Gentilissimo dott. Raso,
la ringrazio di cuore per la risposta circa il significato del termine "attoso". Approfitto della sua competenza e cortesia per un altro quesito. I verbi ausiliari "essere" e "avere" - lo sappiamo - si adoperano per la formazione dei tempi composti; spesso, però, sono in dubbio su quale ausiliare adoperare. C'è una regola in proposito? Grazie e cordialità.
Severino A.
Rovigo
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Caro amico, non è possibile (oltretutto non esiste) dare una regola precisa circa l'uso dei due ausiliari; un buon vocabolario è indispensabile. Possiamo dire, in linea di massima, che l'ausiliare essere si adopera con i verbi impersonali, con i verbi riflessivi e per la forma passiva dei verbi transitivi. Avere, invece, si usa per la formazione dei tempi composti di tutti i verbi transitivi, di quelli intransitivi che indicano un movimento o moto fine a sé stesso (ho corso, ho volato) o esprimono un'attività dello spirito e del corpo (ho pensato, ho dormito). Da notare, ancora, che spesso l'uso dell'uno o dell'altro ausiliare fa cambiare il significato del verbo "principale": ho mancato (ho commesso una colpa); sono mancato (non ero presente).
Guardi anche ciò che dice, in proposito, l'Accademia della Crusca.
martedì 12 maggio 2015
lunedì 11 maggio 2015
Toujours perdrix! (Sempre pernici!)
I lettori che ci onorano della fiducia e ci seguono con assiduità ci perdoneranno - siamo sicuri - se in un sito che si occupa del corretto uso della lingua italiana tratteremo una locuzione barbara (nella fattispecie francese). Come! - griderà qualcuno - costui ha sempre lanciato anatemi contro coloro che usano i barbarismi e adesso ce ne "propina" uno! Tranquilli, amici, non rinneghiamo le idee che abbiamo sempre professato: siamo e resteremo contro i barbarismi (che inquinano la lingua); questo, però, è particolare in quanto è entrato "di prepotenza" nel nostro idioma ed è adoperato a ogni piè sospinto con il significato di "sempre la stessa minestra" (questo sí, "italianissimo" e... conosciutissimo). Si adopera questo modo di dire, dunque, quando si vuol mettere in evidenza il fatto che "anche il meglio (di qualcosa), a lungo andare, viene a noia". La locuzione, per la verità, si usa soprattutto come rimprovero ironico nei confronti di colui che, pur vivendo agiatamente, trova sempre il modo di lamentarsi. Un aneddoto su Enrico IV di Francia spiega l'origine del modo di dire. Vediamo. Il confessore personale del sovrano rimproverava al re frequenti scappatelle extraconiugali. Quest'ultimo, stanco dei continui rimproveri, fece servire a tavola - per diversi giorni - sempre pernici finché al servo di Dio, ormai stanco del pur prelibato piatto, non scappò di bocca quel "toujours perdrix!" (sempre pernici!), al quale il sovrano replicò con un elegantissimo e malizioso "toujours reine" (e per me... "sempre regina").
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La parola proposta da questo portale: attitare. Verbo del linguaggio giuridico che vale "procedere in giudizio". Non è attestato nei vocabolari dell'uso. Per maggiori "informazioni" si veda qui e qui.
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La parola proposta da questo portale: attitare. Verbo del linguaggio giuridico che vale "procedere in giudizio". Non è attestato nei vocabolari dell'uso. Per maggiori "informazioni" si veda qui e qui.
domenica 10 maggio 2015
L'attoso
Pregiatissimo dott. Raso,
sono un suo "fan" dai tempi dei tempi perché "scrutando" il suo sito c'è sempre da apprendere qualcosa in campo linguistico. Le scrivo perché leggendo un vecchio libro mi sono imbattuto in un termine che non avevo mai sentito; ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso (anche quelli in rete) e non ho trovato traccia. Il vocabolo in questione è "attoso". Le riporto la frase con il termine "incriminato": «... quando sarai al cospetto del barone non comportarti in modo attoso...». Può dirmi cosa significa, esattamente?
Grazie di cuore.
Un cordiale saluto.
Severino A.
Rovigo
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Gentile Severino, il vocabolo non è attestato nei vocabolari perché è stato relegato nella soffitta della lingua. Un tempo si adoperava per indicare una persona leziosa, dai modi bambineschi. Veda qui e qui.
sono un suo "fan" dai tempi dei tempi perché "scrutando" il suo sito c'è sempre da apprendere qualcosa in campo linguistico. Le scrivo perché leggendo un vecchio libro mi sono imbattuto in un termine che non avevo mai sentito; ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso (anche quelli in rete) e non ho trovato traccia. Il vocabolo in questione è "attoso". Le riporto la frase con il termine "incriminato": «... quando sarai al cospetto del barone non comportarti in modo attoso...». Può dirmi cosa significa, esattamente?
Grazie di cuore.
Un cordiale saluto.
Severino A.
Rovigo
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Gentile Severino, il vocabolo non è attestato nei vocabolari perché è stato relegato nella soffitta della lingua. Un tempo si adoperava per indicare una persona leziosa, dai modi bambineschi. Veda qui e qui.
sabato 9 maggio 2015
Il "se" e il condizionale
Da "La posta del professore" del sito della Zanichelli:
Il ‘se’ + condizionale: approfondimento
Caro Professore,
in riferimento alla discussione al link: http://dizionaripiu.zanichelli.it/la-posta-del-professore/2012/05/11/il-se-condizionale-quando-e-possibile/ la seguente frase è grammaticalmente corretta? “Mi chiedevo se sareste disposti a supportarmi”.
Cordiali saluti, Fabio
Caro Fabio, certo che sì: la frase che lei cita Mi chiedevo se sareste disposti a supportarmi è analoga come costrutto alla frase Non so se sarei capace di mentire dello Zingarelli, che lei può leggere all’accezione 7 di se (2) nella pagina web da lei indicata. Piuttosto sono personalmente poco incline all’uso di supportare nel significato di sostenere o aiutare: mi pare un anglismo che da un lato è inutile, appunto perché ci sono in italiano parole che ben esprimono lo stesso concetto, e dall’altro è insidioso perché supportare è anche variante di sopportare, che ha un significato ben diverso: e infatti un quotidiano italiano di New York un giorno titolò: “Arriva da Roma il nuovo Ambasciatore d’Italia: sopportiamolo!”. Ma questo è un tema lessicale, non grammaticale ed esula da questa rubrica.
Cari saluti dal Professore
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Questo quesito ci ha richiamato alla mente un nostro modesto articolo sul "se", che può essere tanto congiunzione quanto pronome. Lo riproponiamo per chi fosse interessato all'argomento.
Il ‘se’ + condizionale: approfondimento
Caro Professore,
in riferimento alla discussione al link: http://dizionaripiu.zanichelli.it/la-posta-del-professore/2012/05/11/il-se-condizionale-quando-e-possibile/ la seguente frase è grammaticalmente corretta? “Mi chiedevo se sareste disposti a supportarmi”.
Cordiali saluti, Fabio
Caro Fabio, certo che sì: la frase che lei cita Mi chiedevo se sareste disposti a supportarmi è analoga come costrutto alla frase Non so se sarei capace di mentire dello Zingarelli, che lei può leggere all’accezione 7 di se (2) nella pagina web da lei indicata. Piuttosto sono personalmente poco incline all’uso di supportare nel significato di sostenere o aiutare: mi pare un anglismo che da un lato è inutile, appunto perché ci sono in italiano parole che ben esprimono lo stesso concetto, e dall’altro è insidioso perché supportare è anche variante di sopportare, che ha un significato ben diverso: e infatti un quotidiano italiano di New York un giorno titolò: “Arriva da Roma il nuovo Ambasciatore d’Italia: sopportiamolo!”. Ma questo è un tema lessicale, non grammaticale ed esula da questa rubrica.
Cari saluti dal Professore
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Questo quesito ci ha richiamato alla mente un nostro modesto articolo sul "se", che può essere tanto congiunzione quanto pronome. Lo riproponiamo per chi fosse interessato all'argomento.
giovedì 7 maggio 2015
Essere del gatto
Questa locuzione - probabilmente poco conosciuta - è di tradizione popolare. Ma che cosa sta a significare? Trovarsi in una situazione senza speranza, essere "intrappolati", in modo particolare trovarsi in cattive condizioni economiche, cadere in rovina e non avere nessuna possibilità d'uscita, come un topo caduto inesorabilmente tra le grinfie di un gatto. E a proposito di gatto, chi non conosce l'espressione "Fare come la gatta di Masino"? Chi si comporta, dunque, come la gatta di Masino? Tutti coloro che fanno finta di non accorgersi di nulla per non essere costretti a intervenire - per pigrizia, paura o altro - e prendere, quindi, gli eventuali provvedimenti. La locuzione è tratta da un racconto popolare - che si perde nella notte dei tempi - in cui si narra di una gatta di un contadino, tale Masino, la quale chiudeva gli occhi per non veder passare i topi.
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Ancora un verbo relegato nella soffitta della lingua: taffiare. Chi taffia? Colui che banchetta lautamente e... smoderatamente.
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Ancora un verbo relegato nella soffitta della lingua: taffiare. Chi taffia? Colui che banchetta lautamente e... smoderatamente.
mercoledì 6 maggio 2015
Te, soggetto o complemento?
Il titolare del sito "Antistupri grammaticali" scrive che «Questa sezione del blog (del suo sito) nasce con l’intento di contrastare l’ondata irrefrenabile di ignoranza grammaticale e sintattica che ha investito le nuove generazioni (e non solo), soprattutto grazie all’avvento dei social network come Facebook». Peccato che sia rimasto stuprato egli stesso perché afferma che «Il pronome personale “te” è usato solo come complemento e mai come soggetto. Quindi frasi come “lo hai detto te” o “pensaci te” sai dove TE le puoi ficcare?». Sorvoliamo sulla parte volgare e invitiamo l' «antistupratore» a non diffondere "notizie linguistiche false": il pronome personale te si può adoperare - in alcuni casi specifici - anche in funzione di soggetto.
martedì 5 maggio 2015
Il paúro
Chi ha paura del paúro? Non stiamo delirando, vogliamo dire che il sostantivo in oggetto, non attestato nei vocabolari dell'uso, indica un feroce assassino che si nasconde nei boschi. E chi lo dice? Non l'umile titolare di questo portale, ma un "grande", Niccolò Tommaseo.
«S. m. Si chiamarono Pauri in Toscana certi famosi assassini che si nascondevano ne' boschi delle Salajuole, ch'è luogo a dodici o quattordic' miglia da Firenze. (Fanf.) T. Come Paura, l'oggetto che fa paura; e come Figuro per Figura».
«S. m. Si chiamarono Pauri in Toscana certi famosi assassini che si nascondevano ne' boschi delle Salajuole, ch'è luogo a dodici o quattordic' miglia da Firenze. (Fanf.) T. Come Paura, l'oggetto che fa paura; e come Figuro per Figura».
domenica 3 maggio 2015
La prefetta
Questa volta non possiamo non plaudire a "Sapere.it" (De Agostini) per il "coraggio" di avere specificato che il femminile di prefetto è regolarmente "prefetta".
prefetto n.m. [f. -a; pl.m. -i, f. -e] 1 funzionario, dipendente dal ministero dell’interno, che rappresenta il governo nell’ambito di una provincia; ha compiti di controllo sugli organi amministrativi locali, tutela l’ordine pubblico e sovrintende alla pubblica sicurezza: il prefetto di Pavia; un’ordinanza del prefetto 2 in Roma antica, titolo attribuito a funzionari che svolgevano mansioni diverse per delega di un magistrato 3 titolo che spetta ai cardinali preposti alle congregazioni e ad altri uffici della curia romana | prefetto apostolico, ecclesiastico che è a capo di una prefettura apostolica 4 istitutore in collegi, seminari e sim.
¶ Dal lat. praefectu(m) ‘sovrintendente, prefetto’, deriv. di praeficere ‘mettere a capo’, comp. di pra- ‘pre-’ e facere ‘fare’.
Nota d'uso
Il femminile regolare di prefetto è prefetta, e così si può chiamare una donna che eserciti il ruolo di prefetto. Alcuni preferiscono però chiamare anche una donna prefetto, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.
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Le evidenziazioni sono del titolare del portale. Da aborrire "prefettessa", come spesso si sente dire con l'avallo, purtroppo, di qualche vocabolario.
prefetto n.m. [f. -a; pl.m. -i, f. -e] 1 funzionario, dipendente dal ministero dell’interno, che rappresenta il governo nell’ambito di una provincia; ha compiti di controllo sugli organi amministrativi locali, tutela l’ordine pubblico e sovrintende alla pubblica sicurezza: il prefetto di Pavia; un’ordinanza del prefetto 2 in Roma antica, titolo attribuito a funzionari che svolgevano mansioni diverse per delega di un magistrato 3 titolo che spetta ai cardinali preposti alle congregazioni e ad altri uffici della curia romana | prefetto apostolico, ecclesiastico che è a capo di una prefettura apostolica 4 istitutore in collegi, seminari e sim.
¶ Dal lat. praefectu(m) ‘sovrintendente, prefetto’, deriv. di praeficere ‘mettere a capo’, comp. di pra- ‘pre-’ e facere ‘fare’.
Nota d'uso
Il femminile regolare di prefetto è prefetta, e così si può chiamare una donna che eserciti il ruolo di prefetto. Alcuni preferiscono però chiamare anche una donna prefetto, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.
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Le evidenziazioni sono del titolare del portale. Da aborrire "prefettessa", come spesso si sente dire con l'avallo, purtroppo, di qualche vocabolario.
sabato 2 maggio 2015
Alloppicare
Un altro vocabolo relegato nella soffitta della lingua e che ameremmo fosse rimesso a lemma nei vocabolari dell'uso, per l'esattezza il verbo alloppicare. Adoperato nella forma pronominale sta (stava) per "sonnecchiare", "dormicchiare", "appisolarsi" e simili. Giulio, al cinema, s'alloppica sempre.
venerdì 1 maggio 2015
InvernALE ma... estIVO. Perché?
Cortese dott. Raso,
mi piacerebbe conoscere la ragione per la quale da inverno abbiamo "invernale"; da autunno "autunnale", da primavera "primaverile" ma da estate "estivo". Perché, insomma, quest'ultimo aggettivo non è composto con il suffisso "-ale" o "-ile"? Sarebbe scorretto, dunque, dire o scrivere "estatale" o "estatile"?
Grazie se prenderà in considerazione la mia richiesta.
Con i migliori saluti.
Ivano P.
Rieti
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Gentile Ivano, il suo ragionamento è logico ma non rispecchia, però, la "realtà linguistica". Vediamo. Tanto "invernale" quanto "primaverile" provengono dai rispettivi sostantivi con l'aggiunta dei suffissi "-ale" e "-ile" (invernale, primaverile). I predetti suffissi specificano ciò "che riguarda", "che è proprio": invernale, che riguarda l'inverno; primaverile, che è proprio della primavera. Lo stesso discorso per "autunnale" che non proviene, però, dall'italiano autunno ma dal latino "autumnalis". Per quanto riguarda "estivo", infine, non discende dal sostantivo italiano estate ma dal latino "aestivus", da "aestus", «calore». Di qui, per l'appunto, estivo.
***
La parola proposta da questo portale: metania. Il termine, forse poco conosciuto perché non attestato nei dizionari dell'uso, indica un atto di prostrazione, un'espressione di pentimento, ravvedimento e simili.
mi piacerebbe conoscere la ragione per la quale da inverno abbiamo "invernale"; da autunno "autunnale", da primavera "primaverile" ma da estate "estivo". Perché, insomma, quest'ultimo aggettivo non è composto con il suffisso "-ale" o "-ile"? Sarebbe scorretto, dunque, dire o scrivere "estatale" o "estatile"?
Grazie se prenderà in considerazione la mia richiesta.
Con i migliori saluti.
Ivano P.
Rieti
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Gentile Ivano, il suo ragionamento è logico ma non rispecchia, però, la "realtà linguistica". Vediamo. Tanto "invernale" quanto "primaverile" provengono dai rispettivi sostantivi con l'aggiunta dei suffissi "-ale" e "-ile" (invernale, primaverile). I predetti suffissi specificano ciò "che riguarda", "che è proprio": invernale, che riguarda l'inverno; primaverile, che è proprio della primavera. Lo stesso discorso per "autunnale" che non proviene, però, dall'italiano autunno ma dal latino "autumnalis". Per quanto riguarda "estivo", infine, non discende dal sostantivo italiano estate ma dal latino "aestivus", da "aestus", «calore». Di qui, per l'appunto, estivo.
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La parola proposta da questo portale: metania. Il termine, forse poco conosciuto perché non attestato nei dizionari dell'uso, indica un atto di prostrazione, un'espressione di pentimento, ravvedimento e simili.
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