lunedì 31 ottobre 2011

Keniota o keniano?




«Bombe keniote sulla Somalia». Questo titolo, che campeggiava sulla prima pagina del Corriere della Sera in rete, è corretto perché si può dire tanto “keniota” quanto “keniano”. Oggi, però, si usa fare un distinguo: keniota, in funzione di sostantivo; keniano, come aggettivo. La gara è stata vinta da un keniota; il keniano Pinco ha vinto la gara. Secondo questo distinguo, quindi – a nostro avviso – sarebbe stato meglio titolare: «Bombe keniane sulla Somalia».


PS.: Sarebbe meglio anche - sempre a nostro avviso - sostituire il "k" (lettera estranea alla corretta lingua italiana) con il digramma "ch": Cheniota e cheniano.

domenica 30 ottobre 2011

Diramare...





Ancora una diversità di vedute tra il vocabolario Gabrielli in rete e il Dizionario Linguistico Moderno dello stesso autore a proposito del verbo “diramare”. Ecco ciò che riporta il Gabrielli in rete: «diramare
[di-ra-mà-re]
(diràmo)
A v. tr.
1 non com. Spogliare dei rami: d. una pianta
‖ Dividere in rami

2 fig. Divulgare, diffondere: d. un ordine, una circolare, gli inviti

B v. intr. pronom. diramàrsi
1 non com. Dividersi in rami: il tronco dell'albero si diramava a tre metri dal suolo
‖ estens. Suddividersi: la strada si diramava formando un bivio; i nervi si diramano per tutto il corpo

2 fig. Derivare: varie conseguenze si diramano da questa premessa

3 fig. Divulgarsi, diffondersi: l'ordine si diramò tra i soldati».


Ecco ciò che si può leggere, invece, nel “Dizionario”:

«Verbo composto del prefisso “di-“ separativo, e di “ramo”, vale propriamente “troncare i rami”, “spogliar dei rami” una pianta; e poi derivato, nel riflessivo “distribuirsi in rami” (anche figurato, come di fiumi, di vene, di strade, ecc.) ed è sinonimo di “ramificarsi”. È quindi brutto neologismo proprio del gergo burocratico nel significato di “diffondere”, “distribuire”, “divulgare”, “propagare”, “spedire”, “mandare”, riferito specialmente a ordini, circolari, inviti e simili: “L’ordine diramato dal presidente”, sarà: “L’ordine ‘diffuso’ “ (non bene ‘emanato’, pur esso burocratico); “Bisogna subito diramare questa circolare; diremo ‘diffondere’, ‘divulgare’ (anche, semplicemente, ‘spedire’)».

sabato 29 ottobre 2011

Paventare...




Uso e abuso del verbo "paventare". Si veda questo collegamento:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8775&ctg_id=44

venerdì 28 ottobre 2011

«Dare l'ultimo asciolvere"






Ieri, parlando dell'asciolvere, cioè della prima colazione, della merenda, abbiamo dimenticato di scrivere che questo vocabolo ha dato origine al modo di dire - relegato nella soffitta della lingua - "dare l'ultimo asciolvere", vale a dire "uccidere qualcuno" dandogli, in senso ironico e figurato, l'ultima colazione.



* * *
Segnaliamo alla Redazione del “Treccani” in rete un “orrore” che fa bella mostra di sé nella prima pagina del sito:
Quando l’allievo supera il maestro solo la critica riesce a sminuire le opere di un’artista celeberrimo. E’ il caso di Filippino Lippi, figlio di Filippo Lippi, ...
L’orrore, ovviamente, è l’articolo indeterminativo maschile singolare scritto con tanto di apostrofo.

giovedì 27 ottobre 2011

Un leggero asciolvere


«Vorrei un asciolvere molto leggero, per favore». Se qualcuno si rivolgesse con queste parole al personale di un albergo (o simili) non otterrebbe nulla in quanto l’interlocutore, con molta probabilità, cadrebbe – come suol dirsi – dalle nuvole. Eppure tutti, soprattutto la mattina, abbiamo bisogno di un asciolvere, leggero o pesante, secondo le varie esigenze. Ma cos’è questo “asciolvere”? Semplice: la prima colazione o la merenda. Questo termine, per la verità poco conosciuto, è pari pari il verbo “asciolvere” adoperato come infinito sostantivato. È composto con il verbo latino “absolvere” (sciogliere, sottinteso “ieiunia”, digiuno). Chi “scioglie il digiuno” cosa fa? Mangia, ovviamente.

mercoledì 26 ottobre 2011

Disertare si può tollerare, devastare no




Il verbo “disertare”, forse pochi lo sanno, ha due forme, una transitiva e una intransitiva e l’uso dell’una o dell’altra forma fa cambiare di significato il verbo stesso. La forma transitiva sta per “distruggere”, “guastare” e simili ed etimologicamente è il latino “desertare”, intensivo di “deserere” (‘abbandonare’). Originariamente, infatti, il verbo stava per “devastare”, vale a dire “ridurre in deserto” e, quindi... “abbandonare”, "allontanare" (non ci si allontana 'da' un luogo?). Di qui l’uso intransitivo di “disertare” nel senso di “fuggire da un luogo”. I deputati, per esempio, che non prendono parte alle sedute “disertano dall’aula”, non “disertano l’aula”, in quanto “fuggono dall’aula”, non la... devastano. Insomma, amici amanti del buon uso della lingua, come fa acutamente notare il linguista Leo Pestelli «facciamo una pasta dei verbi ‘disertare’ (neutro) e ‘disertare’ (attivo), che sono due cose ben distinte. Il primo vale: fuggire dall’esercito; il secondo: danneggiare e devastare. Il soldato diserta ‘dal’ reggimento abbandonandolo al suo destino; diserta ‘il’ reggimento portandogli via la cassa. (...) Dicendo dunque noi per estensione: il pubblico ‘diserta’ il teatro; gli alunni ‘disertano’ la scuola, diciamo altro da quello che intendiamo dire, cioè che il pubblico con mazze e ombrelli, gli alunni con gessi e temperini, danneggiano il teatro e la scuola. Proprio cosí (...)».
Naturalmente ci sarà il solito Bastian contrario che cercherà di confutare la nostra tesi. Se ciò avverrà, la cosa ci lascerà nella piú squallida indifferenza, forti dell’appoggio di un linguista con la “L” maiuscola. Mentre a coloro che sostengono la tesi secondo cui è l’uso che fa la lingua ricordiamo le parole del grande poeta toscano Giuseppe Giusti: “L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare”. E c’è da dire, in proposito, che molte cosí dette grandi firme del giornalismo maneggiano uno strumento che non sanno... maneggiare. E ciò a scapito, per dirla con Vittorio Alfieri, del nostro “idioma gentil sonante e puro”. Chi vuole intendere... intenda.




PS. I vocabolari sono ambigui: attestano ‘disertare’, nel senso di ‘abbandonare’, sia transitivo sia intransitivo, non è proprio cosí, come abbiamo visto. Non si confonda, inoltre, ‘disertare’ con ‘dissertare’. Quest’ultimo verbo ha tutt’altro significato. Non sono, perciò, l’uno sinonimo dell’altro.

sabato 22 ottobre 2011

The o tè?




Da “Domande e risposte” del Treccani in rete:


Chiedo cortesemente quale sia l’etimo corretto in italiano delle parole” tè” e “caffè”, che sovente trovo scritta “thé”.


Cominciamo dalla grafia. Caffè si scrive con l’accento grave. Tè si scrive così, sempre con l’accento grave; ci sono anche le varianti meno comuni (comunque non scorrette) the e thè (quest’ultima, come si vede, sempre con l’accento grave). Tali varianti (che sono soltanto grafiche, si badi: la pronuncia resta la stessa, italianissima, di tè) risentono dell’etimo, vale a dire dell’origine della parola, che viene a noi dal francese thé (questo sì con l’accento acuto), a sua volta proveniente dal cinese t’e. La parola tè è attestata per la prima volta nell’italiano scritto tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento.

Caffè viene, invece, dal turco kahve, che a sua volta proviene dall’arabo qahwa (in origine qahwa voleva dire vino o bevanda eccitante; da qui poi il passaggio a indicare il caffè). La parola è attestata per la prima volta in italiano a partire dal 1585.
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Totalmente diverso il parere (che facciamo nostro) di Aldo Gabrielli:
«tè, sm. invar. (sempre accentato grave). Errate le forme thè, the, thea, e inutili le forme esotiche thé (fr.) e tea (ingl.)».

mercoledì 19 ottobre 2011

«Attovagliare»






Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Gergo giornalistico-parlamentare..
I giornalisti dei TG danno spesso prova e di sciatteria e di scarso rispetto per chi li ascolta. Un esempio: invece di dire che la tale questione sarà decisa alla Camera dei Deputati dalla "Conferenza dei capigruppo" - cosa che già richiederebbe qualche dettaglio - dicono direttamente "dalla capigruppo". Immaginiamoci un po' cosa ne possa capire un ascoltatore qualsiasi che non sia addentro al gergo parlamentare.
Invece trovo degno di menzione il neologismo "attovagliare" - introdotto chissà da chi - perchè tutti comprendono che se degli individui - in genere politici di seconda e terza schiera - si sono "attovagliati" significa che si sono presi qualche soddisfazione economica o di potere. In cambio di cosa poi si saprà...
(Firma)


Risposta:
De Rienzo Martedì, 18 Ottobre 2011
Beh, certo il neologismo molta origine prende (e non solo in senso etimologico)dai pranzi pantagruelici che fa la maggior parte di lorsignori, molti dei quali - di prima schiera -lasciano anche conti non indifferenti da pagare...
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“Attovagliare” non ci sembra un neologismo, visto che è attestato nell’Enciclopedia Oceanica e in questi altri libri: Vocabolario della corretta pronunzia italiana
books.google.itGiuseppe Malagòli, Luciano Luciani - 1969 - 997 pagine - Visualizzazione snippet
(f. attossi- catrice). attossicazione, sf attovagliare, v.tr. attovaglio [-và-], attovagli). al imbaccare, v.tr. (*attrabacco, *at- trabacchi): porre le trabacche. attraccare, v.tr. (attracco, attracchi). T. mar. attraènte, p.pres. e ...



Dizionario etimologico italiano: Volume 1
Nessuna immagine di copertina books.google.itCarlo Battisti, Giovanni Alessio - 1957 - 4132 pagine - Nessuna recensione

Vocabolario della lingua italiana ...
Nessuna immagine di copertina books.google.itReale Accademia d'Italia - 1941 - Nessuna recensione


Lo stesso Giorgio De Rienzo cosí scriveva il 22 agosto 2009, in risposta a un lettore: « Esiste (lo registra lo Zingarelli) un verbo "attovagliare" con significato proprio di "coprire con una tovaglia". Nel linguaggio colloquiale sta anche per invitare qualcuno a tavola con più persone».

lunedì 17 ottobre 2011

L'ingegnera? Non fa una grinza







Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
la e lo -Ingegnere-
L'Ingegnere ormai può essere sia maschile che femminile, visto che sono in aumento le laureate in ingegneria.
Quindi mi chiedevo se posso scrivere -un ingegnere- con l'apostrofo, intendendo -un'ingegnere femmina- o meglio scrivere -una ingegnere-?
http://casacristina.freehostia.com/
(Firma)
Risposta dell’esperta:
De Rienzo Domenica, 16 Ottobre 2011
Conviene mettere nella frase un elemento che faccia comprendere il soggetto femminile. Esempio: "Cristina è un valido ingegnere". Ripiego: "Tra gli ingegneri Cristina è la più valida". "Un ingegnere come Cristina è il fiore all'occhiello della nostra ditta."
Comunque si comporta come "Ministro": è termine maschile che ha bisogno di "appoggi" per far intendere il riferimento al femminile.
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Si può benissimo scrivere “ingegnera”, voce accolta anche da alcuni vocabolari. Riportiamo ciò che dice il “Gabrielli” in rete: ingegnere
[in-ge-gnè-re]
s.m. (pl. m. -ri; f. -ra, pl. -re)
Chi, avendo conseguito la laurea in ingegneria e l'abilitazione alla professione, progetta e dirige la realizzazione di opere edilizie, meccaniche, industriali, navali e sim.
‖ Ingegnere del suono, esperto che si occupa dell'acustica di un ambiente in cui si svolgono spettacoli, spec. musicali; esperto che ha il compito di creare le condizioni tecniche necessarie per una corretta registrazione sonora
‖ Ingegnere militare, chi progettava e dirigeva le operazioni di fortificazione, di attacco o di difesa di un luogo.
In proposito si legga un’intervista a Francesco Sabatini, ex presidente dell’Accademia della Crusca, cliccando su:




e un articolo, sull'argomento, pubblicato proprio sul "Corriere" in rete:

http://archiviostorico.corriere.it/2000/settembre/28/dice_ingegnera_signora_ingegnere__co_0_00092810588.shtml