domenica 31 ottobre 2010

«Non sono potuto entrarci» (2)


A proposito di non sono potuto entrarci, costrutto che un accademico della Crusca, Luca Serianni, ritiene corretto, riportiamo quanto scrive il prof. Marco Grosso, moderatore del sito “Cruscate” (http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=2287):

Ho spulciato la LIZ[a] con questa ricerca: potuto/dovuto/voluto andarci/andarvi/entrarci/entrarvi e i risultati confermano che in questi casi si usa avere: con essere c’è un solo esempio, di Manzoni, ma si tratta d’un costrutto col si impersonale:

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. (Manzoni, I Promessi sposi, cap. 11)

Qui sarebbe agrammaticale *si avrebbe potuto andarci perché il si impersonale seleziona essere.

Tutti gli altri esempi sono con avere:

...perciò smontando lì i miei compagni tutti ristretti seguitorono gl’Indiani, e arrivammo allo scoglio così presto che non ebbero tempo di rompere i ponti, perché levandoli non averemmo potuto entrarvi. (Ramusio, Relazioni sul Guatemala, Relaz. 2)

Occorreva ch’egli facesse una corsa a questa villa, di cui da un poco gli parlava il Botola, posta in una bellissima posizione, in pieno mezzodì, già ammobiliata, con un giardino ombroso fino al lago; e avrebbe potuto andarci quando Arabella cominciasse ad uscir dal letto. (De Marchi, Arabella, I, 13, «Prime scaramucce»)

Il mio cardinale è andato a’ bagni: io non ho potuto andarvi; e poi m’è sopraggiunta la febre, da la quale non sono ancora libero. (Tasso, Lettere, G1135)

...la risposta del qual re era che lodava la celebrazione del concilio, ma non approvava il luogo di Trento, allegando per raggioni che i suoi non averebbono potuto andarvi, e proponeva per luoghi opportuni Costanza, Treveri, Spira, Vormazia o Aganoa. (Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, libro 5, 32)

Lelio Fornari, conoscendo il marito solamente di vista, non avrebbe potuto andarvi senza un invito speciale: aveva portato le due carte da visita al palazzo il giorno dopo la presentazione, e tutto era rimasto lì. (Oriani, Oro Incenso Mirra, Oro, 2)

Ei andava a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva a forza anche Ranocchio, il quale non avrebbe voluto andarci... (Verga, Vita dei campi, «Rosso Malpelo»)

Scappò di corsa verso il mare, come se sull’Emilia avesse voluto andarci a nuoto. (Zena, La bocca del lupo, 16)

Mi pare dunque consigliabile seguire tale uso e lasciare essere a un italiano alquanto innaturale.

venerdì 29 ottobre 2010

Chiese e conventi aperte agli ebrei


Titolo di "Portaaporta" di ieri sera:
Chiese e conventi
aperte agli ebrei

Bruno Vespa, solitamente attento alla lingua, ha fatto passare questo strafalcione: APERTE.
Quando due soggetti sono di genere diverso il verbo si mette al maschile.
Quando però i soggetti sono essere inanimati il verbo si può accordare, per "attrazione", con il soggetto più vicino al verbo.

Nel caso specifico "aperte" sarebbe stato corretto invertendo i soggetti:
Conventi e chiese
aperte agli ebrei.
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Una piccola nota: sembrava anche di stare a Parigi perché sia il conduttore sia gli ospiti dicevano "Pio dodici", e non, correttamente, "dodicesimo". Solo in francese (forse anche in qualche altra lingua romanza) si usano i numerali cardinali per indicare i re, i papi e gli imperatori.

giovedì 28 ottobre 2010

All'incontrario


“Al contrario” o “all’incontrario”? In buona lingua è preferibile la prima forma. La seconda, anche se corretta, ai nostri orecchi suona popolare. È sconsigliabile inoltre, perché come spiega Pietro Fanfani, «una preposizione articolata (all’) non può reggere un’altra preposizione (in) anche se fusa con la parola che segue (contrario)». Sotto il profilo semantico vale “nel senso contrario”, “all’opposto”, “a rovescio” e simili: Giulia, per la fretta, si mise il giubbino al contrario. È anche sconsigliabile, come molti fanno, usare questa locuzione con un significato che, propriamente, non ha: invece. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non dica, per esempio, “ti avevo detto di non uscire e, al contrario, sei uscito”. Dirà, correttamente, “ti avevo detto di non uscire, e invece sei uscito”.

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È bene ricordare che non esiste il suffisso “-simo” per indicare gli aggettivi numerali ordinali dal decimo in poi. Qualche giorno fa, il tg3 ha mandato in onda un “serpentone” con la scritta “67simo”. Il suffisso corretto è “-esimo”: 67esimo; 85esimo ecc. Meglio, però, far seguire le cifre dal punto: 45.esimo. Riportiamo dal “Treccani”: « -èṡimo [dal lat. -esĭmus di centesĭmus, ecc.]. – Suffisso dei numerali ordinali: undicesimo, dodicesimo, ventesimo, ecc. (a eccezione dei primi numeri, da 1 a 10). In matematica, può essere aggiunto sia a un numero sia a una lettera o a un’espressione: 0-esimo (zeresimo, di posto zero), n-esimo (ennesimo, di posto n), i-esimo (iesimo), (n2 + 1)-esimo (ennequadratopiuunesimo), ecc.; anche scritto 0-mo, n-mo, i-mo, ecc.».


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Forse non tutti sanno che "tranquillare" sarebbe da preferire al piú comune "tranquillizzare". È, infatti, pari pari il latino “tranquillare”. Tranquillizzare ricalca il francese ‘tranquilliser’. Il "tranquillante" che cosa è se non il participio presente sostantivato di tranquillare? Qualcuno dice: "dammi un tranquillizzante"?

mercoledì 27 ottobre 2010

Un'allucinazione linguistica


Abbiamo fatto una scoperta linguistica allucinante. Si può fare il troncamento davanti a parole che cominciano con “s” impura (la “s” seguita da una consonante): BUON studio; buon scrittore; un studente e via discorrendo. Gli studenti possono di che rallegrarsi e contestare i docenti (quelli con la “d” maiuscola, se ancora si trovano) che si ostinano a sottolineare con la fatidica matita blu questi troncamenti. Gli allievi “rimbrottati” possono invitare i loro insegnanti a collegarsi al sito della Crusca (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8440&ctg_id=93 ) affinché si ravvedano. « Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume » (Carlo Gozzi). Mai parole furono piú “sante”.

martedì 26 ottobre 2010

«Non sono potuto entrarci»


A proposito dell’ausiliare da adoperare con i verbi servili, l’accademico della Crusca, Luca Serianni (Italiano, Garzanti, VII, 74) scrive:
«Nei tempi composti l'ausiliare è quello dell'infinito quando il pronome atono è anteposto al verbo reggente («non ci sono potuto entrare», perché si dice «sono entrato»), può essere quello richiesto dal verbo servile quando il pronome è enclitico («non ho potuto entrarci», come si dice «ho potuto» assolutamente; ma è altrettanto corretto: «non sono potuto entrarci»)».
Stupisce, e non poco, la posizione di Serianni, che contrasta con quanto sostengono altri “sacri testi”, tra cui la GGIC, il Gabrielli e la grammatica di Maurizio Dàrdano e Pietro Trifone. Quest’ultima è chiarissima: «Se il riflessivo è accompagnato da un verbo servile, si ha l’ausiliare essere quando la particella pronominale è proclitica (si è voluto lavare), l’ausiliare avere quando è enclitica (ha voluto lavarsi)».
Ci piacerebbe sapere quali motivazioni adduce l’Accademico nel sostenere la correttezza del costrutto *non sono potuto entrarci.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Desiderata
Gentile dott. De Rienzo, la prego di togliermi un dubbio: è più corretto "Le desiderata", come usa dire il mio preside, o "I desiderata", come viene d'istinto alla sottoscritta?
La ringrazio e la saluto insieme a tutto il forum.
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Lunedì, 25 Ottobre 2010
Se intende dire "le cose desiderata", senz'altro "DESIDERATA".
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No, no, gentile Professore, la lettrice ha ragione da vendere: “I desiderata”.
Leggiamo dal vocabolario Sabatini Coletti: «Desiderata s. neutro lat. pl.; in it. s.m. pl.
• Cose desiderate, volute, richieste: registro dei d.». E dal Gabrielli: «Desiderata
[de-si-de-rà-ta]
s.m. pl.
Le cose desiderate, ciò che si desidera: questi sono i nostri d.».


lunedì 25 ottobre 2010

Vistoso


Due parole sull’uso corretto dell’aggettivo “vistoso” che, come si intuisce, significa che “dà alla vista, attira la vista”, quindi, appariscente, vivace, chiassoso. A nostro modo di vedere è adoperato correttamente solo se riferito al colore di un vestito o di qualcosa (o anche a una donna piú appariscente che fine, elegante): una cravatta dai colori vistosi; una ragazza vistosa; un'automobile vistosa. Oggi è invalso l’uso di dare a quest’aggettivo - per estensione - un significato che, propriamente, non ha: grande, grosso, ragguardevole, ingente, abbondante e simili: è un palazzo vistoso; una vistosa ricompensa; una vistosa eredità. I vocabolari, però, non sono dalla nostra parte. A nostro giudizio, insomma, gli aggettivi ‘grande’, ‘grosso’, ‘ragguardevole’, ‘ingente’. ‘abbondante’ e simili non si possono adoperare come sinonimi di ‘vistoso’.

sabato 23 ottobre 2010

Mica...










Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Mica..
Salve. Vorrei chiederle una cosa. Un verbo all'imperfetto congiuntivo, può essere preceduto dal rafforzativo di negazione "mica"? Mica sono cretino. In questo caso il "mica", precede un verbo al presente indicativo. Mica mi sarei addormentato se ci fosse stato un bel film. In questo caso il "mica" precede un verbo al passato condizionale. Giorni fa però ho utilizzato quest'espressione : "Mica volessi entrare a scuola". Ho utilizzato quest'espressione in quanto essendo andato a scuola, ho spiegato ai miei compagni che nonostante non volessi entrare a scuola, alla fine sono entrato. Spero mi risponda e mi dia una spiegazione al riguardo. La ringrazio anticipatamente.
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Venerdì, 22 Ottobre 2010
Avrebbe detto meglio: "Mica avrei voluto entrare a scuola".
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Cortese Professore, sarebbe il caso - forse - di ricordare che l'avverbio “mica” se non è preceduto dall’altra negazione “non”... non nega nulla. Oggi è invalso l’uso - avallato, purtroppo, da molti “sacri testi” - di adoperare detto avverbio da solo. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve seguire quanto prescrive la grammatica, e questa prescrive l’obbligatorietà di un “non” prima di mica.
In proposito si veda un nostro intervento - sul “Cannocchiale” - di qualche tempo fa:
http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/09/06/mica_un_sostantivo_evirato.html


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“Bisognare”


Si faccia molta attenzione alla scelta dell’ausiliare con il verbo “bisognare”, che è impersonale. I verbi impersonali prendono l’ausiliare “essere”: era bisognato uscire. Alcuni coniugatori traggono in inganno, come questo
http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml, che “prescrive” l’ausiliare avere.

venerdì 22 ottobre 2010

Sdare



Un verbo da salvare perché è in via di estinzione: «sdare». Significa “sbagliare”, “ingannare”. Adoperato in forma riflessiva sta per “scoraggiarsi”, “impigrirsi”, “non aver voglia di fare una cosa”, “avvilirsi”. Lo attestano ancora il GDU del De Mauro: «v.intr. e tr. (io sdo /zd;*/) * tosc. [av. 1614; der. di dare con s–] 1 v.intr. (avere) sbagliare, ingannarsi 2 v.tr., svendere una merce» e il Palazzi: «rifl. rar. impigrirsi, non avere piú voglia di fare una cosa, diminuire di alacrità, cessare: ormai si è sdato dalla musica - avvilirsi: costoro alla minima contrarietà si sdanno».

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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Congiuntivo con frasi negative
Buon giorno Dott. De Rienzo,
vorrei per favore una delucidazione sull'uso del congiuntivo nelle frasi negative.
Si dice "non c'è nulla che mi può fermare" o "non c'è nulla che mi possa fermare".
"In questa classe non c'è nessuno che studia" o in questa classe non c'è nessuno che studi.".
"non so nemmeno se esistono" o "non so nemmeno se esistano".
Io di solito tendo ad optare per il congiuntivo, visto il tono d'insicurezza della frase, ma l'indicativo non mi suona sgradevole ad orecchio.
Grazie per l'attenzione
La saluto cordialmente
Paolo
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Giovedì, 21 Ottobre 2010
Anch'io userei il congiuntivo, ma l'indicativo non è sbagliato.
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Gentile Professore, permetta un piccolo emendamento alla sua risposta. Con le frasi interrogative indirette negative il congiuntivo è d’obbligo. L’esempio del lettore, “non so nemmeno se esistono”, è, per tanto, grammaticalmente scorretto. Fa bene, quindi, ad adoperare il congiuntivo.

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Diffidare da
Devo inviare una raccomandata di diffida, ma non mi convince il testo che mi ha inviato il mio avvocato! "Vi diffidiamo da voler provvedere al ritiro urgente del Vs. veicolo XXXX xxxx che abbiamo a tutt' oggi ancora in giacenza presso la ns. sede" messa così a me viene da pensare che non voglio assolutamente che si vengano a ritirare il veicolo, mentre - in realtà - questa vorrebbe essere un' intimazione a venirselo a prendere immediatamente!!!! Che faccio? Ringrazio infinitamente!
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Risposta del linguista:
De Rienzo Giovedì, 21 Ottobre 2010
"Diffidare" nel senso di intimare a qualcuno una diffida, vuole la preposizione "da". Il senso della frase è però contorto. A me pare che lei debba andare urgentemente a ritirare la sua vettura.
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Cortese Professore, l’uso corretto del verbo diffidare ha fatto accapigliare i linguisti sulla scelta della preposizione da adoperare. Quando significa “intimare di fare o non fare una cosa” è preferibile l’uso della preposizione “a”, non “da”: La polizia ha diffidato l’uomo “a” presentarsi subito in questura e lo ha anche diffidato “a” non insistere nel suo atteggiamento.


















giovedì 21 ottobre 2010

L'omertà


L’omertà, leggiamo dal vocabolario Gabrielli in rete, è una “forma di complicità tra gli appartenenti alla malavita, per cui una persona colpevole di reato viene protetta, anche da parte di chi ha subito il danno, celando la sua identità alla giustizia, onde evitare vendette” e, per estensione, un legame di “solidarietà tra gli appartenenti a una stessa categoria di persone, per cui ciascuno tiene celato l'operato dell'altro per propria opportunità o reciproco interesse”. Quanto riportato dal vocabolario non soddisfa, però, il cortese blogghista Giampaolo D. di Salerno, il quale desidera notizie piú “approfondite”. Insomma, si domanda e ci domanda il gentile amico: “Che cosa è questa omertà, soprattutto donde trae il nome”? La risposta non è semplice, cortese Giampaolo, perché l’origine del nome è incerta, quasi “sconosciuta”. Alcuni fanno derivare la voce dal dialetto napoletano «umertà» (“umiltà”) quasi a volere sottolineare la totale sottomissione (con “umiltà”) degli uomini alle leggi della camorra e del suo capo. Altri, invece, ritengono sia di origine siciliana riconducibile allo spagnolo «hombredàd» (“virilità”), da “hombre” (“uomo”). In questo caso la voce sarebbe da interpretare come “comportamento, atteggiamento da ‘vero’ uomo”, rispettoso della “legge del silenzio”.
Veda anche questo collegamento: http://it.wikipedia.org/wiki/Omert%C3%A0

martedì 19 ottobre 2010

Leggitore


Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
La "E" accentata a inizio periodo
Buongiorno a lei, professore, e buongiorno a tutti gli amici del forum. Scrivendo al computer, mi sono trovato a domandarmi più volte come scrivere la "E" accentata a inizio periodo. Stando alla grammatica, si dovrebbe utilizzare il simbolo "È", ma troppe volte trovo anche su testi autorevolissimi il simbolo E', apostrofato. Sicuramente, la seconda soluzione è più facile da digitare, ma è corretta?
Grazie anticipatamente per la risposta. Saluti.
Daniele
Risposta del linguista:
De Rienzo Martedì, 19 Ottobre 2010
Sì, è corretta.
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No, cortese Professore, la e maiuscola con l’apostrofo non è corretta. Questa “usanza” è nata dal fatto che la tastiera del computiere non ha la « È ». Chi usa word può ottenere la e maiuscola accentata digitando la e minuscola accentata (è): dopo averla evidenziata premere contemporaneamente i tasti “maiuscolo” e “F3”. Oppure: tenendo premuto il tasto “alt” e digitare sul tastierino numerico, a sinistra, 212. Quindi: alt + 212 = È.

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leggitore
Ieri un famoso presentatore ha chiamato la prima cittadina di Milano, Letizia Moratti, "signor sindaco". Viene un po' da ridere; se proprio gli costava caro "sindaca" bastava "signora".
Giorni fa si è tenuta una conferenza di filosofia qui da noi e i relatori, tra cui l'illustre ospite, tutti e quattro supertitolati, intercalavano ogni cinque minuti e non esagero, con un "come dire". anche qui viene da ridere.. ma come? filosofi a corto di idee e di parole!
infine, vorrei chiedere se esiste o esisteva la parola "leggitore".
molte grazie
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Martedì, 19 Ottobre 2010
Leggitore non esiste sui dizionari. Basta "lettore".
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Gentile Professore, ancora una volta, nostro malgrado, siamo costretti a dissentire. “Leggitore, anche se di uso raro, è a lemma nei vocabolari “Treccani”, “Devoto-Oli”, “Zingarelli”, “Palazzi”, “GDU” del De Mauro, “Gabrielli” e nel vocabolario degli accademici della Crusca.