mercoledì 31 luglio 2013

Pergolato o pergoleto?



Interessante quesito. Risponde il prof. Lorenzo Enriques, della Zanichelli.
Si veda anche qui.

martedì 30 luglio 2013

La lingua indeuropea

Vi sarà capitato, senza alcun dubbio, nel consultare un vocabolario per cercare il significato di una parola sconosciuta di leggere, in parentesi, “di origine indeuropea”, come, per esempio, in “frate”. Questa parola viene sí dal latino “frater” (fratello), il cui significato è noto a tutti, però, a sua volta, derivato  da una lingua prelatina chiamata, appunto, lingua indeuropea. Saprete certamente che l’italiano, come le altre lingue romanze, è una lingua “neolatina”, vale a dire una lingua derivata da un “nuovo latino”. Saprete anche che il latino classico – nel corso dei secoli – si è imbastardito perché si è scontrato con le parlate locali del vastissimo impero romano, subendone le influenze e la contaminazione, perché ha assorbito i vari dialetti. Cosí, a poco a poco, il latino è mutato dando origine ad altre lingue che hanno conservato un gran numero di vocaboli latini nella loro radice, ma subendo, però, nelle desinenze e nei costrutti sintattico-grammaticali, variazioni tali da renderle diverse dall’idioma originario. Sono nate, in questo modo, le lingue neolatine (italiano, francese, spagnolo, rumeno, portoghese, ladino) denominate “lingue volgari”. Questo aggettivo – chiariamolo subito – non ha l’accezione dispregiativa e peggiorativa (come si intende nel linguaggio corrente), ma sta a indicare la lingua parlata dal popolo (volgo) illetterato. L’italiano e lo spagnolo, per esempio, sono lingue “volgari” in confronto al latino che era parlato non dal volgo (popolo) ma da persone acculturate. Gli aggettivi “italiano”, “volgare” e “neolatino” nella terminologia dei glottologi sono, per tanto, “fratelli gemelli”, nel senso che uno è sinonimo dell’altro. I linguisti (o glottologi), dunque, studiando queste lingue volgari hanno notato una certa affinità non solo tra vocaboli delle lingue cosí dette sorelle (italiano, francese ecc.), ma anche fra parole di idiomi appartenenti a “famiglie” diverse: germaniche, slave, greche, sanscrite (una lingua antichissima dell’India), giungendo alla conclusione che il latino, il greco, le lingue germaniche (tedesco e inglese), lo slavo e il sanscrito debbono risalire a un unico ceppo: una lingua parlata, con inflessioni e variazioni indigene, alcuni millenni prima della nascita di Cristo, in un’area dell’universo che si estendeva dall’Europa occidentale all’India abitata da una medesima razza, gli ariani. Questo idioma, del tutto scomparso, venne chiamato, appunto, “indeuropeo”. Queste affinità sono state riscontrate, particolarmente, nei vocaboli che attengono alla vita primitiva e alle sue istituzioni piú antiche, come la religione, l’agricoltura e la famiglia. Una riprova? Proviamo a confrontare il latino “mater” con l’inglese antico “modhir”, con il greco “mèter”, con il sanscrito “mata”, con l’antico tedesco “muoter” e con lo slavo “mati”: le affinità balzano evidenti agli occhi di chicchessia. Va da sé che nel corso dei secoli, anzi dei millenni, contraddistinti da migrazioni, fusioni di popoli, scomparsa di nazioni, gli idiomi (forse sarebbe meglio dire “dialetti”) del ceppo-madre si sono sempre piú diversificati, mettendo in evidenza le differenze e riducendo, nel contempo, le affinità. Il nostro “pane”, per esempio, diventa il francese “pain”, l’inglese “bread”, il tedesco “brot”. Ancora. L’italiano “freddo” diviene il francese “froid”, l’inglese “cold”, il tedesco “kalt”. C’è da dire, per la verità, che la presa di coscienza dell’affinità e dell’originaria unità delle cosí dette lingue indeuropee, già ‘intravista’ da studiosi e grammatici, divenne ‘certa’ agli inizi del secolo XIX grazie a Franz Bopp (1), che diede alle stampe un’interessantissima grammatica comparata delle lingue indeuropee fino ad allora conosciute (iranico, greco, latino, sanscrito, lituano, gotico e tedesco) e ad August Schleicher (2), che ne interpretò i variegati idiomi indeuropei come una naturale differenziazione e articolazione, secondo norme fisse, di una lingua archetipa e unitaria: l’indeuropeo comune. Perché prima abbiamo scritto che sarebbe meglio parlare di dialetto”? La risposta è semplice. La lingua che noi tutti parliamo oggi, cioè l’italiano, è il dialetto fiorentino affermatosi come lingua nazionale grazie a tre grandi scrittori: Dante, Petrarca, Boccaccio. Va anche detto, però, che la stabilità di un dialetto è sempre relativa: in oltre nove secoli di vita il “volgare” ha subíto numerosi cambiamenti (e sintattici e morfologici) di cui ci rendiamo conto leggendo le opere degli scrittori antichi e recenti.
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(1) Si veda qui.

(2) Si veda qui.

lunedì 29 luglio 2013

Lettera aperta al titolare della "Scuola Elettrica"



Cortese prof. Pietro De Paolis,
 titolare della “Scuola Elettrica”, il servizio che lei cortesemente offre ai “navigatori” è degno di lode ma viene vanificato, purtroppo, dal “coniugatore di verbi”. Altre volte abbiamo avuto modo di constatare l’inaffidabilità di detto coniugatore. Guardi, per esempio, come coniuga il verbo, di uso letterario, “basire”.

Presente indicativo

io baso

tu basi

egli base

noi basiamo

voi basite

essi basono

Presente congiuntivo

io basa

tu basa

egli basa

noi basiamo

voi basiate

essi basano

Non sarebbe il caso di renderlo affidabile alla pari di altri coniugatori disponibili in rete?

Con viva cordialità
FR


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Interessante la parola del giorno (di ieri) dello Zingarelli: ARITMOMANZIA.



domenica 28 luglio 2013

Antiruggine: si pluralizza?

Riteniamo sia opportuno ricordare che il termine “antiruggine” è un aggettivo e un sostantivo maschile invariabile, come recita la totalità dei vocabolari italiani. Perché – vi domanderete – questa precisazione? Perché navigando in rete ci siamo imbattuti in “gli antiruggini”, in alcuni casi, addirittura, è diventato sostantivo femminile, “le antiruggini”. Stupisce, inoltre, il constatare che, dando una rapida occhiata a Googlelibri, la voce errata prevale su quella corretta. 317 occorrenze per gli antiruggini e 67 per gli antiruggine.
A questo proposito è interessante notare, invece, che il termine in oggetto si può scrivere con una sola "g" (rugine, forma piú vicina all'etimologia), anche se la grafia corrente è con doppia "g".

sabato 27 luglio 2013

Ex, un falso prefisso

Moltissime persone (e tra queste giornalisti “di grido”) ritengono, erroneamente, che “ex” sia un prefisso e lo uniscono al sostantivo che segue con un trattino:
 ex-ministro. Nulla di “piú inesatto” (per non dire errato), appunto. Ex è una preposizione con valore avverbiale, non c’è alcun motivo di unirla al nome con un trattino (e sarebbe errato anche se fosse un prefisso, perché questo si “attacca” direttamente al sostantivo: filopalestinese, non “filo-palestinese”). Ex, dunque, è una preposizione trasportata pari pari dal latino all’italiano e, alla lettera, significa “fuori di” e si usa – in modo corretto – solo davanti a sostantivi indicanti titoli di natura temporanea per specificare che quel titolo (o quella funzione) non c’è piú. Si dirà, per tanto, correttamente, ex ministro, ex preside, ex dirigente, ex capufficio, ex deputato in quanto si tratta di cariche (e titoli) a termine, cessate le quali non si è piú ministro, deputato, preside, capufficio. Un medico, un avvocato o un professore (e altri professionisti), invece, restano tali anche quando la loro funzione viene a cessare perché si tratta di titoli di natura permanente, acquisiti attraverso un regolare corso di studi. Ex, insomma, si adopera (e, ripetiamo, si scrive senza trattino) correttamente solo davanti ad alcuni sostantivi per indicare la condizione di colui (o colei) che in passato ha avuto una carica o ha espletato un’attività che non corrisponde piú a quella attuale: ex atleta, ex combattente, ex deputato, ex funzionario. Un professionista, invece, resta tale sempre. Sorridiamo, quindi, quando leggiamo sui giornali o sentiamo nei notiziari radiotelevisivi che «un ex medico è stato incriminato e arrestato»: costui resta sempre un medico, anche se “esercita” all’Ucciardone o a Rebibbia.


PS. Sulla questione del trattino – siamo certi – riceveremo gli strali di qualche linguista se, per caso, si imbatte in questo sito. Ma tant'è.

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Felici di leggere, finalmente, nel vocabolario Gabrielli in rete, ritoccato, che la grafia ossequiente è errata. La "felicità" dura poco, però, perché nell'esempio scrivono ossequienti.

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Il Prof. Claudio Salvatore Sgroi, docente di linguistica italiana presso l'Università di Catania, nel suo "Per una grammatica laica" (UTET) nel capitolo XVI "difende", con varie motivazioni, la grafia ossequiente.

giovedì 25 luglio 2013

I bottoni

Vogliamo vedere, cortesi amici, come sono nati i “bottoni”, vale a dire quegli aggeggi di metallo o altro materiale che servono per unire le parti di un indumento? La “parola” a Enzo La Stella.
«Questo indispensabile accessorio dell’abbigliamento (i bottoni) era sconosciuto agli Assiri, agli Egiziani, ai Cinesi, ai Romani e ai Greci; anche nel Medioevo e nel Rinascimento, poi, la gente doveva contentarsi di legacci e spille per tenere insieme i propri capi di vestiario, finché a un ignoto e geniale sarto venne l’idea di aprire nel tessuto un’apertura a forma d’occhio (l’occhiello), attraverso la quale fare spuntare o germogliare (dall’antico termine francese “boteter”) un pezzo d’osso o di legno fissato al tessuto sottostante. Il gioco era fatto e, subito, gli uomini decisero di portare i bottoni sul lato destro delle loro giacche, mentre alle signore, use a esser vestite dalla cameriera, parve logico metterli a sinistra, per agevolare il compito alla preziosa ausiliaria. I bottoni, ovviamente, piacquero anche ai militari, specie quando il progresso tecnologico permise di produrne di bellissimi, lucenti e decorati con aquile, cannoni e fronde di quercia o di alloro. E quegli inutili bottoncini che ornano il polso delle giacche da uomo e che oggi, se lasciati sbottonati ad arte, dovrebbero indicare la differenza fra un capo sartoriale e uno di serie? Sarebbero stati introdotti da Federico il Grande di Prussia per togliere ai suoi granatieri il viziaccio di usare il polsino della giubba come surrogato del fazzoletto».




mercoledì 24 luglio 2013

Prendere il lato alla predica

Questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - si tira in ballo quando si vuole mettere bene in evidenza il fatto che per raggiungere un determinato scopo occorrono "astuzia", "sveltezza", "accortezza" e... "occhio" per non cadere in fallo. L'espressione - antica - trae origine dall'usanza dei fedeli che si recavano in Chiesa ad ascoltare la predica: costoro cercavano di prendere il "lato", vale a dire il posto migliore per poterla ascoltare meglio. Naturalmente si faceva molta fatica per trovarlo, bisognava, quindi, essere svelti per non lasciarsi sopraffare dai piú zelanti e non correre il rischio di restare in fondo alla chiesa, dove la "vista" e l' "udito" non erano appagati. Con il trascorrere del tempo la locuzione ha acquisito il significato - piú generico - di "usare qualunque accorgimento per raggiungere, in pace, un determinato fine".


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Navigando in rete ci siamo imbattuti in un pedissecuo. Sarà utile ricordare che la grafia corretta è pedissequo. Ed ecco il perché. E si pronuncia cosí.

martedì 23 luglio 2013

Il pazzo...

Riprendiamo il nostro viaggio attraverso la lingua italiana alla scoperta di parole di uso comune ma dal significato… “nascosto”. E prendiamo una parola che è sulla bocca di tutti: pazzo. Chi non conosce il significato “scoperto” di questo termine? Il pazzo è un malato di mente. Un po’ complessa la spiegazione “linguistica” del vocabolo in quanto il termine è di etimologia incerta. Alcuni linguisti lo fanno derivare dal latino “patiens”, sofferente, quindi “paziente”. Tesi avversata, però, dal glottologo Costantino Nigra, il quale sostiene che nel concetto popolare il termine ‘pazzo’ non s’accompagna all’accezione di “paziente”, “malato”, quanto a quella di “stravagante”, “sragionevole”. Ma tant’è. L’origine latina del vocabolo, però, è sostenuta anche da Giacomo Devoto. Per altri linguisti, invece, la voce pazzo sarebbe un prestito dell’antico tedesco “Parzian” o “Barjan” (infuriare). Come si vede non tutte le “scuole” concordano, l’origine (linguistica) del pazzo resta, per tanto, incerta, per non dire oscura. È interessante notare, a questo proposito, le varie “sfumature” che dà, della voce in oggetto, il linguista Ottorino Pianigiani. E concludiamo con una bellissima massima di Saul Bellow: «In un’epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia». O no?

lunedì 22 luglio 2013

Onde...


L'argomento - se non cadiamo in errore - è stato già trattato, lo riproponiamo dando la "parola" al linguista Luciano Satta (noi siamo stati contestati, sempre se ricordiamo bene e non ci confondiamo).
"I grammatici sconsigliano l'uso di 'onde' con l'infinito, così caro alla lingua dei burocrati; e conviene ascoltarli, se non altro perché la parola è bruttina e ce ne hanno riempito la testa i classici. La sostituzione è sempre possibile con un semplice 'per': 'onde' ottenere, 'per' ottenere. Ma proprio 'onde ottenere' si legge in Berto con un 'onde potere andare'; e Landolfi ha 'onde raggiungere' ".

 

domenica 21 luglio 2013

I ferragosto o i ferragosti?

Pregiatissimo dott. Raso,
le scrivo per un dubbio che mi assilla da tempo: esiste il plurale di ferragosto? Con i miei familiari sono solito fare tutti i ferragosti una scampagnata e pranzare sotto un pergolato. Mi è stato detto che ferragosto è un sostantivo invariabile. Ho consultato molti vocabolari e non ho trovato risposta sicura: alcuni lo pluralizzano, altri no. Secondo lei è scorretto «i ferragosti»?
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
Gennaro S.
Civitavecchia (RM)
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Cortese Gennaro, effettivamente i vocabolari sono discordi sul plurale di ferragosto. Personalmente lo pluralizzo: i ferragosti. Non vedo, secondo logica, perché non si possa fare il plurale, come i natali o le pasque. In proposito, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, sempre attento alla lingua, non specifica nulla, il che lascia intendere che non è scorretto il plurale del sostantivo in questione. Una rapida ricerca con Googlelibri ha dato, inoltre, questi risultati.