giovedì 7 settembre 2017

Il prefisso "auto-"



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Questo titolo - di un quotidiano in rete - che riteniamo maledettamente errato ("si autosospende") ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio intervento sull'argomento. Lo riproponiamo e attendiamo di essere "sbugiardati" da qualche linguista "d'assalto" se, per caso, si dovesse imbattere in questo sito.

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Sostantivi ambigeneri veri e... falsi (o apparenti)
In linguistica si chiamano "nomi (o aggettivi) ambigeneri" quelli che hanno il medesimo "significato" tanto per quanto riguarda il genere maschile quanto per quello femminile;  hanno la medesima desinenza e nel maschile e nel femminile. Non mutano nelle forme flesse, insomma, e si distinguono per mezzo dell'articolo. Sono ambigeneri, per esempio, il custode e la custode; il nipote e la nipote; il cantante e la cantante; il giornalista e la giornalista; il ciclista e la ciclista; il podista e la podista; il preside e la preside; il consorte e la consorte; il testimone e la testimone; il pianista e la pianista. Per quanto attiene alla forma plurale si presti molta attenzione, però, perché al femminile alcuni di questi prendono la desinenza "e" tipica del femminile plurale: la giornalista, le giornaliste; la ciclista, le cicliste; la pianista, le pianiste.  Sono detti "ambigeneri apparenti" (o "falsi ambigeneri") i sostantivi che si presentano con una forma identica ma di genere diverso. La vera differenza, dunque, sta nel significato non nel genere. Vediamone qualcuno: il pianeta (corpo celeste), la pianeta (paramento liturgico); il boa (rettile), la boa (galleggiante); il fronte (linea di guerra), la fronte (parte del viso); il lama (monaco), la lama (di un coltello).


Una punizione orbiliana


Una volta tanto siamo d’accordo sulla scelta dei lessicografi, della (quasi) totalità dei vocabolari, di aver relegato nella soffitta della lingua l’aggettivo “orbiliano”. Perché siamo d’accordo? Perché questo aggettivo ricorda i tempi in cui nelle scuole erano consentite le punizioni corporali, non degne di un Paese civile. Orbiliano, dunque, significa “manesco”, “corporale” e simili. È tratto dal nome del grammatico latino Lucio Orbilio Pupillo, precettore di Orazio. Questo maestro non si faceva scrupoli di ricorrere alla sferza sui propri alunni, per… “educarli”.


http://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Orbilio_Pupillo  

Lessico universale italiano - Volume 15 - Pagina 412


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La lingua "biforcuta" della stampa


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I redattori titolisti del quotidiano in rete sono consapevoli di aver commesso un "grossolano strafalcione"? Evidentemente no. L'abbreviazione di santo nella forma plurale è: SS. (o Ss.). La grafia corretta, dunque, è SS. Apostoli.


mercoledì 6 settembre 2017

Ricordare e rammentare


Ricordare e rammentare si possono adoperare indifferentemente o tra i due verbi c'è una "sfumatura" di significato? Vediamo cosa dice il Treccani, cliccando qui e qui.

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La parola proposta da questo portale: rincerconire.  Verbo parasintetico, si dice del vino quando si guasta e, in senso figurato, anche del sangue.


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Prosieguo – non proseguo, anche se in uso.

martedì 5 settembre 2017

"Spigolature linguistiche"


Probabilmente le nuove leve del giornalismo non sanno che prima dell'avvento dell'informatica il redattore che - fuori sede - dettava le notizie alla redazione centrale era chiamato "trombettiere". E a proposito  di tromba, ci piacerebbe conoscere il motivo per cui tutti i vocabolari concordano nel definire "trombettista" il musicista che suona la tromba. Il termine ci sembra quasi offensivo essendo un derivato di trombetta. La... trombetta, infatti, indica la "tromba per bambini". A nostro modo di vedere il maestro sonatore di tromba si deve chiamare, correttamente, "trombista", da "tromba" piú il suffisso "-ista". Questo suffisso indica, infatti, la persona che segue una determinata attività. Se da chitarra abbiamo "chitarrista", da violino "violinista", da batteria "batterista" ecc. non vediamo per quale illogico motivo non si possa dire "trombista".

  Abbiamo avuto modo di constatare il fatto che alcuni insegnanti non si sa per quale motivo logico-grammaticale – sostengono che il comparativo di maggioranza dell’aggettivo “bene” è solo e soltanto (si perdoni la tautologia) “meglio” e che la forma “piú bene” è tremendamente errata. Se cosí fosse (ma non lo è), costoro dovrebbero condannare il “meno bene” la cui correttezza è inconfutabile. Si può benissimo dire e scrivere, invece, che Pasquale parla il francese  “piú bene” di Mario, anche se, per la verità, è preferibile la forma “meglio”. Per le norme che regolano la nostra lingua entrambi i comparativi sono corretti. Tuttavia – è bene precisarlo – è preferibile l’uso di “meglio” in luogo di “piú bene” quando il comparativo di ‘bene’ assume il significato avverbiale di “in modo migliore”; useremo “piú bene”, invece, se ‘bene’ ha valore di sostantivo con il significato di un “bene maggiore”: ha fatto “piú bene” lui alla causa, in due giorni, che non Anselmo in cinque anni.


Forse
pochissime persone sanno che non c’è solo la dialisi medica, ma anche quella linguistica, di cui, purtroppo, la maggior parte dei così detti sacri testi non fanno menzione. Vogliamo vedere di cosa si tratta? È una figura retorica (simile all’iperbato) che consiste nell’interrompere la continuità di un periodo mediante un inciso. Viene dal greco dialyein, "separare"; separa, quindi, con un inciso le parti di un periodo. Un bell’esempio dantesco: «Parte sen giva, e io retro li andava, Lo duca…» (Inferno XXIX, 16-17). Nella retorica classica era cosí chiamato anche l’asindeto, vale a dire un costrutto senza congiunzioni.
PS.: l’iperbato – è bene ricordarlo – è la rottura dell'ordine naturale della proposizione o del periodo al fine di ottenere particolari effetti espressivi.






lunedì 4 settembre 2017

Avviso

Questo portale riprende, da oggi, la normale attività. Per quesiti i lettori possono scrivere a albatr0s@libero.it oppure a fauras@iol.it.

martedì 15 agosto 2017

Buon Ferragosto

Un felice Ferragosto alle amiche e agli amici di questo portale
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(Nel mese di agosto, per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, questo portale sarà "aggiornato" saltuariamente. Ci scusiamo con le amiche e con gli amici che seguono con assiduità le nostre modeste noterelle e auguriamo loro una serena estate).

giovedì 10 agosto 2017

La buona lingua? Si apprende dalla stampa...


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Non c'è nulla da fare, purtroppo, i titolisti del quotidiano in rete persistono, imperterriti, nell'orrore nonostante le ripetute segnalazioni. Speriamo che l'autodemolitore, cioè la persona addetta all'autodemolizione, non abbia riportato gravi ustioni. In fiamme è andata l'officina.

Gabrielli: autodemolizione
[au-to-de-mo-li-zió-ne]
s.f. (pl. -ni)

Demolizione di vecchie automobili per ricavarne le parti utilizzabili come ricambi
|| Officina dove avviene tale operazione

autodemolitore
[au-to-de-mo-li-tó-re]
s.m. (pl. m. -ri; f. -trìce, pl. -ci)

Chi esercita l'autodemolizione come mestiere
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Treccani:
autodemolizióne s. f. [comp. di auto-2 e demolizione]. – Propr., demolizione di autoveicoli (vecchi o inservibili); comunem. il termine viene usato, per lo più al plur., per indicare officine o centri che provvedono alla raccolta e alla demolizione (con eventuale riutilizzazione delle parti ancora valide) di autoveicoli in disuso.

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* Titolo della prima pagina, quello della pagina interna è stato emendato...



martedì 8 agosto 2017

Nei meandri della lingua (il correttore e il conrettore)


Prima di addentrarci nei meandri della lingua che – come abbiamo visto altre volte – è ricchissima di parole che usiamo con la massima indifferenza senza conoscerne il significato “recondito”, soffermiamoci un attimo sull’accezione “nascosta” di meandro, appunto. Adoperiamo questo termine quando vogliamo mettere in particolare evidenza l’ “intricatezza” e la “tortuosità” del linguaggio di talune persone nell’esporre il proprio pensiero o il proprio scritto. Il meandro, dunque, è ciascuna delle anse, delle sinuosità che i fiumi determinano scorrendo su un terreno piano o con lieve pendenza. Anche questo vocabolo proviene dal tanto bistrattato latino: “meandrus” (curva), tratto dal nome del fiume Meandro che scorre in Asia Minore in numerosissime sinuosità.
In senso traslato, quindi, meandro è sinonimo di “tortuosità di pensiero”: non è affatto possibile seguirlo nei meandri del suo ragionamento. La nostra lingua – a nostro modo di vedere – è ricca di “meandri” dai quali molte persone, anche quelle meno sprovvedute culturalmente, non sanno uscire. Prova ne sia il fatto che moltissime grandi firme della carta stampata e no – “spalleggiate” dai soliti vocabolari permissivi – scrivono (e dicono) “coproduzione “ in luogo della sola forma corretta “comproduzione”.
Si deve dire – ripetiamo – “comproduzione”, e non lo sostiene l’illustre signor nessuno, estensore di queste noterelle, ma l’insigne linguista Aldo Gabrielli che nel suo Dizionario Linguistico Moderno così spiega: “coproduzione è brutto neologismo, specie nel gergo cinematografico. In buon italiano il prefisso ‘co-’ (per ‘con’) si costruisce solo dinanzi a vocale: coabitazione, coincidenza, cooperare, coutente; in ogni altro caso si ha il prefisso ‘con-’, mutato anche in ‘com-’.” E aggiunge: “coproduzione, forma nell’uso, ma errata”.
Riteniamo doveroso, per tanto, soffermarci sul corretto uso del prefisso “con-”. Detto prefisso, dunque, perde la “n” davanti a parole comincianti con vocale (coinquilino); muta la “n” in “m” dinanzi a parole che cominciano con le consonanti “b” e “p” (combelligerante, comproprietario); si assimila davanti alle parole che cominciano con le consonanti “l”, “m” ed “r”: collaboratore, commilitone, corregionale. L’assimilazione – è utile ricordarlo – è un processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda, cioè si “assimila”.
È chiaro, però, che in casi di ambiguità non possiamo rispettare “alla lettera” le norme che regolano l’uso di tale prefisso, occorre affidarsi al buon senso. Il “correttore”, infatti, è colui che corregge, il “conrettore”, invece, anche se non a lemma nei vocabolari dell'uso, ma "immortalato" in alcune pubblicazioni,  è la persona che divide la responsabilità del rettorato con un’altra *.
Avete visto, cortesi amici, quanti “meandri” linguistici abbiamo incontrato durante la nostra chiacchierata? Ma non finisce qui. La “congestione”, vale a dire la “gestione comune” di una determinata cosa si potrebbe confondere con la congestione, termine usatissimo in campo medico. Allora? Allora, gentili lettori, in casi di ambiguità dobbiamo ricorrere – gioco forza – all’uso, per altro non molto bello, della perifrasi.
Amici della carta stampata, non fate gli indiani, sapete benissimo di avere un gravoso compito: quello di educare la gente anche e soprattutto dal punto di vista linguistico. Non diffondete, per tanto, parole errate e “coproduzione” è una di queste.
Dimenticavamo: crediamo sia chiaro a tutti il significato dell’espressione “fare l’indiano”, ossia far finta di non capire. L’espressione è nata dalla figura dell’indigeno stereotipato, esattamente degli abitanti delle Indie occidentali, che agli occhi degli uomini europei appariva assente, sbalordito, dando la chiara impressione, appunto, di non capire.
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* Qualche "linguista d'assalto" potrebbe obiettare che si può dire benissimo "co-rettore" per designare la persona che assieme a un'altra condivide la responsabilità del rettorato. Nel caso ricordiamo che i prefissi, tutti, si scrivono "attaccati" alla parola che segue. Corettore, scritto secondo la norma grammaticale, è la grafia dialettale romanesca (o romana) di "correttore". Disattendiamo la regola e scriviamo "conrettore"; salviamo - a nostro avviso - capra e cavoli.


giovedì 3 agosto 2017

Tre latti macchiati, per favore


Cortese dott. Raso,
 qualche giorno fa ero al bar con alcuni amici e ho ordinato tre "latti macchiati". Uno di questi mi ha ripreso sostenendo che è errato pluralizzare il latte. Avrei dovuto ordinare «tre "latte" macchiati». Ho proprio commesso uno strafalcione? "Tre latte macchiati" mi suona veramente male. Un suo cortese parere.
 Grazie e cordiali saluti.
 Umberto C.
 Verona
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Fino a qualche tempo fa il latte era considerato un "nome di massa", per tanto non essendo numerabile era difettivo del plurale. Ora esistono vari "latti": latte detergente, latte tonico ecc. Il suo plurale, quindi, anche se veramente bruttino, è latti. A mio avviso, quindi, si può dire benissimo latti macchiati. Qualche vocabolario comincia, infatti, a riportare il plurale "latti". È lo stesso caso, insomma, di "acqua" e "riso" (la pianta), un tempo classificati tra i sostantivi invariabili. Insomma, gentile Umberto, al bar ordini pure "tre latti macchiati" e il conto lo faccia pagare a chi non è d'accordo sul plurale. Se non piace "latti" (che, ripeto, non si può considerare un errore) c'è l'alternativa: tre bicchieri o tazze di latte macchiato. 

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La parola, ripresa dal Treccani,  proposta da questo portale: omeotelèuto. Aggettivo e sostantivo maschile con il quale si definiscono, in linea generale, le parole che hanno la medesima desinenza.

martedì 1 agosto 2017

Avviso


Nel mese di agosto, per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, questo portale sarà "aggiornato" saltuariamente. Ci scusiamo con le amiche e con gli amici che seguono con assiduità le nostre modeste noterelle e auguriamo loro una serena estate.