martedì 5 dicembre 2017
Strafalcioni divertenti
Navigando in rete ci siamo imbattuti in questo sito dove sono riportati 44 strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (molto esilaranti). Divertitevi a correggerli.
domenica 3 dicembre 2017
La lingua "biforcuta" della stampa
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Questo titolo, di un quotidiano in rete, è un
affronto alla lingua di Dante: il "non" è errato. Non lo sostiene il
signor nessuno, titolare di questo portale, ma un grande della Lingua, Aldo
Gabrielli.
“Vuoi venire o non?”
Quanta gente, anche
colta, scrive in questo modo, e non sa di sbagliare! “Che tu voglia o non, la cosa non mi
riguarda”, “Che questo gli piacesse o non ci sembrava indifferente”: frasi
raccolte sui giornali, fin sui libri. E sono frasi sbagliatissime, proprio da
matita blu. Bisogna dire: “Vuoi venire o no?”, “Che tu lo voglia o no”, “Che
gli piacesse o no”. Ed è presto spiegato il perché.
La negativa no, così fortemente tonica, riassume in sé
tutto un discorso (i grammatici la definiscono parola olofrastica,
come il sì affermativo): “Vuoi venire o no?”; quel
monosillabo no racchiude infatti l’intera frase sottintesa
“non vuoi venire?”; tanto è vero che noi possiamo anche dire distesamente “Vuoi
venire o non vuoi venire?”. La negativa non, invece, non ha questo
valore riassuntivo, ma è soltanto la premessa negativa di una frase che segue.
Nessuno infatti alla domanda “Vuoi venire?” risponderebbe con un semplice “Non”
che lascerebbe la frase in sospeso; ma risponderebbe per esteso “Non voglio
venire” o userebbe la negazione “No” che riassume questa frase. Vittorini
intitolò un suo libro Uomini e no, come dire “Uomini e non uomini”;
“Uomini e non” sarebbe
stato un titolo strafalcionato.
Il
Museo degli Errori, Mondadori, Milano 1977
Da parte nostra aggiungiamo, sommessamente, che il
"non" non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da
solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di
un’altra parola (o frase) che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni?
«[...]Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undici ottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]»
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Dal medesimo quotidiano in rete
LIVE
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Anche qui, un altro calcio
all'italico idioma. Correttamente: i concerti dal 1 al 7 dicembre. Il motivo lo
spiega l'Accademia della Crusca:«[...]Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undici ottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]»
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La parola proposta da questo portale, ripresa dal Treccani: abuna. Sostantivo maschile,
indeclinabile. Indica un ecclesiastico (monaco) etiopico.
sabato 2 dicembre 2017
"Conoscere e usare una lingua formidabile"
Repubblica e l'Accademia della Crusca
presentano una nuova collana che ti farà innamorare della lingua italiana.
Dalle basi della grammatica all'italiano nell'era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente.
E, in ogni volume, una serie di giochi per metterti alla prova. Riscopri la ricchezza e la bellezza della nostra lingua.
Dalle basi della grammatica all'italiano nell'era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente.
E, in ogni volume, una serie di giochi per metterti alla prova. Riscopri la ricchezza e la bellezza della nostra lingua.
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Fustigateci pure, ma non riusciamo proprio
a capire il nesso tra il "linguaggio politico" e l'idioma di Dante.
Ci innamoriamo della lingua italiana e impariamo a scrivere e parlare
correttamente se sappiamo (o scopriamo), per esempio, chi ha coniato l'espressione
"convergenze parallele"? Dubitiamo, onestamente.
giovedì 30 novembre 2017
Severo e grave sono sinonimi?
L'aggettivo severo si può adoperare, soprattutto nel campo
medico, come sinonimo di "grave"?
La "parola" a Giuseppe Patota (Crusca).
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La parola segnalata da questo portale (ripresa dal Treccani):
martingala. La proponiamo perché è
una polisemica, ha, cioè, diversi significati, di cui alcuni quasi sconosciuti.
Per quanto attiene all'origine del termine, sebbene incerta, diamo la
"parola" a Ottorino Pianigiani. Si veda anche qui e qui.
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Per rilassarvi, dopo una giornata di lavoro, cliccate qui.
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Per rilassarvi, dopo una giornata di lavoro, cliccate qui.
martedì 28 novembre 2017
In "difesa" di Ottorino Pianigiani (2)
Ancora una volta vogliamo spezzare una lancia in difesa di Ottorino Pianigiani, ritenuto - da molti linguisti - non fededegno: il suo dizionario etimologico sarebbe il frutto di "ricostruzioni fantasiose". Vediamo. Prendiamo il termine "casamatta". Tutti i vocabolari si limitano nel dire che il vocabolo è composto di casa e "matta", nel senso di "falsa". Sotto il profilo prettamente etimologico, quindi, una casamatta è una casa falsa. Il Pianigiani, invece, è ricco di "notizie" inerenti all'origine del vocabolo. Dopo averle lette, giudicate voi se sono il frutto di "ricostruzioni fantasiose". Si clicchi qui.
lunedì 27 novembre 2017
Il delitto e l'omicidio
I delitti sono
proporzionati alla purezza della coscienza, e quello che per certi cuori è
appena un errore, per alcune anime candide assume le proporzioni di un delitto.
Questo pensiero dello scrittore francese
Balzac ci ha richiamato alla mente il fatto che gran parte delle persone
confondono il delitto con l’omicidio, nel senso
che ritengono i due termini l’uno sinonimo dell’altro (e la colpa,
forse, è anche della stampa, maestra nell’arte di confondere le “idee linguistiche” alle persone sprovvedute).
No, gentili amici, il delitto e l’omicidio non sono affatto sinonimi anche se
l’omicidio è un... delitto, come è un delitto, del resto, il latrocinio o il rapimento. Il delitto, per
tanto – lo avrete capito – è un qualunque reato. Compiono un’azione delittuosa,
quindi, tutti coloro che – come dice l’etimologia del termine – “vengono meno
(al dovere)” e “commettono una
mancanza”. Ma vediamo di spiegarci meglio. Il delitto, dunque, sotto il profilo
etimologico, è il latino “delictu(m)”
(crimine, reato), derivato di
“delictum”, supino del verbo “delinquere”. Il verbo latino, a sua volta,
è composto con la particella “de”, con
valore intensivo, e con il verbo
“linquere” (lasciare, abbandonare), con il significato, quindi, di “lasciare indietro”, “mancare” e, per
tanto, “venir meno (al dovere)”,
“commettere una mancanza”, “commettere una colpa”. Il ladro, quindi, commette
un “delitto” rubando; l’assassino
commette un “delitto” uccidendo. Come si fa a sostenere, dunque, la tesi
secondo la quale l’omicidio e il delitto sono la stessa cosa? Tutte le persone che commettono un reato, un
delitto “delinquono”, vale a dire – come abbiamo visto - “abbandonano la via (della giustizia, della
legge)”. Il delinquente chi è, infatti,
se non colui che si allontana dalla retta via? Alcuni vocabolari ci
contraddicono... Ma tant'è. E a proposito di omicidio, si
legge e si sente dire, spesso, l'omicidio
di Moro (e simili). L’espressione ci sembra impropria: l'ucciso non ha
commesso l'omicidio (come ci farebbe pensare la preposizione “di”), lo ha
"subìto". Consigliamo, quindi, di omettere la preposizione di e scrivere: omicidio Moro.
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venerdì 24 novembre 2017
Lettera aperta alla redazione del vocabolario Treccani
È trascorso un anno... Riproponiamo questa lettera
aperta alla Treccani
Gentile Redazione, tempo fa avevamo
segnalato un "errore" riscontrato nel vocabolario al lemma
"defatigare" dove si legge che "defaticare" (con la
"c") è variante poco comune. Non è esatto, anche se altri vocabolari
cadono nel vostro stesso... errore. I due verbi hanno significati distinti, non
sono sinonimi e lo specificano chiaramente il Sandron, il
Devoto-Oli e il Gabrielli. Defatigare è pari pari il latino
"defatigare", composto con "de" (particella
"rafforzativa") e "fatigare", stancare, spossare,
affaticare e simili. Defaticare, invece, è composto con la particella
"de", che indica "allontanamento" e il sostantivo fatica
("che allontana, che toglie la fatica"). Defatigare, dunque, è un
deverbale; defaticare un denominale, con significati completamente diversi.
Stupisce il constatare che l'autorevole e prestigioso vocabolario Treccani non
faccia distinzioni di sorta tra i due verbi... Con la speranza che questa
missiva sia presa nella dovuta considerazione, porgiamo i nostri piú rispettosi
ossequi. F.R.
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La parola proposta da questo portale, ripresa da "Sapere.it": lebete. Sostantivo maschile.
Indica(va) un recipiente per cuocere qualcosa o per lavarsi.
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La parola proposta da questo portale, ripresa da "Sapere.it": lebete. Sostantivo maschile.
Indica(va) un recipiente per cuocere qualcosa o per lavarsi.
giovedì 23 novembre 2017
Indecenze ortografiche dei media
Ci dispiace
dover censurare, di tanto in tanto, la “lingua” degli operatori
dell’informazione, quelli della carta stampata particolarmente, anche se molti
di questi posseggono una laurea in lettere e si piccano di “fare la lingua”;
non è sufficiente una laurea in materie letterarie per potersi fregiare del
titolo di “linguista”. Non possiamo, dunque, rimanere impassibili davanti a
orrori ortografici di cui è infarcita la stampa e gli “opinionisti” non possono
piú addebitarli alla “svista” dei correttori di bozze,
categoria professionale ormai estinta: l'orrore è tutto loro. Vediamo, dunque, sfogliando a caso
qualche quotidiano, alcune “indecenze ortografiche”, in corsivo gli orrori.
L’arrestato, per farsi compatire, camminava a mò d’ubriaco; con quel pò pò
di alterigia era naturale che tutti lo snobbassero; nella casa degli orrori è
comparsa la scritta villa d’
affittare; in quella notte tranquilla gl’
astri brillavano sullo sfondo azzurro; nessun’
uomo, di questi tempi, può sentirsi tranquillo se abita una villa isolata; qual’è il difetto peggiore, domandò
all’intervistata; il suo comportamento è veramente d’ ammirare; gl’ umori
degli astanti non lasciavano presagire nulla di buono; il suo modo di fare è pressocché inaccettabile; il ragazzo è
uscito dal coma grazie all’attente
cure della mamma; sei proprio un bel angelo,
disse la mamma al figlioletto; fate attenzione, recitava un cartello affisso
nella fabbrica, gl’ acidi sono nocivi
alla salute; l’auto dei banditi non ha rispettato l’alt della polizia e ha accellerato la corsa; l’uomo è stato
investito sulle striscie pedonali; il
ministro ha, però, ribadito che non tutti beneficieranno
delle agevolazioni; ieri siamo andati ha
vedere uno spettacolo meraviglioso; il ricercato scorazzava tranquillamente per la città; il luogo dell'incidente è prospicente la chiesa. Potremmo
continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.
***
La parola
proposta da questo portale: paperaio.
Sostantivo maschile derivato da papera con l'aggiunta del suffisso collettivo "-aio". Termine non comune, atto a indicare un gruppo di persone,
donne in particolare, che si comportano in modo ridicolo e chiassoso.
martedì 21 novembre 2017
"Anomalie" sintattico-grammaticali
Pilucchiamo
qua e là, senza un preciso ordine logico, ma come ci vengono alla mente, dal
linguaggio comune alcuni strafalcioni o "anomalie" sintattico-grammaticali che gli amatori della lingua devono assolutamente
evitare. Cominciamo con il verbo “tenere” adoperato, il piú delle volte, con il
significato di “possedere”, “avere”. Tale uso è da non seguire essendo di
carattere prettamente dialettale; il significato proprio (e “corretto”) del
verbo è “sostenere”. Non si dirà, per tanto, “tengo una bella casa” ma,
correttamente, possiedo una bella
casa. Da evitare anche - se si vuole parlare e scrivere bene - la locuzione
“tenere il letto” nel senso di “stare, rimanere a letto”. Questo verbo,
inoltre, non è sinonimo - come molti erroneamente credono - dei verbi
“reputare”, "stimare" e “giudicare”. Le espressioni comuni, quindi,
“tenere in molto o poco conto”, “tenere in molta o poca considerazione” una
persona sono da gettare, decisamente, alle ortiche. Sí, sappiamo benissimo che
molte “grandi firme” le adoperano a ogni piè sospinto, ma sappiamo, anche, che
molte grandi firme usano la lingua a loro piacimento: non rispettano
assolutamente le piú elementari norme grammaticali. Voi, amici blogghisti
amanti della lingua, non seguite questi esempi "nocivi". Non
adoperate - come abbiamo letto in una grande firma del giornalismo, che non
nominiamo per carità di patria, il verbo tenere nelle accezioni di: importare,
desiderare, volere, premere. Sono tutte forme dialettali e di conseguenza
orrendamente scorrette in uno scritto sorvegliato. Ancora. Il verbo “marcare”,
che etimologicamente sta per “segnare,
contrassegnare con marchio”, “bollare”, non si può adoperare - sempre che si
voglia parlare e scrivere correttamente - come sinonimo di “annotare”, “prendere nota”, “registrare” o
con il significato, obbrobrioso, di “rimarcare con la voce”. In quest’ultimo
caso ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: accentuare, caricare,
rafforzare. E finiamo con l’aggettivo “marrone” che non va mai pluralizzato.
Diremo, quindi, guanti marrone; scarpe marrone (non “marroni”) in quanto si
sottintende “del colore del marrone”, cioè del frutto del castagno: due vestiti
(del colore del) marrone. La medesima "regola" per quanto attiene all'aggettivo "arancione": una camicia arancione; due camicie arancione. E a proposito di marrone, segnaliamo un termine non comune: marroneta. Sostantivo femminile sinonimo di castagneto. È composto del sostantivo "marrone" e del suffisso "-eta" (insieme di...).
* * *
Tutti dovremmo sapere che
- stando alla regola generale - i verbi transitivi, nella forma composta attiva
prendono l’ausiliare avere (ho amato), in quella del passivo
l’ausiliare essere (sono lodato). Gli intransitivi, avendo
soltanto la forma attiva, prendono ora l’ausiliare avere (ho dormito), ora
l’ausiliare essere (sono partito) secondo l’uso comune. Solo
un buon vocabolario potrà sciogliere i dubbi che possono di volta in volta
insorgere a tale riguardo. Nonostante ciò ci capita di leggere sulla stampa
frasi in cui l’uso dell’ausiliare è errato. Vediamo, piluccando qua e là,
alcuni esempi in cui l’ausiliare è, per l’appunto, errato; in corsivo
l’ausiliare errato, in parentesi quello corretto. Una immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza S.
Pietro per ascoltare le parole del Pontefice; dopo l’incidente il treno è (ha) deviato presso la stazione piú
vicina; l’incendio, che ha (è)
divampato rapidamente, ha impegnato per molte ore i vigili del fuoco; le Frecce
Tricolori sono sorvolate (hanno
sorvolato) su piazza del Popolo; la notizia clamorosa dell’arresto eccellente ha dilagato (è dilagata) rapidamente per
tutta la città; l’operazione di polizia ha avuto luogo appena ha (è) annottato; il ragazzo stava per
morire dissanguato perché il sangue aveva
(era) fluito dalla ferita per parecchie ore. Potremmo continuare ma ci fermiamo
qui. Un’ultima annotazione. Per quanto riguarda i vocabolari è meglio "spulciare" diversi dizionari: molto spesso uno contraddice l’altro. Se due su tre
concordano...
***
Un sito utile per l'apprendimento di una corretta
pronuncia (ortoepia) dell'italico idioma.
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