sabato 15 giugno 2013

Il cavaliere

Un nostro amico ci ha rimproverato di avere abbandonato la trattazione dell’origine di parole di uso comune ma dal significato… recondito. Ci suggerisce, per farci ‘perdonare’ la mancanza, di parlare dell’etimologia del cavaliere. Perché, per esempio, si domanda e ci domanda il nostro gentile amico, «l’uomo che fa coppia con una donna in un giro di danza si chiama cavaliere? Quale relazione intercorre tra il cavalcare e il danzare?». Lo accontentiamo subito. Dobbiamo prendere, però, il discorso alla lontana e rifarci all’istituzione medievale della Cavalleria in cui “militavano”, solitamente, i figli cadetti dei nobili. Con il termine “cavaliere” si intendeva, per tanto, un “duplice personaggio”: colui che va a cavallo e un nobile militante nella Cavalleria. Le tradizioni di questa nobile istituzione volevano chi suoi “adepti” si mettessero al servizio di tutte le cause importanti, tra le quali l’ossequio e la protezione della dama, che – con solenne giuramento all’atto dell’investitura – ogni cavaliere si impegnava a onorare e a scortare per difenderla dalla violenza e da eventuali offese. Allorché la Cavalleria, come nobile istituzione, morí, rimase vivissimo nella fantasia di tutti – nobili e popolani – il ricordo delle antiche gesta e degli altissimi ideali di cortesia e di “civiltà” cavallereschi, per cui il termine “cavaliere”, come semplice appellativo, mantenne due accezioni distinte ma strettamente legate alla comune origine: 1) nobile appartenente al primo gradino dell’araldica nobiliare (cavaliere, barone, conte, marchese, duca, principe); 2) persona dall’animo nobile e di sentimenti generosi e rispettosi verso la donna (dama), al cui servizio si mette come gli antichi cavalieri medievali. Con tutta probabilità, quindi, quando chiamiamo ‘cavaliere’ il “danzatore”, cioè l’uomo che fa coppia con una donna in un ballo, ci rifacciamo alla seconda accezione. Al primo significato, invece, debbono essersi rifatti i nostri legislatori quando hanno scelto il titolo di “cavaliere” da conferire a un cittadino – qualunque sia la sua condizione sociale ed economica – come riconoscimento di merito; è la “nobiltà” (non di sangue) che ciascuno di noi si conquista con il lavoro, la probità, la dedizione ai grandi ideali. Il cavalierato attuale, insomma, è un titolo di “nobiltà” che non si acquisisce per nascita e non si tramanda, quindi, ai propri discendenti. Tutti sappiamo, per esempio, che lo Stato ha concesso il titolo di “Cavaliere di Vittorio Veneto” ai superstiti della Grande Guerra in segno di riconoscenza del Paese verso coloro che hanno sacrificato la giovinezza e arrischiato la vita per la difesa e l’indipendenza della Patria. È interessante anche ciò che si può leggere qui:

http://www.etimo.it/?term=cavaliere&find=Cerca












venerdì 14 giugno 2013

Il plurale di "uno"

Cortese prof. Raso,
il suo istruttivo blog mi è stato segnalato da un amico che la segue dal tempo del "Cannocchiale". Le scrivo - e spero che prenda in considerazione la mia richiesta - per sapere se l'aggettivo numerale "uno" può prendere la forma del plurale. Ho fatto una piccola ricerca ma non sono approdato a nulla. Confido in lei.
Grazie in anticipo.
Cordialmente
Federico B.
 Palestrina (Roma)
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Gentile Federico, per quale motivo non dovrei prendere in considerazione la sua richiesta? Per quanto attiene alla sua domanda, la risposta è affermativa. Il numerale uno si può pluralizzare; da evitare, però, in uno scritto sorvegliato. Veda il collegamento in calce.

http://faustoraso.blogspot.it/2011/03/il-plurale-di-uno-uni.html

giovedì 13 giugno 2013

«La» carcere?

Esimio dott. Raso,
un quesito telegrafico: è corretto "la" carcere? Io ho sempre detto "il" carcere, con il plurale "i" carceri.
Grazie della sua attenzione.
Con viva cordialità
Demetrio S.
Carbonia
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Cortese Demetrio, nell'uso comune carcere è maschile nel singolare e tassativamente femminile nel plurale: "il" carcere, "le" carceri. Non si può considerare errata, però, la forma femminile anche nel singolare. Ho trattato l'argomento in un mio vecchio intervento sul "Cannocchiale".

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/01/22/la_carcere.html

PS. Se consulta un qualsivoglia vocabolario dell'uso vedrà , quindi, che "carcere" nel singolare viene attestato come un "ermafrodito" (può essere sia maschile sia femminile).
Interessante la nota d'uso di "Sapere.it" (De Agostini):
«Il nome carcere è maschile, ma anticamente, e ancora oggi a volte in un linguaggio letterario, veniva usato al femminile (la carcere), forse per attrazione del suo sinonimo prigione, anch’esso femminile. Il plurale è invece femminile (le carceri); il maschile i carceri può essere usato in riferimento a singoli edifici (la costruzione di due nuovi carceri)».
Personalmente, però, preferisco il femminile plurale anche in riferimento a singoli edifici.

mercoledì 12 giugno 2013

Dare il sapone

Roberto uscí dal colloquio con il primo dirigente dell’ufficio assunzioni con gli occhi stralunati, era sconvolto, fuori di sé; non riusciva a capire il motivo per il quale non era stato assunto nonostante avesse “strabiliato” – con la sua preparazione professionale – tutti i componenti l’ufficio assunzioni. Non riusciva a darsi pace, aveva un impellente bisogno di lavorare per mantenere la sua famiglia composta di moglie e cinque figli. Strada facendo si ricordò di una frase che gli disse un amico qualche giorno prima del colloquio, frase che, lí per lí, non afferrò: «Quando sarai convocato dal dirigente non dimenticare di portare con te un po’ di sapone, ti sarà utile al momento opportuno». All’improvviso ne capí tutta la sua “portata”: era un modo di dire per fargli intendere che avrebbe dovuto fare un “pensierino” al dirigente. “Dare il sapone” significa, infatti, ‘dare generose ricompense a chi esercita un ufficio per ottenere un trattamento di favore’; significa, insomma, per parlar fuori di metafora, “corrompere qualcuno”. Puccio Lamoni, nelle note linguistiche al “Malmantile racquistato” (un poema burlesco), cosí spiega la locuzione: «Come nell’insaponare una carrucola (una corda) o una ruota si facilita il veicolo, e si fa che non strida». Con lo stesso significato si usano le espressioni “dare la busterella”, “ungere il grifo”, “dare l’unguento di zecca”, “buttar l’osso a qualcuno”: dare una mancia favolosa (come si fa con i cani per non farli abbaiare).  

martedì 11 giugno 2013

La glossofobia

Gentilissimo dott. Raso,
mi rivolgo a lei su consiglio del mio amico Costantino C. per un quesito. Vorrei sapere se c'è un termine atto a indicare la paura di parlare in pubblico. Quando, per lavoro, sono costretto a farlo sono assalito da una paura terribile, la bocca mi si asciuga e a stento riesco a parlare. Vorrei sapere, appunto, se esiste un termine per definire questa "paura" cercandolo nei vocabolari. Grazie di cuore e in anticipo per la sua eventuale cortese risposta.
Demetrio S.
Carbonia
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Cortese amico, il termine esiste ma non è attestato nei vocabolari in mio possesso: glossofobia. È composto con le voci greche "glossa", lingua e "phobos", paura, fobia. Lei, quindi, è un "glossofobico". Le do un collegamento che, credo, le può interessare:

http://www.subliminali.it/6-messaggi-subliminali-per-aumentare-la-fiducia-in-te-stesso/messaggi-subliminali-per-chi-ha-problemi-a-parlare-in-pubblico.php

lunedì 10 giugno 2013

A proposito di "riempire"












A proposito del verbo "riempire", questo coniugatore (http://www.coniugazione.it/verbo/riempire.php) segue la coniugazione incoativa (-isc-), il DOP, il Dizionaro di Ortografia e di Pronunzia, scrive decisamente: "non riempisco".

Coniugatore:
 io riempisco
tu riempisci
egli riempisce
noi riempiamo
voi riempite
essi riempiscono

DOP: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=20739&r=16835

Il coniugatore della "Scuola Elettrica", invece, lo storpia "abbondantemente":
http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.php
Dopo aver cliccato sul collegamento digitate il verbo in questione; guardate anche, per rilassarvi un po', come coniuga il verbo "stordire".


sabato 8 giugno 2013

«Accortenza» variante di accortezza?





Si può usare "accortenza" come variante di accortezza?
La "parola" a Antonio Vinciguerra, della redazione consulenza linguistica dell'accademia della Crusca.

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/po-accortenza


* * *

Si presti attenzione alla corretta coniugazione dei verbi "riempiere" e "riempire". Il primo appartiene alla seconda coniugazione il cui participio passato è "riempiuto", il secondo alla terza e il participio passato è "riempito". Per il resto si coniugano allo stesso modo, fatta eccezione per il passato remoto:

Riempiei / riempii
        
Riempiesti / riempisti

Riempié - riempiette / riempí

Riempiemmo / riempimmo

Riempieste / riempiste

Riempierono / riempirono

giovedì 6 giugno 2013

La lancia e la... lancia


Gentilissimo dott. Raso,
approfitto ancora una volta della sua non comune disponibilità per un quesito non sintattico-grammaticale. Sarebbe interessante sapere perché con il termine “lancia” si intende tanto l’arma quanto l’imbarcazione. Perché questo vocabolo, insomma, ha due significati distinti?
La ringrazio anticipatamente e le porgo i miei devoti ossequi.
Costantino C.
Carbonia

PS. Dove posso trovare il suo “Giornalismo. Errori e orrori”?

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Cortese amico, per quanto attiene al mio libercolo può rivolgersi direttamente all’Editore Gangemi di Roma, il cui indirizzo può reperirlo in rete. Riguardo alla sua interessantissima curiosità “giro” la domanda a Ottorino Pianigiani e al vocabolario Treccani.

Pianigiani:

.

Treccani:

lància1 s. f. [lat. lancĕa] (pl. -ce). – 1. a. Arma da urto e più raram. da getto, usata fin dai tempi più antichi, e poi nel medioevo e nell’età moderna, da combattenti a piedi o a cavallo, ma anche in giostre e tornei (e ancora oggi presso alcune popolazioni), formata da un’asta di varia lunghezza con all’estremità superiore un ferro acuto, oppure una punta di osso, di corno, o, anticam., di pietra: impugnare, alzare, abbassare la l.; mettere la l. in resta, correre con la l. in resta (...).

lància2 s. f. [per metafora dalla voce prec., con allusione alla forma acuta della prora e alla velocità] (pl. -ce). – Imbarcazione a remi, di forme affilate e di varia grandezza, armata da otto a sedici vogatori e con possibilità di alzare una vela latina o a tarchia su un alberetto smontabile; in dotazione, in passato, alle navi per i servizî di bordo, è ancora in uso per alcuni tipi di pesca e per l’addestramento alla voga (il tipo più moderno a motore, con lo scafo talvolta parzialmente (...).




mercoledì 5 giugno 2013

ININTELLEGÌBILE O ININTELLIGÌBILE?:

Un interessante articolo di Salvatore Claudio Sgroi*



ININTELLEGÌBILE O ININTELLIGÌBILE?:

VARIANTI APOFONICHE PLURISECOLARI

1. Il caso: un dantismo con refuso?

Un caro amico e collega, avendo letto un nostro breve intervento in cui si accennava a «lingue materne diverse, e tra loro inintellegibili», ci ha fatto “occhiutamente” osservare: «Ti segnalo un refuso alla riga 3,
dove penso tu intenda dire “inintelligibili” [al posto di inintellEgibili ], o
sbaglio?».
La sostituzione di una i con una e, data anche la minima salienza fonica
 grafica dei due grafemi-fonemi, ha in effetti tutta l’aria di essere un
banale refuso-lapsus grafico-fonico. Ma quando abbiamo mentalmente e
oralmente provato a pronunciare prima (e a scrivere dopo) inintellIgibili
secondo la “corretta” grafia suggerita dall’interlocutore, confessiamo di
aver provato disagio e resistenza a realizzare tale forma. Una scorsa al
vocabolario (“il garante” della lingua), e anzi a più d’uno, non lasciava
peraltro dubbi sul carattere “corretto”, ovvero sulla codificazione di inintellIgibile,
in quanto forma riconosciuta e approvata. Sul piano del puro
funzionamento della lingua, l’agg. inintelligibile si configura peraltro strutturalmente
come parola formata con il prefisso negativo [in- + intelligibile].
La codificazione di inintellIgibile ha anche, come dire, un pedigree
autorevole, trattandosi di una codificazione con etimo diacronico, in quanto
voce dotta risalente a Dante Convivio (III.XII.6) 1304-08 (DELI): «di
cosa intelligibile per cosa inintelligibile trattare si conviene» (Enciclopedia
antesca, ried. 2005 vol. X), derivante «dal lat. tardo inintelligibile(m)».
E la base intelligibile del derivato è, a sua volta, latinismo, databile sempre
con il citato Convivio 1304-08 (DELI): «dal lat. intelligibile(m)».

2. Un’altra base etimologica

Abbiamo quindi cercato di rintracciare nella “grammatica inconscia”
della lingua idiolettale la regola alla base di quella variante marcata inintellEgìbile.
ra, è per me naturale dire anche intellEgibile (piuttosto che
intellIgibile), da cui è quindi strutturalmente generata la forma prefissata:
in+intellEgìbile.
È anche da tener presente che la forma canonica dell’italiano intellIgibile
(«dal lat. intelligibile(m)») è affiancata dalla variante, non meno canonica,
intellEgibile anch’essa («dal lat. intellegibile(m)» (cfr. Sabatini-
Coletti), databile XIV sec. con S. Bonaventura volgar. e seconda metà del
sec. XIV con S. Agostino volgar. (in Batt. VIII 1973), segnalata (ma non
datata) nei dizionari correnti (per esempio Sabatini-Coletti, De Mauro,
Zingarelli, ecc.).
E analogamente il derivato intellIgibil/ità 1639 B. Fioretti (in Batt. e in
ELI) coesiste con intellEgibil/ità av. 1569 B. Varchi1 (in Batt.2 e in DELI),
apparentemente neoformazione, non essendoci tra l’altro nessun esempio
nel Thesaurus formarum (TF).
Invece non è neoformazione intellIgibil/ità, come pure indicato in tutti
i dizionari, ma comporta un etimo diacronico derivando «dal lat. mediev.
intellIgibilitatem», come si deduce dal Thesaurus formarum (TF) che segnala
l’esistenza di ben 308 esempi databili tra il 736 e il 1499.
Le due varianti italiane in.tel.lE.gi.bi.le (< dal lat. in.tel.lE.gè.bè.lem) e
in.tel.lI.gi.bi.le (< dal lat. in.tel.lI.gè.bè.lem) sono peraltro riconducibili a
una alternanza vocalica latina di tipo apofonico: la sillaba con vocale breve
originariamente in posizione iniziale (l/.gèbèlis) trovandosi per derivazione
in posizione interna e in sillaba aperta (intel.l/.gèbèlis) tende a mutare
il proprio timbro vocalico e>i (intel.li.gèbèlis).

3. Il derivato in/intellEgibile: forma errata?

Se il derivato in/intellEgibile non appare codificato (i.e. riconosciuto e
accettato) nei dizionari correnti della lingua italiana, si potrebbe ritenere
una forma errata; ma tale non è in quanto semanticamente trasparente e
per niente ambigua.
Potrebbe pur sempre essere sanzionato negativamente se rientrante nell’italiano
popolare. Ma non è neppure classificabile come variante diastraticamente
bassa, in quanto il Batt. (1973, vol. VIII) registra in/intellEgibile
come lemma secondario connotandolo diacronicamente come voce “ant.”
I dizionari anche quando riportano le due varianti indicano purtroppo solo la data più lontana,
riferita a entrambe: av. 1565 così in DE MAURO 2000, DE MAURO-MANCINI 2000, ZING 2011; e sec. XVI
in SABATINI-COLETTI 2007.
Non così però PALAZZI-FOLENA et al. 1992 che data solo (e correttamente) la variante intellEgibilità
av. 1565. Devoto-Oli 2010 tralascia invece di lemmatizzare la variante intellEgibilità.
2 Il Batt. (1973, vol. VIII) tralascia tuttavia di indicare come lemma secondario la variante intellEgibil/
ità.
pur senza alcun esempio d’autore. E tuttavia la LIZ ci fornisce un esempio
del ’500 con M. Equicola (1470-1525) Libro de natura de amore (1525):
Pure alcuni philosophi, tra quali io pono primo Platone, cresero Dio curare le cose
humane, prevedere quelle, et ad quelle provedere; benché in nocte, videro, como Plotino,
il quale Plotino disputa di providentia, et affirma da pulchritudine inintellegibile et
ineffabile di Dio descendere fine alla pulchritudine de fiori et frondi (Libro 3, 1).
a scorsa di tale forma nel domenicale del «Sole 24 Ore» consente
ancora di documentare nell’arco di circa un trentennio (1983-2010) due
sempi del 2000 e 2010 significativamente presso una stessa parlante:
(i) il codice risultava alla fine inintellegibile (Ch. Somajni,10.9.2000);
(ii) Una successione di caratteri, ordinati lungo l’asse centrale della pagina, un tempo
forse stringhe di comandi, forse residui ormai inintellegibili di un testo, forse semplicemente
lettere rovesciate a casaccio nel browser (Ch. Somajni, 2.2.2010).
La duplice esemplificazione fa quindi ulteriormente scartare l’ipotesi del
lapsus o del refuso tipografico e conferma la grammatica “profonda” della
derivazione da noi sopra ricostruita.
Naturalmente delle due forme inintellIgibile/inintellEgibile, se la prima
è unanimemente registrata con etimo diacronico (DELI, ecc.), anche
la seconda, assente nella lessicografia (con l’eccezione del Batt.), si configura
come “dono”, derivando «dal lat. inintellEgibilem» stando al Thesaurus
Formarum (TF) che segnala l’esistenza di 8 esempi databili tra le
origini e la fine del II sec. d.C.
La prima forma inintellIgibile è decisamente dominante rispetto all’altra.
La variante marcata è infatti assente nel Primo tesoro della lingua letteraria
italiana del Novecento, formato da 100 testi del Premio Strega del
cinquantennio 1947-2003 (De Mauro 2007); nessuna attestazione nella
esemplificazione letteraria del Batt., né nel TB. Mentre negli undici secoli
i testi della LIZ c’è un solo esempio, e appena due occorrenze in
quasi trent’anni (1983-2010) della pagina letteraria del «Sole 24 Ore»,
come sopra indicato.
Ma una qualche vitalità della variante minoritaria in esame è deducibile
dai circa 71mila “risultati” in Google libri (14.IV.2012), dove però occorrerebbe
distinguere singolarmente (e pazientemente) le occorrenze delle
due forme. Ci limitiamo qui a indicare tra le occorrenze di inintellEgibile
le seguenti:
1693 Fr. Bonaventura di Recanati («Oh questo sì, ch’è massima incredibile, se non
fosse di fede, inintellegibile, inescogitabile», Prediche, Venetia, Paolo Baglioni, tomo I,
p. 106).



E poi nel ’900:

1901 F. Ravello (Attraverso il Quattrocento, Torino, Derossi, p. 41);
1922 Giornale critico della filosofia italiana (voll. 3-4, p. 169);
1941 Cultura neolatina («ogni poesia sarebbe inintellegibile a ogni altra persona che
non fosse il poeta», p. 79);
1946 Rassegna storica del Risorgimento («in una maniera presso che inintellegibile»,
voll. 31-32, p. 72);
949 Delta 1 gennaio («ai confini dell’inintellegibile», p. 30);
1950 G. Saitta (Il pensiero italiano nell’Umanesimo e nel Rinascimento: il Rinascimento:
«empia, inintellegibile e favolosa opinione», Firenze, Zuffi, p. 141).

Ecc.

Non da ultimo, la variante marcata appare “normale” nell’uso di alcuni
universitari della laurea magistrale (poco più che ventenni) e presso
colleghi universitari dell’Università di Catania, come abbiamo potuto
accertare.

4. Altri derivati nominali e avverbiali

Analogamente le due basi aggettivali danno luogo ai due derivati nominali:
inintellEgibil/ità, apparente neoform. (nessuna forma è segnalata nel
TF); manca in tutti i dizz. (Batt., De Mauro, Sabatini-Coletti, Zing., ecc.);
in Google libri (15.IV.2012) 264 risultati; nell’800:
1896: Riforma sociale. Rivista critica di economia e di finanza («Ora, come allora, è
vero, l’aneddoto storico e la definita allusione locale possono illuminarne la densa nebulosità,
quindi l’inintellegibilità per la mente giovanile; ed un buon maestro può senza
dubbio aiutare ed aiuta a vincerle», vol. 6, p. 12);
tre esempi nell’arco 1900-1950, ovvero nel 1940, 1942 (S. Fr. Romano),
1943 (Logos), ecc.; 71 “risultati” nel periodo 1950-1999, ecc.
E inintellIgibil/ità, av. 1712 Magalotti (Batt. e senza etimo), lettera
dell’8 aprile 1681 (in Google libri), non neoformazione come indicato in
tutti i dizionari3, ma con etimo diacronico «dal lat. inintellIgibilitatem»,
stando al Thesaurus Formarum (TF) che indica l’esistenza di 12 esempi databili
tra il 736 e il 1499.
In Google libri 3.650 “risultati”; nel periodo 1650-1699 con due esempi,
di cui uno consente di retrodatare il Magalotti 1681:
3 Così in DE MAURO av. 1712, DE MAURO-MACINI av. 1712, SABATINI-COLETTI sec. XVIII, e ZINGARELLI
che omette anche la datazione.

I

1650 Michele De Calvo («Se io giro l’occhio, nel corrente Vangelo altro non veggio,
ch’ecclisse: cioè oscurità di scritture, e inintelligibilità di misteri», Assunti sopra i vangeli
della Quaresima, Venetia, Giunti, e Hertz, parte seconda, p. 173);
1682 Pier Matteo Petrucci («egli tanto più è amabile, quanto meno è intelligibile;
perche la sua inintelligibilità è originata dalla sua eccessivamente sovrana e illimitabile
perfezzione», La contemplazione mistica acquistata, Venetia, Gio Giacomo Hertz, p. 130)

E quindi, gli avverbi:

inintellEgibil/mente, neoformazione assente in tutti i dizz. (Batt.,
DELI, DeM-M, DeM, Sabatini-Coletti, Devoto-Oli et al.). In Google libri,
solo 5 esempi nell’arco di un secolo (1900-2012):
1911 Federico Confalonieri («Io non so come potrai leggermi; ad ogni modo bramo
che te ne vendichi collo scrivermi altrettanto a lungo, ma non arriverai sicuro a farlo
altrettanto inintellegibilmente», Carteggio, Milano, Tipo-litografia Ripalta, vol. 2, parte
1, p. 210);
av. 1963 B. Fenoglio [1922-1963] («dalla macchina qualcuno cominciò a splutter inintellegibilmente
a un megafono», Opere, Torino, Einaudi 1978, p. 585);
1992 Ch. Baudelaire («ogni tanto sospira inintellegibilmente», Paradisi artificiali,
Roma, Newton, tr. it. rist. 2011);
1993 P. Hadot («In questo momento essa ancora non vede, o piuttosto vede «inintellegibilmente
», cioè senza distinguere il suo oggetto, «vive» solamente, ci dice Plotino, e
opera un movimento di conversione verso il suo oggetto», Porfirio e Ottorino, Milano,
Vita e Pensiero, tr. it., p. 204);
2006 Bollettino di studi latini («inintellegibilmente arrossito», Napoli, Loffredo, p. 47).
E inintellIgibil/mente, neoformazione, datata sec. XX (DeM, DeM-M;
senza data in Zing., Sabatini-Coletti; mancante in Batt., DELI, Devoto-Oli
et al.); in Google libri (16.IV.2012) 369 risultati e quindi retrodatabile al:
1774 Giovanni Gualberto de Soria («una immaginazione [...] non istravolta mai, non
gonfia, non falso sottile, non inintelligibilmente sublime», in Raccolta di opere inedite. Contenente
i caratteri di varj uomini illustri, Livorno, Tommaso Masi e Comp., tom. 2, p. 54);
1782 Ferdinando Sanftleben (Grammatica tedesca, ovvero, Introduzione sincera, e chiara
per imparare con facilità li fondamenti veri, e buoni della Lingua Tedesca, Milano, Fratelli
Reycends, edizione terza, p. 291).
Ecc.
Anche le basi intellEgibile/intellIgibile danno luogo a loro volta agli avv.:
intellEgibil/mente (solo in Palazzi-Folena et al. 1992, e senza data;
mancante in DELI, DeM-M, Zing., Sabatini-Coletti, Batt.); 180 risultati
in Google libri (16.IV.2012); databile nella seconda metà dell’800 con
un solo esempio:
1885 Federigo Gilbert de Winckels («Alla tua opera periodica, dovendo essere nazionale,
conviene la lingua elegantemente e intellegibilmente scritta dalla nazione», Vita di
Ugo Foscolo, Verona, Libraria H.F. Münster, vol. 1, p. 187).
Due esempi nella prima metà del ’900:
1900 («raccoglie, prepara e distribuisce intellegibilmente le delineazioni della forma»,
in «Rivista musicale italiana», vol. 7, p. 187);
1929 («una legge promulgata in questi giorni in Norvegia, a termini della quale i medici
saranno obbligati d’ora innanzi a scrivere intellegibilmente le loro ricette», «Rivista di
biologia», vol. 11, p. 251).
E intellIgibil/mente av. 1364 Zanobi da Strata (Batt.), av. 1364 (De
Mauro, DeM-M); senza data in Palazzi-Folena et al., Zing., Sabatini-Coletti.

5. Paradigma derivazionale

Possiamo quindi riassumere i dati principali sopra analizzati nei seguenti
paradigmi derivazionali a raggiera e a catena, disposti in ordine di data di
prima attestazione:
inintellIgibil/ità
1650 M. De Calvo, 1681 Magalotti,
«dal lat. mediev. inintellIgibilitate(m)»
in/intellIgibile inintellIgibil/mente
1304-08 Dante 1774 G. Gualberto de Soria, neoform.
«dal lat. tardo eccl. inintellIgibile(m)»
1.a. intellIgibile intellIgibil/mente
1304-08 Dante av. 1364 Zanobi da Strata, neoform.
«dal lat. intellIgibile(m)» intellIgibil/ità
1639 B. Fioretti
«dal lat. mediev. intellIgibilitate(m)»
inintellEgibil/ità
1896 Riforma sociale, neoform.
(nessun esempio in TF)
in/intellEgibile inintellEgibil/mente sec. XX
av. 1525 Equicola 1911 Confalonieri, neoform.
dal lat. inintellEgibile(m)
1.b. intellEgibile intellEgibil/ità
XIV sec. San Bonaventura av. 1565 B. Varchi, neoform. (nessun esempio in TF)
volgar. «dal lat. intellEgibile(m)» intellEgibil/mente
1885 Federigo Gilbert de Winckels, neoform.



6. Conclusione

Insomma i parlanti che usano la variante in/intellEgibile (e derivati)
tano per un “dono”/prestito dal latino di minor vitalità, non registrata
dai dizionari, ma corretta in quanto suffragata da utenti colti, rispetto a
quelli che ricorrono alla variante in/intellIgibile (e derivati), anch’essa
“dono” del latino tardo, pienamente codificata, anche per l’avallo dantesco;
tutti gli utenti muovono peraltro da due varianti di base (intellEgibile
e intellIgibile), la seconda col prestigio dantesco, entrambe “doni” latini,
che hanno dato luogo a una produzione di ulteriori derivati (sostantivi
e avverbi), tutti in plurisecolare coesistenza, a confermare con Sapir
(1921), e ora con Renzi (2012), il drift o deriva linguistica rispetto ai presunti
cambiamenti catastrofici.

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* Docente di linguistica italiana presso l’Università di Catania

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Per quanto attiene al significato, forse poco conosciuto, di "apofonico" si veda questo collegamento:
http://www.sapere.it/enciclopedia/apofon%C3%ACa.html

martedì 4 giugno 2013

Onde, comunque, dovunque...

Una riflessione sull’uso improprio, ma forse sarebbe meglio dire errato, di tre avverbi: onde, comunque, dovunque. Cominciamo con il primo che, come tutti dovrebbero sapere, è il latino “unde” (da dove) il cui significato fondamentale è quello di “da quale luogo” (da dove): onde vieni? Da questa accezione primaria sono scaturite tutte le altre, sempre con valore di provenienza; di qui i significati di “da cui”, “di cui”, “con cui”, “per cui”, “nel luogo da cui”: c’è una terrazza onde (da cui) si vede tutto. Da un po’ di tempo è invalso l’uso – ed è questo il punto dolente – di usare “onde” con valore di congiunzione: ti dico ciò ‘onde’  tu possa regolarti in merito. No, cortesi amici, quest’uso è antiquato e improprio, per non dire errato; meglio ricorrere all’ausilio delle congiunzioni finali (perché, affinché ecc.), le sole legittimate allo scopo: ti dico ciò “affinché” tu possa regolarti in merito. Da evitare inoltre, nel modo piú assoluto, l’uso di ‘onde’ seguito da un infinito (anche se c’è qualche esempio d’Autore): ti scrivo ‘onde’ rendere noto quanto segue. In casi del genere, è bene ribadirlo, si debbono usare le congiunzioni finali. E veniamo a comunque e dovunque. Il primo (insieme con qualunque) non è propriamente un avverbio, ma un “aggettivo-avverbio” e significa “in qualunque modo”, “in ogni modo” e, checché ne dicano alcuni pesudogrammatici, non può essere adoperato – per la sua natura di aggettivo relativo – in senso assoluto; deve introdurre, insomma, una proposizione; occorre dargli, cioè, la reggenza di un verbo, meglio se al modo congiuntivo: farò quello che dici tu, ‘comunque’ stiano le cose. Sí, sappiamo benissimo che questa “regola” è disattesa da tutti, indistintamente. Si trova, molto spesso, adoperato in modo assoluto, cioè da solo. Voi, amanti del bel parlare e del bello scrivere non seguite questa “moda”. Il medesimo discorso per quanto attiene all’avverbio dovunque. Questo, infatti, essendo un avverbio relativo deve introdurre una proposizione, deve, cioè, reggere un verbo: ‘dovunque’ c’è un fiume c’è umidità; verrò ‘dovunque’ tu voglia. Moltissime persone lo adoperano nell’accezione (errata) di “dappertutto”, “in ogni luogo”: andrò ‘dovunque’. Anche in questo caso non seguite la “moda”, osservate le norme linguistiche che vietano l’uso assoluto di dovunque (e ovunque, che ha il medesimo significato), anche se alcuni
pseudolinguisti ritengono essere solo una “sottigliezza linguistica”.
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Un manuale per risolvere i dubbi linguistico-grammaticali più frequenti. Pensato per i giornalisti e utile per tutti coloro che quotidianamente "combattono", per lavoro, con la lingua italiana. Edito da Gangemi, Roma.

Volume vincitore, per la manualistica, alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda".