domenica 1 maggio 2016

Reliquario, voce popolare

I lettori ci perdoneranno se mettiamo ancora in evidenza gli orrori linguistici che quotidianamente ci "propinano" i massinforma  (mezzi di comunicazione di massa). Ma non possiamo fare altrimenti. I giornali vengono letti da tutti, cosí come i notiziari radiotelevisivi vengono ascoltati da tutti, per questo motivo i responsabili delle varie testate hanno il dovere, sí il dovere morale, di usare la lingua in modo corretto. Ecco due titoli di un quotidiano in rete dove due strafalcioni fanno bella mostra di sé:

 
 
Lascia due reliquari
rubati sull'altare e scappa

                                        
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Torino, una bancarella della droga davanti a una discoteca del lungopo

Vediamo, nell'ordine, le due smarronate. Si scrive reliquiario, non reliquario (voce prettamente popolare), perché il termine proviene da reliquia, non *reliqua. Quanto al fiume Po, in questo caso va accentato: lungopò. Vediamo, in proposito, Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, e il Treccani. Se i titolisti si fossero immersi nel "mar dell'Umiltà", consultando un buon vocabolario, ci avrebbero risparmiato queste nefandezze linguistiche.

sabato 30 aprile 2016

I dialetti sono da "abolire"?

È ancora fortemente radicata la convinzione in alcune persone – siano esse ‘linguisti’, siano esse persone ‘comuni’ – che i vari dialetti sono una corruzione dell’idioma nazionale ed è necessario ogni sforzo per tentare di eliminarli sostituendoli con la lingua ‘ufficiale’, quella che si dovrebbe parlare dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Sardegna, vale a dire la lingua italiana.
    È un’opinione, questa, “senza capo né coda” (a nostro modo di vedere) perché contraria a tutto ciò che sappiamo circa l’origine e la formazione storica dei vari vernacoli, o, meglio, dei dialetti italiani. Essi sono, inoltre, un nostro patrimonio culturale. Una riprova?
Quando l’espansione dell’impero romano portò il latino nei vari Paesi assoggettati a Roma questa lingua fu appresa piú o meno bene da tutte le popolazioni; poi, nei secoli che seguirono alla caduta dell’Impero, si vennero sviluppando nei diversi luoghi varietà dialettali che non sarebbe azzardato definire “autoctone”, dovute soprattutto alle difficoltà di “comunicazioni” derivanti dallo sgretolamento dell’Impero. Queste  “isole linguistiche” relativamente simili tra loro nell’ambito di ciascuna  entità geografica costituiranno – in seguito – le nazioni neolatine, ma non tanto da essere mutuamente intelligibili.
Nel nostro caso, per esempio, considerando le varie regioni  “staterelli autoctoni”, un veneto non capirebbe un siciliano e un calabrese non capirebbe un lombardo senza l’ausilio dell’italiano. Marchigiano e campano, pugliese ed emiliano, insomma tutti i dialetti che si potrebbero elencare perpetuano – sia pure in forme diverse – il latino parlato: nascono dalla  “deformazione” del latino, non della lingua italiana. Il nostro idioma, è risaputo, si potrebbe considerare una  “summa” dei vari dialetti dove quello fiorentino (ma anche romano) fa la parte del leone grazie ai tre grandi del Trecento: Dante, Boccaccio e Petrarca che hanno elevato il fiorentino illustre ai piú alti fastigi. Negli ultimi decenni del Quattrocento e nei primi del Cinquecento tutti cercano di conformarsi ai modelli letterari offerti dai Grandi: nasce – possiamo dire – la lingua  “nazionale”.
Vediamo ora, per sommi capi, il contributo che i vari dialetti hanno dato alla lingua. C’è da dire, innanzi tutto, che nei dialetti dell’Italia meridionale e settentrionale il suffisso piú frequente per indicare i nomi di mestiere si presenta in  “-aro”: carbonaro, pifferaro, benzinaro; solo in Toscana si ha la forma in  “-aio” che ha finito con il prevalere nella lingua nazionale: macellaio, fornaio, pantofolaio, usuraio. Insomma tra i vari idiomi  “fratelli” che si parlavano in tutto lo Stivale una sorta di plebiscito ha dato la supremazia alla lingua toscana senza, però, rifiutare singoli contributi offerti dalle altre  “isole linguistiche”.
La Sicilia ha dato alla lingua nazionale i  “cannoli” e la  “cassata”; l’Emilia il  “birichino” e l’ “aleatico” oltre al  “mezzadro” e  “mezzadria”, forme prevalenti sulle toscane  “mezzaiolo” e “mezzeria”. L’Urbe ha contribuito regalandoci parole affettuose o scherzose come  “pupo”, “racchio”, “sganassone”; sempre dalla Città eterna abbiamo “sbafare” (mangiare gratuitamente) e i gustosi  “maritozzi” (con panna) oltre ai supplí (al ‘telefono’, cosí chiamati perché la mozzarella filante richiama i fili del telefono). La Liguria, per la sua posizione geografica, ci ha dato termini marinari come  “scoglio”,  “darsena”, “boa”, “molo”, “carena” e  “trinchetto”; ligure è anche il nome di quel pesciolino, l’ “acciuga”, ottimo per insaporire la... pizza.
Il Piemonte, oltre ai famosi  “grissini”, ha immesso nella lingua nazionale molti termini militari come la  “ramazza” e il verbo  “bocciare” nell’accezione di  “respingere”. Dai dialetti delle regioni alpine abbiamo il  “camoscio”, per via del commercio che si faceva della pelle di quell’animale e, abbastanza recentemente, parole legate all’alpinismo: “baita”, “croda”, “cengia”. La Lombardia, oltre al famoso panettone, ha immesso nella lingua termini dell’industria casearia: la “robiola”, il  “mascarpone”, l’ “erborinato”. Dall’ex capitale del regno delle Due Sicilie si è diffuso il verbo marinaresco  “ammainare”, propriamente  “inguainare” (sottinteso le vele), cosí pure la  “pizza” e la  “mozzarella”, le  “alici” e le  “vongole”, oltre alla... “iettatura”.
Il Veneto, in particolare Venezia, ha dato alla lingua la  “gondola”, molti nomi di pesci, come il “branzino”, per esempio. Sempre da Venezia abbiamo il  “catasto” e la  “gazzetta” nel significato di  “giornale” perché, sembra, si pagasse una... gazzetta, moneta che si coniava nella città della laguna.
Abbiamo piluccato qua e là, a caso, fra i moltissimi vocaboli che avremmo potuto citare, per dimostrare quanto copiosi e quanto vari siano i contributi che le  “isole linguistiche” hanno dato alla lingua nazionale.
Allorché vi sono locuzioni dialettali che coincidono con l’uso letterario e con quello toscano tutto consiglierebbe di mantenerle, anzi di raccomandarle. Perché, quindi, abolire i dialetti che fanno parte del nostro patrimonio culturale? Preoccupiamoci, invece, di insegnare l’idioma nazionale in modo non "disforme". Ai compilatori dei vocabolari raccomandiamo, inoltre, di non immettere sul "mercato della lingua" spazzatura raccattata in vari siti della rete. A buon intenditor, poche parole!


venerdì 29 aprile 2016

L'alfabeto


La parola segnalata  ieri, da "unaparolaalgiorno.it", alfabeto, ci ha richiamato alla mente un nostro articolo sull'argomento. Lo riproponiamo per coloro che fossero interessati. Questo portale propone, invece, un termine relegato nella soffitta della lingua: frustamattoni. Sostantivo maschile che sta per perdigiorno. Indica anche colui che "fa il giro dei negozi senza acquistare nulla". E a proposito di perdigiorno, si può pluralizzare?

giovedì 28 aprile 2016

Complemento di limitazione o di specificazione?

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Marina scrive:

Angelo non ha rivali nel campo dell'elettronica.
"nel campo dell'elettronica" è complemento di limitazione oppure "dell'elettronica" va analizzato a parte come specificazione?


Grazie per il suo tempo.

 

linguista_1 scrive:

nel campo = complemento di limitazione
dell'elettronica = complemento di specificazione

Alessandro Aresti

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 A nostro avviso anche dell'elettronica è complemento di limitazione. Nel campo, da solo, non rappresenta alcun complemento. Come si analizzerebbe, per esempio, la frase "Giuseppe è cieco dell'occhio destro"? Occhio destro = complemento di limitazione, meglio ancora: occhio = complemento di limitazione, destro = attributo del complemento di limitazione. Nel campo dell'informatica si può "tradurre" in campo informatico. Quindi: campo = complemento di limitazione, informatico = attributo del complemento di limitazione. 

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La stampa, con la sua lingua "biforcuta", non finisce mai di stupire.



Per i redattori di un quotidiano in rete "auto(mobile)" e "moto(cicletta)" sono di "sesso" maschile.

«Musa, tu che sei grande e potente, dall’alto della tua magniloquenza, non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate. E così sia». Questa la preghiera dei genitori che hanno a cuore l’istruzione linguistica dei propri figli. Come facciamo noi, ogni mattina, quando sfogliamo le pagine dei quotidiani o ascoltiamo i notiziari radiotelevisivi.

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* Cosí nella prima pagina, in quella interna si legge, invece, «Feriti una donna di 30 anni e un uomo della stessa età»

mercoledì 27 aprile 2016

Maleducato e ineducato: sinonimi?


Al quesito del titolo risponde Paolo D'Achille (Crusca).

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Questo portale propone, invece, un sostantivo relegato nella soffitta: ossicrato. Si tratta di una bevanda "terapeutica" composta di acqua, mele e aceto. Si veda anche qui.

martedì 26 aprile 2016

Pietire? Per carità, piatire

La parola proposta ieri da "unaparolaalgiorno.it", piatire, ci ha richiamato alla mente un nostro articolo, che di seguito riproponiamo, per spiegare, anzi per chiarire che il verbo pietire in lingua italiana non esiste.

Abbiamo notato il fatto che moltissime persone, soprattutto quelle che lavorano nelle redazioni dei giornali, sono convinte della bontà del verbo “pietire” nell’accezione di “chiedere una cosa con molta insistenza, piagnucolando e raccomandandosi”: vengo a “pietire” la tua comprensione. No, amici, in buona lingua, anzi, in lingua il verbo “pietire” non esiste. L’argomento ci sembra della massima importanza, vediamo, quindi, di fare un po’ di chiarezza.

 Si dice “piatire”, con la “a”, non con la “e”. Probabilmente coloro che dicono e scrivono “pietire” pensano che questo verbo derivi dal sostantivo “pietà”. Convinzione errata. Vediamo il perché. Il verbo corretto, dunque, è “piatire” che alla lettera significa “contendere in giudizio”, “dibattere” e, per estensione “litigare” ed è un derivato del sostantivo “piato” (lite giudiziaria, controversia). Quest’ultimo sostantivo è il latino “placitum”, participio passato neutro del verbo “placere” (piacere); propriamente il “placitum” è un ‘parere’, una ‘decisione’, un’ ‘opinione’, una ‘sentenza’ e ha acquisito, nel tardo latino, l’accezione di ‘causa’, ‘lite’. Piatire, dunque, significa ‘discutere’, ‘litigare’ (durante il dibattimento in tribunale non si ‘litiga’, non si ‘discute’?). In seguito, attraverso un processo semantico e nell’uso prettamente familiare, piatire ha assunto il significato di – come possiamo leggere nel nuovo vocabolario della lingua italiana Treccani – “lamentarsi con tono querulo, fastidioso”; piatire sulla propria condizione; piatire sulla propria miseria; anche con uso assoluto (da solo): non fa che piatire. Adoperato in senso transitivo e familiarmente vuol dire, per l’appunto, “chiedere con noiosa e fastidiosa insistenza” (quasi litigando, da ‘piato’, lite, come abbiamo visto), assumendo atteggiamenti umili: piatire protezione, piatire favori. Questo verbo, insomma, non ha nulla che vedere con la “pietà” e il “pietismo”. Quest’ultimo termine sta a indicare un “movimento religioso protestante nato nel diciottesimo secolo in polemica contro la concezione dei costumi” e, per estensione, sentimento di pietà non giustificato da valide ragioni. Questo sì, viene da “pietà”, anzi da “pietista”, tratto dal latino “pietas” (‘devozione religiosa’).

Per concludere, cortesi amici “navigatori”, se tenete a parlare e a scrivere correttamente non prendete esempio da ciò che leggete sui giornali i cui articolisti – ci sia consentito – non fanno la lingua. Raramente un giornalista è anche un linguista.

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Numerosi amici blogghisti ci hanno scritto per sapere dove si può reperire il nostro libro "Un tesoro di lingua", edito dalla "Associazione Nazionale 'Nuove Direzioni' Cittadino e Viaggiatore". Il libro non è in vendita ma è liberamente consultabile nel sito dell'associazione (www.nuovedirezioni.it). Il cartaceo si può richiedere, comunque, all'associazione medesima:
50125 FIRENZE via San Niccolo' 21
telefoni : 055 2469343 / 328 8169174
email :
info@nuovedirezioni.it
telefax : 055 2346925

lunedì 25 aprile 2016

Il vaglia



La parola di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it", vaglia, ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio intervento, che riproponiamo.


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Ancora un caso di lingua "biforcuta" della stampa, con buona pace dell'Accademia della Crusca. Da un quotidiano in rete:
La donna che esercita la professione forense è avvocata: questa la "sentenza" della Crusca.

domenica 24 aprile 2016

"Miscellanea linguistica"

Chi sa se i nostri amici lettori delle Forze Armate, dell'Esercito in particolare, conoscono l'origine linguistica dell'...  Esercito. È un termine, questo, che viene dal latino "exercitu(m)", participio passato del verbo "exercere",  «tenere fuori (dallo stato di riposo)», quindi "far muovere". Sotto il profilo prettamente etimologico l'esercito, ossia il latino "exercitum", valeva, quindi, «(raggruppamento di uomini) tenuto in esercizio, addestrato, non a riposo». Chi appartiene all'Esercito, insomma, stando all'origine del nome, è sempre in... esercizio, non si riposa mai perché come dice, appunto, il verbo  è "(sempre) in gran movimento".
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Due parole sulla corretta grafia dei sostantivi composti con il verbo "guardare": guardacaccia (e simili). Molti ritengono, erroneamente, che i nomi di questo tipo sono formati con "guardia" e "caccia" e scrivono, per tanto, "guardiacaccia". No, assolutamente, la vocale "i", al centro della parola, è abusiva. Si tratta di un nome composto con un verbo (guardare) e un sostantivo (caccia). Diremo e scriveremo, quindi, guardacaccia, guardaspalle, guardalinee, guardaportone, guardaparco, guardafilo e via discorrendo. La sola eccezione dovrebbe essere "guardiamarina", dove i componenti sono il sostantivo "guardia" e l'aggettivo "marina". Il termine, oltre tutto, è pari pari lo spagnolo 'guardia marina', trasportato nel nostro idioma in grafia univerbata. Negli altri casi, come abbiamo visto, è presente il verbo guardare nel senso di "vigilare".

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Quadrumviro e quadrunviro - entrambe le grafie sono corrette.
Qualchedunoforma popolare, da evitare, per qualcuno.
Qualoracongiunzione che significa se, quando, ogni volta che, dato che, ecc., si scrive senza apostrofo.

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La parola che proponiamo - ripresa dal Treccani - è: tiflògrafo Strumento mediante il quale i ciechi possono scrivere in modo leggibile per i vedenti; è costituito da un regolo mobile che, opportunamente manovrato, permette al cieco di conservare la dirittura delle righe e controllare la successione delle lettere.

sabato 23 aprile 2016

Essere e avere: il loro uso corretto

I verbi essere e avere hanno una coniugazione propria (non appartengono alla prima coniugazione, né alla seconda né alla terza) e sono chiamati verbi ausiliari perché sono di "aiuto" agli altri verbi per la coniugazione dei tempi composti; molto spesso, però, siamo in dubbio su quale dei due ausiliari adoperare. Non è possibile stabilire una regola precisa, è indispensabile, quindi, consultare un buon vocabolario. Possiamo dire però, in linea di massima, che l'ausiliare essere si adopera con i verbi impersonali, con i riflessivi e per la forma passiva dei verbi transitivi. Avere, invece, si usa con i verbi intransitivi che indicano un movimento o moto fine a sé stesso (ho volato, ho camminato, ho corso), con quelli intransitivi che indicano un'attività dello spirito e del corpo (ho pensato, ho dormito) e per formare i tempi composti di tutti i verbi transitivi (ho letto una poesia). Da notare, a margine di queste noterelle, che l'uso dell'uno o dell'altro ausiliare fa cambiare il significato al verbo "principale": ho mancato (ho commesso una colpa), sono mancato (non ero presente).

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La parola (di ieri) proposta da "unaparolaalgiorno.it": ebete. E quella  -  non attesta in molti vocabolari dell'uso - segnalata da questo portale: ciullo. Sostantivo maschile che vale "fanciullo". Usato in funzione aggettivale assume il significato di "inesperto" (come un fanciullo): è una donna ciulla, cioè inesperta.

venerdì 22 aprile 2016

Cartelli "plurilingue" o "plurilingui"?

C'è qualche lettore - dopo aver letto il titolo che fa bella mostra di sé nella prima pagina di un quotidiano in rete - disposto ancora ad accusarci di "vilipendio linguistico" verso gli organi d'informazione (giornali e notiziari radiotelevisivi)?




L'aggettivo "plurilingue", non ci stancheremo mai di ripeterlo, sulla scia degli aggettivi della II classe nella forma plurale muta la desinenza "-e" in "-i": facile/facili; grande/grandi; plurilingue/plurilingui. Sí, l'aggettivo in questione essendo composto con il prefisso "pluri-" e il sostantivo "lingua" nel plurale dovrebbe mutare la "a" in "e": plurilingua/*plurilingue. Le cose non stanno affatto cosí perché  non esiste un singolare "plurilingua". Il singolare corretto, dunque, è plurilingue sul modello di "bilingue", quest'ultimo tratto dal latino bilingue(m) il cui plurale è "bilingui" essendo un aggettivo della seconda classe. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, non ha dubbi in proposito. Il titolo corretto, dunque, è: cartelli plurilingui.
 
Ma non è finita. Sempre dal  medesimo giornale altro titolo, altra smarronata ortografica:

Unioni civili, pic-nic
per i diritti con le famiglie arcobaleno: "In piazza per il futuro dei nostri figli"
 
 
Il barbarismo in questione (pic-nic) si scrive in grafia univerbata: picnic, come riportano i maggiori vocabolari dell'uso. Vediamo, in proposito, il Treccani: picnìc s. m. [dall’ingl. picnic pìknik›, che a sua volta è dal fr. pique-nique, comp. di piquer nel senso di «spilluzzicare» e prob. di un ant. nique «piccola cosa di scarso valore»]. – Colazione, merenda fatta all’aperto, durante una gita: un p. sull’erba. Per estens., la gita stessa: andare a fare un picnic con gli amici.