giovedì 24 gennaio 2013

Intravedere: una sola "v"

Ancora una volta, nostro malgrado, dobbiamo segnalare una "inesattezza" dei revisori del vocabolario Gabrielli in rete. Al lemma "intravedere" si legge: intravedere


[in-tra-ve-dé-re] o intravvedere
(intravédo; si coniuga come vedére)
v.tr.
1 Vedere confusamente tra altre cose; distinguere appena e di sfuggita: si intravedeva tra gli alberi la casa di mia madre; la intravidi per un attimo mentre entrava in automobile.
SIN. scorgere
2 fig. Intuire, immaginare confusamente: intravedo alcune amare verità in ciò che sta accadendo.
Il Maestro, però, nel suo "Dizionario Linguistico Moderno", alla voce in questione scrive categoricamente:
«È errata la forma intravvedere».  Sempre nello stesso dizionario al lemma "intra-" scrive: «Prefisso di parola, non richiede mai il raddoppiamento della consonante che segue; si comporta cioè come
 'tra-': intramettere, intramezzare, intraprendere, intravedere (errata,  perciò la forma 'intravvedere' pur citata da alcuni dizionari), ecc. Si noti che 'intravvenire' non è eccezione, perché composto di 'intra' e 'avvenire'; come non è eccezione 'intrattenere' che è composto di 'in' e 'trattenere'».

martedì 22 gennaio 2013

Il carnevale



Cortese dr Raso,
la "importuno" ancora approfittando della sua ormai nota disponibilità. Può dirmi qualcosa sul Carnevale? Che cosa significa, come e quando è 'nato'.
Un grazie in anticipo e un caloroso ossequio.
Corrado S.
Carbonia
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Gentile Corrado, la rimando ai due collegamenti in calce.

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/01/20/il_carnevale.html

http://www.etimo.it/?term=carnevale&find=Cerca

lunedì 21 gennaio 2013

La "virgoliera"

Riproponiamo un nostro articolo pubblicato sul “Cannocchiale”, qualche anno fa, perché oggi leggendo il giornale siamo rimasti scioccati nel constatare che talune “firme” ancora fanno un uso distorto della punteggiatura.


Buona parte degli operatori dell’informazione - quelli usciti dalla scuola di oggi, in modo particolare - sono completamente all’oscuro delle leggi che regolano l’uso corretto dei segni d’interpunzione: li mettono a caso. La colpa, come dicevamo, è probabilmente della scuola che ha abdicato del tutto al suo compito primario: quello di formare, anzi di "inculcare" nei giovani la cultura della lingua. Premesso che l’uso della punteggiatura - della virgola in particolare - è affidato al buon senso e al gusto di chi scrive, vi sono delle precise norme, però, che devono essere rispettate; non si possono adoperare le virgole come se fossero del sale; racchiuderle in una "virgoliera" e poi spargerle dove capita: Pasquale, (virgola) lavorava instancabilmente. Vediamo, quindi, per sommi capi e sforzandoci di non cadere nella pedanteria, l’uso corretto della virgola nel corpo della frase e del periodo. La virgola, innanzi tutto, viene - come il solito - dal latino "virgula", diminutivo di "verga", vale a dire "bastoncino" in quanto gli amanuensi (la stampa non era stata ancora inventata) la rappresentavano con una lineetta segnata obliquamente e stava a indicare (e indica tuttora) una brevissima pausa. Questa "pausa" (la virgola) deve essere segnata obbligatoriamente (in questi casi, quindi, non c’entra il gusto di chi scrive):

a. nelle enumerazioni e negli elenchi per dividere aggettivi, nomi e avverbi indicati l’uno dopo l’altro: erano presenti tuo padre, tuo cugino Luciano, tua cognata Marta;

b. prima e dopo il vocativo: per cortesia, amici, un po’ di silenzio!

c. prima e dopo i complementi che sono spostati nell’ordine naturale della proposizione: riportò tutto, con la massima sincerità, ai suoi diretti superiori;

d. per separare le proposizioni coordinate per "asindeto" (vale a dire con una virgola, per l’appunto): entrò come una furia, ci insultò, ci picchiò, e se ne andò.

A questo proposito è giunto il momento di sfatare un "pregiudizio" - duro a morire - che alcuni insegnanti (sostenuti da "sacri testi" non degni di circolare "a piede libero" nelle scuole) inculcano nei loro allievi: prima e dopo la congiunzione "e" non si deve mettere la virgola. Costoro - e i loro accoliti - gentili amici, bestemmiano! Come bestemmiano tutti coloro che non accentano - altro "pregiudizio scolastico" - il pronome sé quando è seguito da stesso o medesimo. Ma non divaghiamo e torniamo alla congiunzione "e" che accetta o respinge la virgola a seconda dei casi. È necessario distinguere, infatti, la funzione della "e". Se questa, cioè la "e", ha valore di copula, vale a dire di congiunzione vera e propria, rifiuta categoricamente - e la cosa ci sembra ovvia - la virgola: vino, pasta e carne. Se la "e", invece, è un semplice rafforzativo ‘accetta’ la virgola in quanto quest’ultima dà alla frase una certa enfasi: e viene, e ritorna, e riparte; e tre, e quattro, e cinque! Per concludere: la congiunzione "e" non respinge la virgola "a priori".





domenica 20 gennaio 2013

Mettere la testa (o il cervello) a partito

Chi non ha mai sentito e adoperato questa locuzione che significa “cominciare a pensare e a operare concretamente, mettendo da parte idee strane o chimere”? Per l’origine e una migliore spiegazione ci affidiamo alla penna del re dei modi di dire, Ludovico Passarini.

«(La locuzione) significa far ritornare uno in sé, far sí che si ravvegga e metta senno: ed è traslato di egual misura di dire usata nei pubblici consigli, quando si mette ai voti una proposta, richiedendosi lucidezza e fermezza di mente. Usasi anche per pensare seriamente a qual partito uno deve appigliarsi, a che cosa credere. Per esempio se Tizio si trovasse in qualche spinoso intrico, e se ne lamentasse, fra gli altri modi direbbe “questo mio affare mi fa mettere il cervello a partito” (…); lo stesso modo ricorre nella “Trinuzia” del Firenzuola (…) dove un servo, narrato al giovane padrone quanto aveva spillato sul conto di una femmina, di cui si era invaghito, e di cui davagli molte speranze, il padrone gli dice: “Ma vedi un poco, volpe, se tu potessi trarre niente, che con cotesto tuo discorso, tu mi hai messo il cervello a partito (…)”».

sabato 19 gennaio 2013

Comma e capoverso

Numerose persone, anche quelle, “addette ai lavori”, fanno una confusione notevole tra il ‘capoverso’ e il ‘comma’, con la complicità di gran parte dei vocabolari, che non brillano, certo, per chiarezza. Molto spesso la confusione nasce dal fatto che – nell’uso comune – l’inizio di un capitolo, di un articolo di giornale, viene chiamato sia comma sia capoverso. Non è cosí, e i dizionari, come dicevamo, non aiutano a capire. Ecco, infatti, cosa scrivono due vocabolari “prestigiosi” (che non citiamo per carità di patria) alla voce comma: «Ciascuna delle parti in cui è suddiviso un articolo di legge, corrispondente a ciascun capoverso». Stando cosí le cose si ha l’impressione, appunto, che comma e capoverso siano l’uno sinonimo dell’altro. Nient’affatto. L’unica chiarezza viene dal vocabolario della Treccani: «Ognuna delle suddivisioni di un articolo di legge, rappresentata tipograficamente da un accapo, in modo che il primo comma corrisponde al 'principio', il secondo comma al primo 'capoverso' e così via». Vediamo, ora, cosa scrive – lo stesso dizionario – al lemma ‘capoverso’: «Parte di uno scritto o di uno stampato compresa fra un accapo e il successivo. Nelle citazioni di leggi, regolamenti, ecc. si chiamano primo, secondo, terzo capoverso e così via le suddivisioni dell’articolo corrispondenti rispettivamente al secondo, terzo, quarto comma, spettando al primo comma il nome di ‘principio’». Ed eccoci, al “dunque”, amici blogghisti. L’inizio di un articolo, erroneamente chiamato primo capoverso, si chiama, in realtà, “principio”, mentre il secondo capoverso è il… primo.


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Ancora una perla dei “revisionisti” del vocabolario Gabrielli in rete.
ossequente
[os-se-quèn-te] err. ossequiente
agg. (pl. -ti)
Che porta ossequio; ubbidiente, rispettoso: giovani ossequienti ai loro maestri; essere o. alle leggi.

Fanno notare, correttamente, che il vocabolo si scrive senza l’inserimento dell’intrusa “i”; poi, negli esempi…







venerdì 18 gennaio 2013

Commuovente? Per carità: commovente!









Navigando in rete abbiamo scoperto che il sito http://grammatica-italiana.dossier.net/verbi-coniugati/0652.htm dà "commuovente" come forma corretta del participio presente del verbo commuovere. Allucinante. La sola forma corretta è senza il dittongo "uo": commovente. Nel corso della coniugazione, inoltre, toglie il dittongo dove, invece, è obbligatorio.
Per la corretta coniugazione del verbo segnaliamo alcuni siti - a nostro avviso - affidabilissimi:

http://www.italian-verbs.com/verbi-italiani/coniugazione.php?verbo=commuovere

http://garzantilinguistica.sapere.it/it/verbi/it/cerca?q=commuovere&commit=%C2%A0

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=73268&r=29259


Lo strafalcione, purtroppo, è immortalato anche in numerose pubblicazioni. Si clicchi su: https://www.google.it/search?q=%22commuovente%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22commuovente%22&hl=it&tbo=d&tbm=bks&psj=1&ei=VaT5UNmKJ4-K4gT8vIGgDA&start=10&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.41248874,d.bGE&fp=f7a0d2addbdf983f&biw=1024&bih=638

giovedì 17 gennaio 2013

Zàffiro? Zaffíro, prego




Le televisioni commerciali specializzate nella vendita all’asta di gioielli ci “propinano”, quotidianamente, nomi di monili la cui pronuncia non è sempre quella corretta. Abbiamo pensato, per tanto, a una “intervista impossibile” per conoscere da uno degli interessati l’esatta accentazione del nome.
Incontriamo il signor Zaffíro negli studi di una televisione privata: sta per essere venduto all’asta a un prezzo che egli non ritiene adeguato alla sua persona. Ma non è questo che lo irrita tanto quanto il fatto che la maggior parte delle persone pronunciano il suo nome in modo errato: con l’accento sulla “a” anziché sulla “i”. Ciò lo rende nervoso, appunto, e scostante ma, vista la nostra garbata insistenza, accetta di riceverci.
- Allora signor Zàffiro, pardon Zaffíro, ha fatto una ricerca particolare sul suo nome? Come mai si irrita se lo chiamano Zàffiro, con l’accento sulla “a”?
- Lei al mio posto che cosa farebbe, accetterebbe con serenità il fatto che tutti o quasi pronunciano in modo scorretto il suo nome? Non si sentirebbe offeso vedendo calpestata la sua “personalità”?
- Ci parli della sua ricerca. Perché la pronuncia corretta deve essere piana, ossia con la “i” tonica (cioè accentata)?
- Come lei certamente saprà, la maggior parte delle parole della nostra lingua sono piane; ma non è questo il ‘vero’ motivo. La mia discendenza è nobile, vengo, infatti, dalla lingua classica, dal latino “saphírus”, con tanto di “i” lunga che in italiano si deve sentire, quindi va accentata; naturalmente nella lingua parlata, non in quella scritta. Per essere estremamente chiaro aggiungerò che il latino “saphírus” non è altro che l’adattamento del greco “sàppheiros” derivato, a sua volta, dal semitico “sappir”.
- Se può esserle di consolazione sappia che altri signori, al pari di lei, vedono il proprio nome storpiato: molti dicono rùbrica e non, correttamente, rubríca; circuíto e non circuito (come, per esempio: corto circuito) anche se la forma circuíto esiste perché è il participio passato del verbo circuire.
- Appunto per questo bisogna fare attenzione a non confondere “circuíto”, participio passato, quindi con la “i” accentata, con “circuito” che significa ‘giro’, ‘percorso’, ‘contorno’: corto circuito, per l’appunto. Colgo l’occasione per segnalare la nascita di un’associazione cui possono rivolgersi tutte le parole che vedono calpestata la loro personalità. L’associazione provvederà a mettere alla gogna i colpevoli di “lesa lingua”.
- La ringraziamo per la sua gentilezza e le sue preziose delucidazioni.
- Mi consenta ancora due parole.
- Prego.
- Perché nei casi dubbi la gente non consulta un buon vocabolario?
- Parole sante; ha perfettamente ragione. Grazie di nuovo.

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http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=72&r=1522




mercoledì 16 gennaio 2013

La «ragnofobia»

Gentilissimo dott. Raso,
anche se in ritardo la ringrazio per la sua risposta al mio quesito riguardante la paura delle iniezioni (“tripanofobia” o, come ha fatto rilevare la cortese blogghista Ines Desideri, “belonefobia”). Ora ho un altro quesito da sottoporle. C’è un termine per indicare la paura o l’avversione verso gli insetti, in particolare i ragni?
Grazie in anticipo e un cordiale saluto
Corrado S.
Carbonia

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Sí, cortese amico, ci sono due termini, entrambi derivati dal greco: “entomofobia” e “aracnofobia”.

https://www.google.it/#hl=it&tbo=d&output=search&sclient=psy-ab&q=%22entomofobia%22&oq=%22entomofobia%22&gs_l=hp.3..0l3j0i30j0i10i30j0i30l2j0i10i30j0i5i30l2.676140.681437.1.685296.13.12.0.0.0.0.1188.7703.3-1j3j4j3j1.12.0...0.0...1c.1.zK-hbfoF3kM&psj=1&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.41018144,d.Yms&fp=255aac1639851031&biw=1024&bih=638


https://www.google.it/#hl=it&tbo=d&sclient=psy-ab&q=aracnofobia&oq=aracnofobia&gs_l=hp.3..0l10.61985.69547.2.72375.11.10.0.0.0.0.1031.6767.3-1j1j4j3j1.10.0...0.0...1c.1.nx_aX6HdxR0&psj=1&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.41018144,     



lunedì 14 gennaio 2013

Glielo o glie lo?




Un articolo di Angela Frati, della redazione consulenza linguistica della Crusca, sulla grafia univerbata o no di alcuni "pronomi accoppiati".
Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/glielo-potremmo-spiegare-cos

Personalmente preferiamo la grafia non univerbata, anche se considerata di uso prettamente letterario o raro, perché, come fa notare il linguista Amerindo Camilli, «la grafia da consigliare è glie lo, glie ne (ecc., nota del redattore) che si conforma a me lo, te ne, ecc. Glielo, gliene sono due eccezioni ingiustificate».

sabato 12 gennaio 2013

Fra Peppino o fra' Peppino?

Stupisce il constatare che molte persone, anche quelle cosí dette acculturate, mettano l’apostrofo a fra, troncamento di frate e scrivono, per esempio, fra’ Peppino. Le parole tronche, in linea generale, non si apostrofano mai. Chi metterebbe l’apostrofo in altri simili troncamenti, come “bel”, per bello, “gran”, per grande, “signor” per signore ecc.? Scriveremo correttamente, quindi, fra Giuseppe, fra Paolo, fra Cristiano. Davanti a nomi propri che cominciano con vocale non è consigliabile, però, per ragioni di ”suono”, il troncamento: frate Antonio meglio che fra Antonio; frate Evaristo meglio che fra Evaristo; frate Emiliano meglio che fra Emiliano. E per quanto attiene al plurale? La forma tronca resta invariata: è un monastero pieno di fra Giuseppi. Il troncamento di frate con l'apostrofo (fra') che, ripetiamo, è errato, lo abbiamo visto immortalato, purtroppo, in alcuni testi grammaticali. Qui segnaliamo la grammatica di Bocchiola e Gerolin. Si clicchi sul collegamento in calce e al punto 12 della voce "elisione" si potrà leggere: «Fra' Tazio».

http://books.google.it/books?id=rWibaAqN4mAC&pg=PA59&lpg=PA59&dq=%22lo+iato%22+grammatica+pratica+#v=onepage&q=%22lo%20iato%22%20grammatica%20pratica&f=false