sabato 4 maggio 2024

Una critica *malevole

 


Navigando in Internet abbiamo scoperto che buona parte delle persone “di cultura” ritengono che si dica “malevole” e non, correttamente, malevolo. Credono, insomma, che l’aggettivo in oggetto appartenga alla seconda classe, come “facile”, per esempio e abbia, quindi, un’unica desinenza, tanto per il maschile quanto per il femminile ('-e', maschile e femminile singolare; 'i', maschile e femminile plurale). No, la forma corretta è malevolo perché viene dall’aggettivo latino ‘malévolus’, della seconda declinazione, e la desinenza ‘-us’ latina si tramuta normalmente nella terminazione ‘-o’ del maschile italiano. È, quindi, un aggettivo della prima classe, come “buono”, le cui desinenze sono ‘-o’ e ‘-i’ per il maschile singolare e plurale, ‘-a’ e ‘-e’ per il femminile singolare e plurale. Diremo, quindi, “uno scritto malevolo”, con il plurale “malevoli” e “una critica malevola” con il plurale “malevole”. Identico discorso per “benevolo”. 

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Divisione sillabica "particolare" 

Abbiamo notato che molte persone si trovano in difficoltà sulla divisione delle sillabe in fin di riga (o di rigo) con le parole formate con prefissi “speciali”: ben-, in-, mal-, cis-, dis-, pos-, trans- o tras-. Le parole così composte possono dividersi in sillaba senza tener conto del prefisso (che fa sillaba a sé) oppure considerare il prefisso parte integrante della parola. Ci spieghiamo meglio con un esempio. Dispiacere si può dividere considerando il prefisso sillaba a sé; avremo, quindi, dis-pia-ce-re, oppure, “normalmente”, di-spia-ce-re. Trastevere – altro esempio – si può dividere secondo l’una o l’altra “regola”: Tras-te-ve-re o Tra-ste-ve-re. Consigliamo vivamente, a coloro che non sono in grado di distinguere con assoluta certezza i prefissi componenti, di attenersi – nell’andare “a capo” – alla normale divisione sillabica. Eviteranno, in questo modo, di incorrere in spiacevoli strafalcioni. In caso di dubbio si può consultare una buona grammatica dove, nel sillabo, sono riportati tutti gli argomenti trattati, messi anche in ordine alfabetico. 


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La lingua “biforcuta” della stampa

L'OPERAZIONE

Viterbo, maxi evacuazione da trentamila persone per disinnescare una bomba inesplosa: ecco cosa succederà il 7 maggio

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A parte quel “maxi” che, correttamente, va unito alla parola che segue e il “da” che, sempre correttamente, deve essere un “di”, sarebbe interessante sapere a quanto ammonta la spesa per l'acquisto dei lassativi al fine di fare evacuare trentamila persone.

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Borseggiatrici beccate a rubare a Milano con neonato in braccio. Pietre, sputi e insulti contro Valerio Staffelli

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Ancora un caso di anfibologia, tanto tanto cara agli operatori dell’informazione. Chi aveva un neonato in braccio? Milano? Le borseggiatrici? Amici “massinformisti”, non sarebbe stato più chiaro e “più logico” scrivere – secondo i canoni linguistici – “borseggiatrici, con neonato in braccio, beccate a…”? Ma, forse, pretendiamo troppo.

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NAPOLI

Centouno anni, gli impiantano protesi di anca biarticolare. Nonno Salvatore: “Sto bene, cammino, voglio tornare a casa…”

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Meglio, anzi, “più corretto” centuno, con la caduta della ‘o” per effetto della crasi. E, sempre “più corretto”, centun anno.  















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giovedì 2 maggio 2024

Una donna mezzo nuda


Quel “mezzo” riferito a un femminile non fa una piega sotto il profilo linguistico-grammaticale. E il motivo sta nel fatto che “mezzo” può essere tanto avverbio quanto aggettivo, a differenza di “tutto”, per esempio, che è solo aggettivo; non si può dire, infatti, una donna *tutto nuda (spiace constatare che le grammatiche non trattino sufficientemente l'argomento). Mezzo, dunque, come aggettivo concorda nel genere e nel numero con il sostantivo al quale è preposto: mezza mela; mezzi sigari; mezze pagine; mezzi fogli. Quando, invece, è posposto al sostantivo al quale è unito con una ‘e’ resta invariato in quanto diventa ‘sostantivo’ con il significato di “una metà”: due ore e mezzo, cioè due ore e “una metà” di un’ora; cinque chili e mezzo, vale a dire cinque chili e “una metà” di un chilo. Resta altresì invariato, con valore avverbiale e significato di ‘a metà’, quando (mezzo) è unito a un aggettivo per attenuarne il significato: ragazze ‘mezzo’ matte, cioè matte ‘a metà’; la casa era ‘mezzo’ diroccata, ossia diroccata ‘a metà’; le luci sono ‘mezzo’ spente, spente a metà. “Mezzo nuda”, quindi, rientra perfettamente nella ‘regola’ sopra citata. Nell’uso, però, queste distinzioni non vengono osservate, anche se riteniamo un errore scrivere, per esempio, le “cinque e mezza”, in luogo delle “cinque e mezzo”.



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lunedì 29 aprile 2024

Ti prego, non salamistrare

 


Se non cadiamo in errore, tutti i vocabolari consultati – tranne il Palazzi, il Gabrielli, l’Olivetti e il GDU – hanno relegato nella ‘soffitta della lingua’ il verbo denominale salamistrare. A nostro modo di vedere, invece, dovrebbe riavere il posto che merita in tutti i dizionari essendo voce 'aulica' con il significato di “fare il saputello, il presuntuoso, il saccente” (e simili): Giovanni, per favore, quando parli con me non salamistrare. Leggiamo dal Tommaseo-Bellini: "V. n. ass. Fare il saccente. Buon. Fier. 1. 2. 2. (C) Oh quanti uomini ho io veduti, Or maestri, or censori, or consiglieri, Salamistrar negli esercizii altrui. E 4. 5. 16. Questa donna mi pare una di quelle Donne saccenti, che noi troviam spesso Per queste e quelle case Far delle medichesse, E delle faccendiere, Salamistrando, e che s'odon dir cose Da far muovere a riso i piè del letto". Quanto all'etimologia, come dicevamo, è un verbo denominale derivato dal sostantivo salamistro, formato dall'incrocio di Salomone con salmo (salmista).

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La lingua “biforcuta” della stampa

Accoltellato dal fratello, uomo grave nel trevigiano

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Correttamente: Trevigiano, con l’iniziale maiuscola trattandosi di un’area geografica.

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Casini: De Gasperi uomo di fede, mai succube indicazioni della Chiesa

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Grafia corretta: succubo.


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domenica 28 aprile 2024

Divagazioni sulla lingua italiana



Colui...

Forse ci attireremo gli strali di qualche linguista se sosteniamo che non è scorretto l'uso di colui (o colei) - in funzione di soggetto e di complemento - non seguito dal pronome relativo (colui che, colei che). Abbiamo l'avallo di Luciano Satta, che riporta gli esempi di autorevoli scrittori: «- Buon giorno - disse colui scappellandosi...» (Bacchelli); «... Ella ha amato a tal punto colei da poter quindi pronunciarsi» (Santucci).

Essere l’uscio del trenta

Non vorremmo essere tacciati di presunzione se affermiamo che molti (tutti?) lettori, pur non conoscendo questo modo di dire, lo mettono in pratica ogni qual volta la loro casa si riempie di gente e, quindi, diventa un luogo molto frequentato con un impressionante viavai di persone. L’espressione è la contrazione del detto (sconosciuto?) “essere l’uscio del trenta, chi esce e chi entra”, dove, però, quel trenta non ha nulla che vedere: è motivato da ragioni di pura assonanza. E a proposito di uscio, avete mai sentito la locuzione “trovare l’uscio di legno”? Anche se non l’avete mai sentita l’avete messa in pratica, inconsciamente, quando recandovi a far visita a una persona non l’avete trovata: avete trovato solo la porta chiusa, cioè l’uscio di… legno.

Successo e succeduto

Probabilmente non tutti concorderanno su quanto stiamo per scrivere. Vogliamo spendere due parole su un verbo che ha due participi passati e due forme della terza persona singolare del passato remoto (che, però, non tutti i cosí detti sacri testi menzionano). Alludiamo al verbo “succedere”. Questo, dunque, ha due participi passati: ‘successo’ e ‘succeduto’; e due terze persone singolari del passato remoto: ‘successe’ e ‘succedette’. Alcuni non fanno distinzione… alcuna sull’uso dei participi e delle due forme del passato remoto. In buona lingua si preferisce ‘succeduto’ e ‘succedette’ quando il verbo assume il significato di “subentrare a qualcuno” e simili: Giovanni Paolo I succedette a Paolo VI; si avranno ‘successo’ e ‘successe’ allorché il verbo in questione sta per ‘accadere’, ‘avvenire’: Giovanni non ricorda piú cosa successe nel 1968.

Nutrito? No, scrosciante (e simili)

Due parole, due, sull’uso di un aggettivo che a nostro modo di vedere molto spesso viene adoperato a sproposito: nutrito. Questo aggettivo, dunque, è il participio passato del verbo “nutrire” e significa ‘pasciuto’,‘robusto’,‘ben nutrito’ e simili: è un ragazzo ‘nutrito’, cioè pasciuto. Molto spesso si usa, invece, con un significato che non ha: ‘caloroso’, ‘forte’, ‘insistente’, ‘scrosciante’ e simili: la cantante è stata accolta con un nutrito applauso. Quest’uso, se non scorretto, ci sembra, per lo meno, ridicolo. Gli applausi possono essere ‘nutriti’, cioè pasciuti, robusti? Certamente no. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere può disporre di altri aggettivi che fanno alla bisogna in casi del genere: caloroso, lungo, forte, fragoroso, scrosciante, incessante ecc.

Per un’incollatura

Quest’espressione, probabilmente ignota ai piú, si usa allorché si vuol mettere in evidenza il fatto che un dato traguardo è stato raggiunto “per un pelo”, “per pochissimo”. Si adopera soprattutto in relazione a gare, confronti e simili ed essendo tratta dal mondo dell’ippica dovrebbe esser nota agli amanti degli sport equestri. Nel gergo ippico l’ incollatura è la lunghezza del collo e della testa del cavallo, che si misura – quando ci sono dubbi – per stabilire quale tra due cavalli arrivati quasi insieme sia/è il vincitore della gara.



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venerdì 26 aprile 2024

Il lusso e la lussuria

 


Probabilmente alcuni lettori stupiranno nell'apprendere che la lussuria è un... lusso. Sì, proprio così. Diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani, autore del "Dizionario etimologico", anche se snobbato da buona parte dei linguisti perché non ritenuto esperto della materia.

 



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La lingua “biforcuta” della stampa

Prato, ecco la “lotteria” della Lega: in palio un posto da candidato

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Correttamente: posto di candidato. È un normalissimo complemento di specificazione. Quel “da”, dunque, è tremendamente errato. La preposizione corretta da adoperare è "di" perché non siamo in presenza di un complemento di fine o scopo retto, appunto, dalla preposizione da; ci troviamo davanti a un normalissimo complemento di specificazione. Il "posto" - per dirlo terra terra - quando vale "incarico", "impiego" si fa seguire dalla preposizione "di": un posto (incarico) di direttore d'orchestra; un posto di assessore; un posto di operatore ecologico. In questi casi si specifica, infatti, il "tipo" di posto o di impiego.

Si veda qui, al punto 6.a.




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mercoledì 24 aprile 2024

Gli avverbi focalizzatori (o focalizzanti)



P
robabilmente qualche lettore non avrà mai sentito parlare degli avverbi così detti focalizzanti o focalizzatori – anche se vengono adoperati inconsciamente – perché non tutti i “sacri testi” (le grammatiche) trattano l’argomento. Alcuni avverbi, dunque, vengono così chiamati perché svolgono una funzione ben precisa: richiamano l’attenzione per enfatizzare un particolare elemento della proposizione, mettendolo così “a fuoco”. Questi avverbi, pertanto, mettono in risalto un elemento della frase, che può essere costituito da un verbo, da un aggettivo o da un avverbio (raramente da un sostantivo).

Vediamo i più comuni:

  • addirittura: ero così stremato che mi sono addirittura addormentato sulla scrivania;

    anche, pure: Carlo ha mangiato anche troppo!;

    soprattutto, particolarmente, specialmente: amo leggere, specialmente i libri gialli;

    perfino: alla cerimonia era presente perfino Giovanni!;

    davvero, proprio: sei proprio un fannullone;

    almeno: il tutto richiederà almeno due ore di lavoro;

    solo, soltanto: voglio solo parlarti;

    talmente: è un giovane talmente bravo!;

    quasi quasi: quasi quasi vado da Filippo, così potrò salutarlo;

    dritto: ora vai dritto per la tua strada.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Cosmo: “Il mio canto anti-pop senza filtri e censure”

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Correttamente: senza filtri né censure. Si veda "senza" al punto 5.

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 BELLE CIAO

Presidio al Senato contro la norma sull’aborto del governo: “Attacco alle donne, no pro-life nei consultori”

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Ancora un caso di anfibologia, tanto cara ai media. Chi abortisce? il governo? la norma? il Senato? Quanto al barbarismo "pro-life"...  dobbiamo arrenderci in ottemperanza al detto che "l'erba del vicino è sempre più verde", vale a dire: i termini che provengono dalla perfida Albione sono più "sciccosi" di quelli adoperati dal Divino. E alla "sciccheria linguistica" gli operatori dell'informazione ci tengono. Eccome!

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Roma fu causa delle calvizie del Petrarca? La curiosità che in pochi conoscono

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Inorridiamo dinanzi a “delle calvizie”. Calvizie non è il plurale di “calvizia”, termine inesistente. Viene dal latino “calvities”, tratto da “calvus” (calvo) ed è un sostantivo esclusivamente singolare: la calvizie. Correttamente, quindi: della calvizie.


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MAXXI

Toilet trasparente a Roma: l'impresa di andare in bagno (mentre tutti ti guardano) diventa virale

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Non c’è nulla da fare! I media insistono sull’/con l’uso dei barbarismi (più ‘sciccosi’, secondo loro, in confronto alla/della lingua di Dante e di Manzoni) ma li sbagliano quasi sempre. La grafia corretta del vocabolo francese è toilette.




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lunedì 22 aprile 2024

Sgroi – 177 -- ”QUALCUN ALTRO” SÌ, MA “QUALCUN’ALTRO” (CON APOSTROFO) PERCHÉ NO?

 


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Evento televisivo

Nella trasmissione (bisettimanale) di RAI-1 di domenica 21 aprile 9h35, “Pronto soccorso linguistico" del programma “Unomattina in famiglia”, il presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo D’Achille, a un quesito sulla grafia del sintagma <qualcun(’) altro>, ha risposto che la forma corretta è <qualcun altro> senz’apostrofo perché “troncamento”, analogamente a <un uomo>, ma <un’amica> con apostrofo perché elisione, come del resto indicano le grammatiche e i dizionari.


2. Elisione vs troncamento

Il parallelismo di <qualcun altro> con <un>, <un’> è invero ingannevole. Nel sintagma <QUALCUN ALTRO> si tratta infatti di elisione (cancellazione della vocale /o/ dinanzi a vocale), e non di troncamento perché nessuno dice *qualcun felice” ma “qualcuno felice”.

Nel caso invece di UN ALTRO si tratta di troncamento (cancellazione della vocale /o/ dinanzi a consonante) perché nessuno dice *uno ragazzo, *uno uomo, ma un ragazzo, un uomo, mentre nel caso di UN’ALTRA si tratta di elisione (es. una ragazza, un’altra).


3. <Qualcun altro>: un’eccezione

La grafia senz’apostrofo di <qualcun altro> è quindi una patente eccezione, stranamente non riconosciuta come tale, alla regola della elisione, perché dovrebbe comportare l’apostrofo.


           3.1. La "regola nascosta" del troncamento

La grafia <qualcun altro> si spiega a sua volta col fatto che nell’uso letterario toscano si diceva <qualcun di noi> con troncamento. (Per una esemplificazione nella BIZ (Biblioteca Italiana Zanichelli) 2010, ricca di quasi 1000 titoli della letteratura italiana nell'arco di 8 secoli, cfr. il mio precedente intervento n. 60. Perché <qualcun altro> sì, ma <qualcun'altro> no?, § 3.4, domenica 19 aprile 2020).


4. Uso maggioritario

Quanto alla frequenza delle due grafie, va detto che la grafia qualcun altro è quella decisamente maggioritaria. Stando alla citata BIZ la stringa <qualcun altro> appare in 71 documenti.

Anche nel Primo Tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento di T. De Mauro ben 114 sono occorrenze di <qualcun altro> in 47 opere di romanzieri del Premio Strega dal 1947 al 2006.

Persino in Google "libri ricerca avanzata" nell'arco del ventennio 2000-2020 su 32 videate, la stragrande maggioranza degli ess. sono privi di apostrofo.

(Per una esemplificazione cfr. il citato intervento n. 60. Perché <qualcun altro> sì, ma <qualcun'altro> no?, § 3.2, domenica 19 aprile 2020).


5. Uso minoritario

Rispetto alla grafia non apostrofata <qualcun altro>, la variante apostrofata <qualcun'altro> è invece decisamente minoritaria, e poco comune, se non rara.

Nel citato Primo Tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento, c'è infatti un solo es. di <qualcun'altro>, coerentemente apostrofato in quanto elisione, in Stanislao Nievo 1987:


"qualcun'altro poteva intervenire con grave pregiudizio di chi aveva fatto il primo passo" (Le isole del paradiso, p. 46).


E anche in Google "libri ricerca avanzata" nell'arco del ventennio 2000-2020 su 32 videate, pochissimi sono gli ess. con l'apostrofo (11 in 7 autori) (cfr. ess. nel citato intervento n. 60. Perché <qualcun altro> sì, ma <qualcun'altro> no?, § 3.2, domenica 19 aprile 2020, e nel 131. Regole, norme ed eccezioni, a proposito dell’apostrofo, § 2.2, lunedì 6 giugno 2022).



6. Grafia univerbata <qualcunaltro>

Colpisce poi per la sua rarità la grafia univerbata di Italo Calvino 1950 <qualcunaltro> nel citato Primo Tesoro:


"qualcunaltro che veniva a dire qualcosa, qualcosa che spiegasse" (Ultimo viene il corvo, p. 99).


Analoga occorrenza era stata peraltro anticipata da Carlo Dossi 1868:


"Ogni uomo è il guancialino da spilli di qualcunaltro" (L'altrieri, Panche di scuola, 4, capoverso 20, BIZ).


7. Tre <norme ortografiche>

In conclusione, possiamo distinguere tre diverse <Norme ortografiche> (tutte corrette) per il sintagma fonologico /qualcun altro/:

<Norma ortografica-1> con apostrofo da elisione: <qualcun'altro>, erroneamente giudicata errata perché minoritaria, ma invero corretta, perché presente in scritti di autori colti.

<Norma ortografica-2> senz'apostrofo da troncamento toscano letterario: <qualcun altro>, la sola riconosciuta come corretta nella lessicografia, e maggioritaria in scritti di autori colti.

<Norma ortografica-3> univerbata da elisione: <qualcunaltro>, letteraria e rara.


SOMMARIO

1..Evento televisivo

2. Elisione vs troncamento

3. <Qualcun altro>: un’eccezione

           3.1. La "regola nascosta" del troncamento

4. Uso maggioritario

5. Uso minoritario

6. Grafia univerbata <qualcunaltro>

7. Tre <norme ortografiche>



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)