martedì 31 marzo 2015
Daghesciare
Probabilmente la maggior parte dei nostri cortesi lettori si imbatte per la prima volta nel verbo in oggetto perché non è attestato nei comuni vocabolari dell'uso. Eppure tutti i lettori lo "conoscono" e lo mettono in pratica, sia pure inconsciamente. Quando? Quando nel parlare raddoppiano le lettere: noonn caappiissccii nniieennttee. Si veda qui, qui e ancora qui.
domenica 29 marzo 2015
Arare col bue e con l'asino
Quest'espressione
- probabilmente poco conosciuta - ha moltissimi significati figurati e ci è
stata "consegnata" - manco a dirlo - dal mondo contadino:
l'agricoltore (di un tempo), per raggiungere lo scopo, non fa distinzione di
sorta e ara sia con l'asino sia con il bue. L'espressione si tira in ballo
soprattutto nei confronti di un uomo che corteggia tutte le donne, senza
distinzione alcuna, ma anche nei confronti di colui (o colei) che per arrivare
al traguardo prefissosi non distingue il bene dal male. La locuzione sembra
particolarmente azzeccata se riferita alla persona che cambia atteggiamento o
idea secondo l'opportunità del momento o a colui che vuole mantenere buoni
rapporti con persone rivali tra loro o, ancora, riferita alla persona che vuol
fare contemporaneamente gli interessi di due parti avverse. Voi, cortesi amici,
quanti "aratori" conoscete?
***
Gincana o gimcana
- queste le grafie corrette, non gimkana,
vocabolo ibrido non essendo né italiano né inglese. La grafia inglese è,
infatti, gymkhana.
sabato 28 marzo 2015
Fare e dire
Da
"Domande e risposte" del sito "Treccani":
Il verbo
“fare” a quale coniugazione appartiene (alla prima secondo la desinenza
italiana, o alla seconda secondo la derivazione latina)?
Il verbo
fare è un verbo italiano, dunque risponde alle categorizzazioni grammaticali
della lingua italiana. Si tratta di un verbo irregolare della prima
coniugazione.
------------Ci spiace dissentire dagli esperti della "Treccani", il verbo fare, assieme al verbo dire, appartiene alla II coniugazione. Entrambi i verbi sono, infatti, le forme contratte delle voci latine fa(ce)re e di(ce)re. Sono, per tanto, verbi irregolari della seconda coniugazione.
venerdì 27 marzo 2015
Una bella «bustorfieria»
Chissà quanti critici letterari dei vari giornali sono convinti di scrivere una bella "bustorfieria", non sanno invece che la loro critica non ha quel successo tanto agognato. Vogliamo malignare, anzi. Siamo sicuri che molti di questi "esperti" non sanno neanche di che cosa stiamo parlando. Che cosa è, dunque, questa "bustorfieria"? Per scoprirlo basta cliccare qui e qui.
giovedì 26 marzo 2015
Tranellare
Gentile dr Raso,
mi diletto a scrivere favole per bambini, favole che non vengono pubblicate ma fotocopiate e distribuite ai compagni di scuola di mio figlio. L'insegnante e il dirigente scolastico sono, mi sembra, entusiasti dell'iniziativa. Mi rivolgo a lei per un consiglio. Nella mia ultima "fatica", il protagonista cade in un tranello tesogli da una strega cattiva. Vorrei usare un verbo per esprimere il concetto: "tranellare". So perfettamente che non esiste, ma mi piacerebbe adoperarlo. Che ne pensa?
Grazie per l'attenzione e per l'eventuale risposta.
Amerigo T.
Sondrio
---------
Cortese Amerigo, il verbo da lei proposto esisteva ma è stato relegato nella soffitta della lingua. A mio avviso può "rispolverarlo" e usarlo come e quando vuole. A un eventuale contestatore - per farlo rientrare nei ranghi - può far visitare questo collegamento.
***
Comparire - si adopera la forma incoativa in "-sco-" (comparisco) quando significa "far bella figura": questo vestito comparisce bene. Lo stesso discorso vale per il verbo scomparire (far brutta figura): scomparisci sempre davanti agli altri.
Rintingere si trova anche nel vocabolario del Tommaseo e "immortalato" in un libro, del 1951, di Arnolfo Santelli.
mi diletto a scrivere favole per bambini, favole che non vengono pubblicate ma fotocopiate e distribuite ai compagni di scuola di mio figlio. L'insegnante e il dirigente scolastico sono, mi sembra, entusiasti dell'iniziativa. Mi rivolgo a lei per un consiglio. Nella mia ultima "fatica", il protagonista cade in un tranello tesogli da una strega cattiva. Vorrei usare un verbo per esprimere il concetto: "tranellare". So perfettamente che non esiste, ma mi piacerebbe adoperarlo. Che ne pensa?
Grazie per l'attenzione e per l'eventuale risposta.
Amerigo T.
Sondrio
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Cortese Amerigo, il verbo da lei proposto esisteva ma è stato relegato nella soffitta della lingua. A mio avviso può "rispolverarlo" e usarlo come e quando vuole. A un eventuale contestatore - per farlo rientrare nei ranghi - può far visitare questo collegamento.
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Comparire - si adopera la forma incoativa in "-sco-" (comparisco) quando significa "far bella figura": questo vestito comparisce bene. Lo stesso discorso vale per il verbo scomparire (far brutta figura): scomparisci sempre davanti agli altri.
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Da "Domande e risposte" del sito Treccani:
PER INDICARE "INTINGERE DI NUOVO" COME È CORRETTO
DIRE: "REINTINGERE" O "RINTINGERE"?
Non essendovi una regola per la selezione della forma del
prefisso indicante ripetizione (re- o ri-), il
consiglio è sempre quello di consultare un buon dizionario. Spesso, però, le
parole meno comuni non vengono registrate nei dizionari, o non in tutti: ridare,
molto comune, si trova dappertutto, mentre reintingere o rintingere no.
Ci affidiamo allora al GRADIT diretto da
Tullio De Mauro, che registra come unica forma rintingere
--------------Rintingere si trova anche nel vocabolario del Tommaseo e "immortalato" in un libro, del 1951, di Arnolfo Santelli.
lunedì 23 marzo 2015
Prendersi uno spaghetto...
... vale a dire spaventarsi, provare un momento di grandissima paura: la strada era deserta e pioveva a dirotto, a un tratto ho visto un'ombra che si avvicinava verso di me; non vi dico che spaghetto mi son preso! Per alcuni autori questo modo di dire familiare, particolarmente adoperato in Toscana, deriverebbe verosimilmente dall'immagine di una persona che si contrae su sé stessa per gli spasimi della paura, oppure che si "raggomitola" per ripararsi da un pericolo, proprio come si avvolge uno spago sul gomitolo. Piú aderente alla "realtà linguistica", a nostro avviso, la spiegazione che dà, invece, Ottorino Pianigiani:

***
***
Come al solito – locuzione di uso popolare per come il solito . Nella predetta espressione l’aggettivo solito acquista il valore di sostantivo con l’accezione di costume, abitudine e simili e si fa precedere dall’articolo, non dalla preposizione: sei sempre in ritardo, come il solito (come è tua abitudine). Se si vuole adoperare la preposizione al si deve omettere il come: al solito, sei sempre in ritardo.
***
Suonare (o batter) la diana.
“Mi raccomando, questa sera non andare a letto
molto tardi, come il tuo solito – fece il padre al figliolo piú grande – domani
devi batter la diana per tutta la famiglia e a me, lo sai benissimo, non mi
piace arrivare in ritardo agli appuntamenti: i tuoi zii ci attendono per le
nove, al massimo”.
Questo modo di dire,
“battere la diana”, era sconosciuto a Giovanni, il figliolo, il quale – per non
fare brutta figura nei confronti del padre – si affrettò a consultare un
vocabolario e scoprí, cosí, che l’espressione significa “dare la sveglia”.
Nel gergo militare di
un tempo si adoperava questa locuzione perché la sveglia era data col suono del
tamburo o della tromba proprio all’apparire – a oriente – della stella (Diana)
prima della levata del sole, all’alba.
Oggi questo modo di
dire è adoperato, per lo piú, nel senso di incitare qualcuno all’azione, alla
riscossa, a “darsi una mossa”, insomma, e anche nel significato di battere i
denti per il freddo: durante l’ora di diana, prima della levata del sole,
l’aria non è molto calda e fa piuttosto freddo.
Con lo stesso
significato di sentir freddo si adoperano anche le locuzioni “tremare come una
foglia” e “tremare verga a verga” le cui origini non abbisognano di spiegazioni
essendo intuitive.
***
Un altro "orrore" del "Nuovo De Mauro" in rete:
plu|ri|lìn|gue agg.inv. 1958; comp. di pluri- e -lingue.
CO TS ling.
1. di persona, di gruppo etnico, ecc., che parla correntemente più di una lingua
2. di territorio, in cui si parlano più lingue
3. di un testo, redatto in più lingue: documento plurilingue. ---------- L'aggettivo in oggetto non è invariabile, si pluralizza normalmente: plurilingui.
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Suonare (o batter) la diana.
“Mi raccomando, questa sera non andare a letto
molto tardi, come il tuo solito – fece il padre al figliolo piú grande – domani
devi batter la diana per tutta la famiglia e a me, lo sai benissimo, non mi
piace arrivare in ritardo agli appuntamenti: i tuoi zii ci attendono per le
nove, al massimo”.
Questo modo di dire,
“battere la diana”, era sconosciuto a Giovanni, il figliolo, il quale – per non
fare brutta figura nei confronti del padre – si affrettò a consultare un
vocabolario e scoprí, cosí, che l’espressione significa “dare la sveglia”.
Nel gergo militare di
un tempo si adoperava questa locuzione perché la sveglia era data col suono del
tamburo o della tromba proprio all’apparire – a oriente – della stella (Diana)
prima della levata del sole, all’alba.
Oggi questo modo di
dire è adoperato, per lo piú, nel senso di incitare qualcuno all’azione, alla
riscossa, a “darsi una mossa”, insomma, e anche nel significato di battere i
denti per il freddo: durante l’ora di diana, prima della levata del sole,
l’aria non è molto calda e fa piuttosto freddo.
Con lo stesso
significato di sentir freddo si adoperano anche le locuzioni “tremare come una
foglia” e “tremare verga a verga” le cui origini non abbisognano di spiegazioni
essendo intuitive.
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Un altro "orrore" del "Nuovo De Mauro" in rete:
plu|ri|lìn|gue agg.inv. 1958; comp. di pluri- e -lingue.
CO TS ling.
1. di persona, di gruppo etnico, ecc., che parla correntemente più di una lingua
2. di territorio, in cui si parlano più lingue
3. di un testo, redatto in più lingue: documento plurilingue. ---------- L'aggettivo in oggetto non è invariabile, si pluralizza normalmente: plurilingui.
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Un altro "orrore" del "Nuovo De Mauro" in rete:
CO TS ling.
1. di persona, di gruppo etnico, ecc., che parla correntemente più di una lingua
2. di territorio, in cui si parlano più lingue
3. di un testo, redatto in più lingue: documento plurilingue.
mercoledì 18 marzo 2015
La lingua e la sua "evoluzione"
Gli appassionati di lingua sanno benissimo che ogni… lingua è in perpetua formazione. Ogni secolo della nostra cultura e della nostra storia ha, infatti, lasciato un segno indelebile nel lessico, e gli studiosi di linguistica, per la precisione gli “scienziati” che si interessano della grammatica storica, sono in grado di stabilire – con la massima certezza – in quale periodo storico e alcune volte anche in quale anno e per quale occasione si è cominciato ad adoperare un determinato vocabolo relegando nella “soffitta della lingua”, nel contempo, le parole ritenute “superate dai tempi” e bollate, quindi, come arcaiche o desuete. Un esempio per tutti: la tolda. Questa è, anzi era, il ponte superiore scoperto delle navi a vela; non ha senso, quindi, adoperare questo termine nell’èra dei sottomarini.
Nell’epoca in cui viviamo, dunque, il progresso ha dato la stura alla creazione di nuovi vocaboli, e tutti i giorni possiamo assistere alla nascita – a noi piace dire “genesi” – di qualche nome nuovo (i cosí detti neologismi). Anche in questo caso un esempio per tutti: la televisione (ormai, però, il termine ha perso l’appellativo di neologismo).
A questo proposito riteniamo molto interessanti i sostantivi coniati con i prefissi “stra-” e “super-”, per esempio; oppure con il suffisso “-issimo”, quest’ultimo, però, secondo le norme grammaticali, piú “adatto” per la formazione del superlativo assoluto degli aggettivi. Una corazzata enorme, quindi, è una “supercorazzata”; un cannone di grosso calibro diventa un “cannonissimo” o un “supercannone”. La vita semplice dei paesi è chiamata “strapaese”; mentre quella tumultuosa delle grandi città diviene “stracittà”. Gli amanti, meglio “amatori”, del teatro conoscono benissimo la “poltronissima”, che non è altro che una poltrona piú vicina al palcoscenico e ha un prezzo piú elevato delle altre comuni poltrone. Ma vediamo ancora.
Per indicare il fiocco tessile ricavato dalla ginestra è stato inventato il “ginfiocco”; e per denominare la lana sintetica derivata dalla caseina è stato coniato il “lanital”. L’ultimo conflitto mondiale ha regalato alla nostra lingua il termine “picchiatelli” per designare gli aviatori che bombardano gli obiettivi nemici “in picchiata” (in gergo aviatorio la “picchiata” è la discesa molto veloce di un aereo secondo una traiettoria piú o meno perpendicolare al suolo, ndr). Occorre ricordare, però, per amore della “verità linguistica”, che “picchiatello” già esisteva nel nostro idioma ed aveva (ed ha) un’accezione diversa: pazzerello. Sempre dall’ultimo conflitto mondiale ci viene la “quinta colonna”, termini con i quali si indicano i fautori di una nazione in guerra i quali vivono ed operano a favore di questa nel territorio nemico.
È interessante vedere la “genesi” storica (oltre che linguistica) di quest’ultima espressione. Diciamo subito che la locuzione è di matrice iberica. Durante la guerra civile di Spagna quattro colonne del generalissimo Franco mossero all’assalto; con molta probabilità l’azione bellica non sarebbe riuscita senza l’apporto, efficacissimo, dei sostenitori del caudillo, restati nelle città occupate dai “rossi”. Questi amici di Franco formavano, per tanto, un’altra colonna, chiamata “quinta” per distinguerla dalle altre quattro che davano l’assalto. L’espressione piacque moltissimo e trovò la sua “fortuna linguistica” tanto che restò (e resta) a indicare l’insieme dei sostenitori di un esercito anche quando quest’ultimo è composto di piú di quattro colonne.
Potremmo continuare ancora, ma crediamo che questi pochi esempi siano sufficienti a mettere in evidenza la “perpetua” formazione di una lingua ma anche, e forse soprattutto, la sua evoluzione.
martedì 17 marzo 2015
Il "misoponísta"
Il termine che avete appena letto non è attestato in alcun vocabolario dell'uso, lo proponiamo ai lessicografi perché lo prendano in considerazione in quanto è atto a indicare colui (o colei) che avverte una forte avversione al lavoro. Il "misoponista", insomma, si può considerare un neologismo lessicale sinonimo di assenteista. Il vocabolo si può far derivare da "misoponía", lemma non registrato nei comuni vocabolari ma "rintracciabile" qui.
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Caro - quando questo aggettivo accompagna i verbi
vendere, pagare, comprare, costare,
adoperati nel loro significato proprio, è preferibile lasciarlo invariato con
valore avverbiale: li hai pagati caro questi
guanti.
domenica 15 marzo 2015
Gentili Signore, usate ancora l' «assassina»?
Chissà se ancora oggi le signore della cosí detta alta società usano ritoccare il loro volto, soprattutto vicino agli occhi, con una bella "assassina"? Il termine in oggetto, oltre ad essere il femminile singolare di assassino, indica anche un neo artificiale. Non siamo in grado, però, e ci scusiamo, di risalire all'origine e spiegare, quindi, il motivo di tale nome.
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Tra i termini che non tutti i vocabolari riportano ci piace segnalare "mecco" (o meco). Chi è costui (parafrasando il Manzoni)? L'adultero e, per estensione, ladro e stupratore.
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Tra i termini che non tutti i vocabolari riportano ci piace segnalare "mecco" (o meco). Chi è costui (parafrasando il Manzoni)? L'adultero e, per estensione, ladro e stupratore.
venerdì 13 marzo 2015
Io dò? E chi lo vieta?
Da "Domande e risposte" del sito Treccani in rete:
Verbo dare. Si accenta “do”, “dai”? E l'espressione “dai” col significato di su, forza?
Non si accenta do, la prima persona dell'indicativo presente del verbo dare. A che cosa servirebbe? A distinguere la forma verbale dalla nota musicale do? Ma non si accenta il pronome mi, nonostante esista la nota mi; né si accenta il pronome si per distinguerlo dalla nota si o il sostantivo re per distinguerlo dal re musicale, ecc. Dunque (io) do si scrive senza accento.
Allo stesso modo, dai non ha bisogno di accento grafico. Per distinguerlo dalla preposizione articolata? Ma sarà il contesto a sciogliere immediatamente ogni ambiguità. E sempre il contesto ci farà subito capire se dai è indicativo presente (Se dai, riceverai), imperativo presente (Dai subito la penna a tuo fratello!)o interiezione (E dai, smettila; sto bene, dai).
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Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, contraddice l'apodittica risposta degli esperti della Treccani: la prima persona singolare del presente indicativo del verbo "dare" si può anche accentare. Chi scrive, dunque, io dò (con tanto di accento) non commette alcun errore. Quanto al "dai" interiezione (dai esortativo), si può leggere sul vocabolario Sandron: «... non di rado si usa scrivere questo termine con l'accento sulla "a" specialmente quando sia possibile l'equivoco con "dai" preposizione». Anche in questo caso, dunque, chi usa accentare l'interiezione non commette alcun "reato linguistico".
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