fosse "riesumato" e rimesso a lemma nei vocabolari: infrunito.  Aggettivo che vale "dissennato", "stolto" e simili.

6 commenti:

Ines Desideri ha detto...

Gentile prof. Onorati,
ritengo che "illa" - di cui lei scrive - sia il risultato di una brevissima pausa, interposta tra l'articolo "il" e il sostantivo che segue.
Le ragioni di questa brevissima pausa possono essere diverse e non ritengo sia opportuno analizzarle qui. Il risultato - la deformazione sonora di "il" in "illa" - deriva da una caratteristica specifica della nostra lingua, nella quale buona parte dei vocaboli terminano con una vocale.

Se permette, vorrei esprimere alcune mie opinioni sulla punteggiatura, che per me rappresenta il biglietto da visita, con il quale chi parla - ma ancor più chi scrive - si presenta.

Mi scusi, ma non ho capito se, a questo proposito, le sue osservazioni si riferiscono alla lingua parlata - nella quale i segni di interpunzione vengono espressi mediante le pause (di differente durata, a seconda del segno) o l'intonazione - oppure se si riferiscono alla lingua scritta.

Per quanto concerne quest'ultima non mi sembra di notare una significativa latitanza dei punti interrogativo ed esclamativo, né, purtroppo, dei puntini di sospensione.
In merito a questi ultimi, in particolare, auspico che se ne limiti il più possibile l'uso, poiché non è gradevole leggere una pagina affetta da morbillo, soprattutto quando è evidente l'inutilità dei puntini di sospensione.

Due parole sulla virgola: mi domando se sia meglio conoscerne l'uso oppure se ignorarlo.
Naturalmente sto scherzando; ma non scherzo nell'affermare che, a mio avviso, chi conosce l'uso appropriato della virgola il più delle volte ne abusa.

Se osserviamo con attenzione gli scritti, noteremo che alcune virgole possono essere eliminate insieme a espressioni quali "infatti", "insomma", "perciò", quindi", che spesso si rivelano superflue; oppure possono essere eliminate dando al periodo una diversa (e talvolta più scorrevole) struttura sintattica.
Se osserviamo con attenzione gli scritti, noteremo che spesso i puntini di sospensione precedono la ripetizione di un vocabolo appena adoperato.

Concludo riportando il consiglio dell'illustre Prof. Ettore Paratore: "Lasciate il più possibile agli incerti i puntini di sospensione e le parole virgolettate."


Cordiali saluti
Ines Desideri

Anonimo ha detto...

Gentile prof.ssa,
mi riferivo all'italiano parlato, riguardo all'interpunzione. Spesso si stravolge il senso di una frase o di un periodo, legando parole che dovrebbero essere staccate da una frazione di silenzio, di modo che il significato non si confonda. Se termino un discorso e metto il punto fermo, andando anche a capo per evidenziare un cambio di rotta, che magari può contraddire quanto ho detto o scritto, non posso legare senza pausa alcuna le due frasi, i due sintagmi o addirittura i due periodi.
In quanto alla virgola, Carducci, fra molti, non ne metteva alcuna in caso di aggettivi qualificativi. I puntini di sospensione devono essere usati solo se funzionali al significato interno del discorso, altrimenti - sono d'accordo con lei - appesantiscono anche visivamente il dettato scritto (e, nel parlato, serve una grande bravura del tono della voce per far comprendere a chi ascolta la modulazione fonetica che i puntini sottintendono). Insomma, la punteggiatura è un fatto soggettivo, ma le cesure o gli accostamenti devono obbedire alla logica (e mi pare che questo accada di rado in certe trasmissioni televisive). Infine, non trova -secondo me ed altri di me più autorevoli - giustificazione alcuna mutare "il" in "illa" o in "la". Diviene un vezzo scorretto da parte di chi parla, anche se la nostra bella lingua (per la quale userei il "fu") completa con la vocale ogni parola, tranne alcune. Non per nulla è la lingua del bel canto. Se l'immagina, lei, un tenore che (nella splendida romanza di Cilea nell' "Arlesiana") cantasse, anziché "il povero pastore", "illa povero pastore"? Andrebbe fuori battuta, cioè fuori tempo, trovandosi in ritardo con l'orchestra. Insomma, la voglio ringraziare dell'attenta lettura del mio brano e le confermo che concordo con lei su molti punti. Per questo le esprimo la mia simpatia e la saluto cordialmente.

aldo onorati

Ines Desideri ha detto...

Gentile prof. Onorati,
sono io che ringrazio lei per l'attenzione e la simpatia, che ricambio.

Lei ha citato "Il lamento di Federico", che ho riascoltato - con grande piacere - nell'ottima interpretazione del nostro Luciano Pavarotti.
Indubbiamente non si ode "illa povero ragazzo". Eppure da anni mi chiedo - e la mia curiosità non è del tutto estranea all'argomento che stiamo trattando - per quale motivo i tenori interpongano una "e", appena percettibile, tra due sillabe di una parola oppure tra due distinte parole.

Per essere più chiara, prendo spunto proprio da "Il lamento di Federico" per alcuni esempi:
"addor(e)mì" per "s'addormì";
"al(e)men" per "almen";
"sfor(e)zo" per "sforzo";
"sembian(e)te" per "sembiante";
"tol(e)ta" per "tolta".

Troviamo, poi, in altri brani diversi "per(e) te" e "con(e) te".

Comunque sia, la ringrazio di nuovo e ringrazio il dottor Raso per la gentile ospitalità.

Cordiali saluti
Ines Desideri

Aldo Onorati ha detto...

Gentile prof.ssa, mi scuso con lei e con i lettori se cito (per necessità) il fatto che ho studiato canto da tenore lirico presso il maestro Mario Ranucci (dovetti abbandonare la mia passione per motivi di salute: un'allergia implacabile da pollini mi rendeva afono sei mesi l'anno).
Quelle "e" frapposte a due consonanti, non sono una regola dei grandi cantanti. Essa ha però una specie di giustificazione: la enne è nasale e disvia la voce dalla "maschera" al naso: ne risente poi la nota successiva, specie se viene l'acuto. Comunque, il maestro Ranucci riprendeva severamente chi la usava. L'errore ( "illa" al posto di "il" e "alemen" in luogo di almen, ad esempio) non assolve e non giustifica. Se Dante avesse scritto ILLA anziché IL, avremmo avuto sballi metrici cacofonici imperdonabili. Un esempio per tutti: "Il nome del bel fior ch'io sempre invoco" (endecasillabo "a maior") sarebbe diventato "Illa nome del bel fior ch'io sempre invoco" (dodecasillabo).
Mi fa piacere che Lei sia anche ferrata in musica (d'altronde le arti sono inscindibili). E sono lieto di averla conosciuta.
Cordialmente grazie, aldo onorati

Ines Desideri ha detto...

Gentile prof. Onorati,
la ringrazio di cuore per l'ottima spiegazione, che ha soddisfatto pienamente la mia curiosità.
Io "ferrata in musica"? Direi "mezzo-ferrata", rispetto a lei, che - mi perdoni l'ardire - pecca di eccessiva modestia.

Poiché concordo con lei sull'affermazione "le arti sono inscindibili", desidero ringraziarla e salutarla con una citazione di Marcel Proust, il cui capolavoro letterario - "Alla ricerca del tempo perduto" - pare immerso nella musica.

"Quel che noi sentiamo della vita non lo sentiamo sotto forma di idee; e quindi la sua traduzione letteraria, cioè intellettuale, rendendone conto, lo spiega, lo analizza, ma non lo ricrea, come fa invece la musica, nella quale sembra che i suoni prendano l'inflessione dell'essere e riproducano quella punta interiore ed estrema delle sensazioni, che ci dà quell'ebbrezza specifica che proviamo a intervalli."

Cordialmente
Ines Desideri

Aldo Onorati ha detto...

Cara prof.ssa Desideri,
io credo (intuisco) che lei sia un'Autrice. Se ho indovinato, mi piacerebbe leggere qualcosa di suo.
La ringrazio e saluto cordialmente.
aldo