L’argomento in oggetto è stato trattato piú volte, se la memoria non ci inganna. Lo riproponiamo ancora con la speranza che faccia breccia nel “cuore linguistico” di chi ha a… cuore il buon uso della lingua italiana.
Chi di voi, gentili “navigatori”, non ha mai fatto una fila davanti a uno sportello bancario o a quello di un ufficio postale? Seguivate le file o le fila? In altre parole, cortesi amici e amatori della lingua, bisogna dire “file” o “fila”? Perché questi due plurali confondono le idee e fanno cadere in errori marchiani un po’ tutti?
Non c’è discorso in cui l’illustre oratore non inciampi nelle “fila del partito” o non inviti i suoi sostenitori a “stringere le fila” dove questo “fila” è errato. La nostra lingua, si sa, è piena di regole e sottoregole, di eccezioni e controeccezioni, ma forse è troppo ignorata anche da chi, per mestiere, non dovrebbe farlo: la stampa. Tempo fa, su un grande giornale d’informazione, abbiamo letto un “serrare le fila” che ci ha fatto strabuzzare gli occhi. Vediamo, quindi, di fare un po’ di chiarezza.
In italiano esiste un sostantivo femminile singolare “la fila”, cioè una “serie di persone o cose più o meno allineate una dietro l’altra” (la fila all’ufficio postale, per esempio), che ha un plurale “le file”. Diremo, perciò, che davanti a quel negozio – in occasione dei saldi – si sono formate lunghissime file (non “fila”) di persone, e che i militari rompono “le file”, rompono, cioè, il loro allineamento. Vi è, poi, un altro sostantivo di genere maschile, “il filo”, esattamente il prodotto di una filatura (un filo di lana, di cotone, ecc.) con due plurali, uno regolare maschile e uno irregolare femminile: i fili e le fila. Il plurale più comune e, per tanto, più adoperato è quello regolare: i banditi hanno tagliato i fili del telefono; alla signora hanno rubato quattro fili di perle; si sono sfilati tutti i fili delle calze. L’altro, quello irregolare (il femminile “le fila”), si adopera, generalmente, in senso collettivo per indicare più fili presi assieme: le fila del formaggio. Ma più spesso in senso figurato o traslato: le fila della congiura. Attenzione, quindi, amici, abbiamo “le file” del partito, dell’esercito, di un’associazione, ecc., non “le fila”.
venerdì 11 gennaio 2013
giovedì 10 gennaio 2013
«Avere la scimmia»
Questo modo di dire – probabilmente poco conosciuto e dal “sapore” popolare – quando nacque si riferiva alle persone ubriache fradice o, comunque, dedite all’alcol. Oggi, con il “progresso” che ha riempito il mondo di drogati, la locuzione ha subito un’evoluzione semantica passando a indicare coloro che sono sotto gli effetti degli stupefacenti tanto è vero che, attualmente, nel gergo degli addetti ai lavori si adopera quest’espressione nei confronti di coloro che sono in crisi di astinenza. Ma che cosa c’entra la scimmia? È presto detto. Nella letteratura popolare la scimmia è molto spesso associata all’idea di qualcosa di orrendo e di pericoloso e, quindi, a un qualcosa che fa perdere il controllo di sé stessi; in particolare nel caso dell’alcolismo, un tempo considerato il piú vergognoso e peggiore dei vizi. La fantasia popolare vedeva, quindi, l’alcolizzato come vittima di una scimmia che gli stava appollaiata sulle spalle e lo invitava, pressata dal proprio bisogno, a bere. Se l’ospite declinava l’invito l’animale subito si vendicava e lo faceva star male: gli graffiava il viso e gli tirava i capelli. La vendetta della scimmia, oggi, si potrebbe identificare, per l’appunto, nel gravissimo disagio di colui che si trova in crisi di astinenza. La locuzione si adopera anche nella variante “avere la scimmia sulla spalla”.
martedì 8 gennaio 2013
I Re Magi
* * *
Le tombe dei Magi
Marco Polo afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba[17], a sud di Teheran, intorno al 1270: "In Persia è la città ch'è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente." (Il Milione, cap. 30).
Quella di Marco Polo non è tuttavia l'unica testimonianza sul luogo di sepoltura dei Magi. Nel transetto della basilica romanica di Sant’Eustorgio a Milano si trova la “cappella dei Magi”, in cui è conservato un colossale sarcofago di pietra (vuoto), risalente al tardo Impero Romano: la tomba dei Magi. Secondo le tradizioni milanesi, la basilica sarebbe stata fatta costruire dal vescovo Eustorgio intorno all’anno 344: la volontà del vescovo era quella di esservi sepolto, dopo la sua morte, vicino ai corpi dei Magi stessi. Per questo motivo, con l’approvazione dell’imperatore Costante avrebbe fatto giungere i loro resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli (dove erano stati portati alcuni decenni prima da sant'Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa).
Nel 1162 l’imperatore Federico Barbarossa fece distruggere la chiesa di Sant'Eustorgio (come pure gran parte delle mura e degli edifici pubblici di Milano) e si impossessò delle reliquie dei Magi. Nel 1164 l'arcicancelliere imperiale Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia ne sottrasse i corpi e li trasferì, attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino al duomo della città tedesca, dove ancora oggi sono conservate in un prezioso reliquiario.
Ai milanesi rimase solo la medaglia fatta, sembra, con parte dell'oro donato dai Magi al Signore, che da allora venne esposta il giorno dell'Epifania in Sant'Eustorgio accanto al sarcofago vuoto. Negli anni successivi Milano cercò ripetutamente di riavere le reliquie, invano. Né Ludovico il Moro nel 1494, né Papa Alessandro VI, né Filippo II di Spagna, né Papa Pio IV, né Gregorio XIII, né Federico Borromeo riuscirono a far tornare le spoglie in Italia.
Solo nel ventesimo secolo Milano riuscì ad ottenere una parte di quello che le era stato tolto: il 3 gennaio del 1904,[18] infatti, il cardinal Ferrari, Arcivescovo di Milano, fece solennemente ricollocare alcuni frammenti ossei delle spoglie dei Magi (due fibule, una tibia e una vertebra), offerti dall'Arcivescovo di Colonia Fischer, in Sant'Eustorgio. Furono posti in un'urna di bronzo accanto all'antico sacello vuoto con la scritta “Sepulcrum Trium Magorum” (tomba dei tre Magi)[19].
Ancora oggi molti luoghi in Italia, Francia, Svizzera e Germania si fregiano dell'onore di avere ospitato le reliquie durante il tragitto delle spoglie dei Magi da Milano a Colonia e in molte chiese si trovano ancora frammenti lasciati in dono. La testimonianza di questo passaggio si trova anche nelle insegne di alberghi e osterie tuttora esistenti, come «Ai tre Re», «Le tre corone» e «Alla stella».
(Wikipedia)
lunedì 7 gennaio 2013
«In qualità di...»
Il linguaggio burocratico (che, ricordiamolo, “non fa la lingua”) ci ha abituati a frasi del tipo “in qualità di…”, “nella qualità di…” ecc. In molte lettere di assunzione si può, infatti, leggere: «Siamo lieti di comunicarle che dal giorno (…) Lei sarà alle dipendenze della nostra Società in qualità di…». È un’espressione, questa, da evitare se si vuole scrivere e parlare in buona lingua italiana. “Qualità”, in casi del genere, si può sostituire con “come”, “con l’incarico di”, “con il grado di” e simili: sarà assunto con l’incarico di segretario. È, altresì, da evitare – sempre che si voglia parlare e scrivere bene – l’espressione “di qualità” nel significato di “buona, ottima qualità”: è un libro di qualità; uno spettacolo di qualità. A questo proposito il linguista Rigutini – non l’illustre sconosciuto, estensore di queste noterelle – fa notare che si tratta del solito francesismo: dare un senso determinato a parole che hanno bisogno di una determinazione; una qualità può essere anche cattiva, mediocre e pessima oltre che buona. Oggi tale locuzione è largamente adoperata tanto che nell’uso comune si sente dire “stoffa di qualità” volendo significare “stoffa di buona, ottima qualità”. Gli amatori del bel parlare e del bello scrivere aborriscano da questo gallicismo. La qualità di qualcosa deve sempre essere seguita dalla sua determinazione: buona, ottima, cattiva, pessima, mediocre e via dicendo.
PS. La locuzione "in qualità di" si trova in molte pubblicazioni, ma, come dicevamo, è meglio "starne alla larga": https://www.google.it/search?q=%22In+qualit%C3%A0+di%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22In+qualit%C3%A0+di%22&hl=it&tbo=d&tbm=bks&psj=1&ei=8RHqUIqeDOKo4ATq-IH4BQ&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.1355534169,d.bGE&fp=e449aa0bb380d732&bpcl=40096503&biw=1024&bih=638
PS. La locuzione "in qualità di" si trova in molte pubblicazioni, ma, come dicevamo, è meglio "starne alla larga": https://www.google.it/search?q=%22In+qualit%C3%A0+di%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22In+qualit%C3%A0+di%22&hl=it&tbo=d&tbm=bks&psj=1&ei=8RHqUIqeDOKo4ATq-IH4BQ&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.1355534169,d.bGE&fp=e449aa0bb380d732&bpcl=40096503&biw=1024&bih=638
domenica 6 gennaio 2013
Buona befana
Gentili amici blogghisti, ecco tutto ciò che riguarda la Befana sia sotto il profilo linguistico (http://www.etimo.it/?term=befana&find=Cerca) sia sotto il profilo leggendario: http://www.carabefana.it/pages/curiosita.html
sabato 5 gennaio 2013
Il «per» concessivo
Il linguista Luciano Satta consiglia un uso parco del cosí detto per concessivo. «Il tipo sintattico "per" + aggettivo + verbo al congiuntivo ("Per ricco che tu sia") è assai frequente. Non diremo di condannarlo del tutto, ma è consigliabile non abusarne. Alcuni esempi. "Odiava... quel figuro, 'per biondo che fosse' (Gadda); " 'Per dura che fosse la vita' di quella gente..." (Cassola); " 'Per tremende che fossero' le verità" (Pratolini); "L'acqua, 'per profonda che sia...' " (Moravia); (...). E c'è anche l'esempio autorevole del filologo Giorgio Pasquali:
" 'Per straniera che sia' la parola..."». A nostro modestissimo avviso crediamo che coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere...
" 'Per straniera che sia' la parola..."». A nostro modestissimo avviso crediamo che coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere...
venerdì 4 gennaio 2013
La «tripanofobia»
Gentilissimo dott. Raso,
il suo prezioso sito mi è stato segnalato da un amico, che lo ha scoperto per caso: cercava una regoletta grammaticale non riportata nelle comuni grammatiche. Ho visto che risponde anche ai quesiti che le vengono sottoposti. Approfitto, quindi, della sua non comune cortesia per sapere se esiste un termine atto a indicare la paura delle iniezioni. Ho cercato, invano, nei vocabolari in mio possesso. Può dirmi qualcosa in merito? Grato se avrò una risposta.
Un felice 2013
Corrado S.
Carbonia
------------------
Cortese Corrado, il termine che lei cerca, effettivamente, non esiste, per questo non è a lemma nei vocabolari. Si potrebbe creare, però, “tripanofobia”, composto con le voci greche ‘trypanon’, arnese chirurgico acuminato, e ‘-fobia’, paura, sulla scia di “agorafobia”, “claustrofobia” ecc.
PS. Il prof. Marco Grosso, moderatore del sito "Cruscate", mi fa notare che per quanto attiene alla paura degli aghi (iniezioni) si usa il termine "belenofobia". Il vocabolo non è a lemma nei comuni vocabolari, si trova, però, in alcune pubblicazioni. Si clicchi su: https://www.google.it/search?q=%22belenofobia%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it
il suo prezioso sito mi è stato segnalato da un amico, che lo ha scoperto per caso: cercava una regoletta grammaticale non riportata nelle comuni grammatiche. Ho visto che risponde anche ai quesiti che le vengono sottoposti. Approfitto, quindi, della sua non comune cortesia per sapere se esiste un termine atto a indicare la paura delle iniezioni. Ho cercato, invano, nei vocabolari in mio possesso. Può dirmi qualcosa in merito? Grato se avrò una risposta.
Un felice 2013
Corrado S.
Carbonia
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Cortese Corrado, il termine che lei cerca, effettivamente, non esiste, per questo non è a lemma nei vocabolari. Si potrebbe creare, però, “tripanofobia”, composto con le voci greche ‘trypanon’, arnese chirurgico acuminato, e ‘-fobia’, paura, sulla scia di “agorafobia”, “claustrofobia” ecc.
PS. Il prof. Marco Grosso, moderatore del sito "Cruscate", mi fa notare che per quanto attiene alla paura degli aghi (iniezioni) si usa il termine "belenofobia". Il vocabolo non è a lemma nei comuni vocabolari, si trova, però, in alcune pubblicazioni. Si clicchi su: https://www.google.it/search?q=%22belenofobia%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it
giovedì 3 gennaio 2013
Andiamo a pusignare
State tranquilli, amici blogghisti, il verbo che avete appena letto non ha nulla di osceno anche se non molto adoperato; per taluni, forse, addirittura sconosciuto. Alcuni vocabolari lo classificano fra i termini di uso regionale, ma è attestato nel vocabolario degli Accademici della Crusca quindi – a nostro modesto avviso – di uso… nazionale. Ma cosa sta a indicare? È presto detto: “consumare un piccolo pasto dopo aver cenato”. È un cosiddetto verbo denominale perché derivato dal sostantivo “pusigno”. Questo indica un pasto leggero che si fa a tarda ora, generalmente dopo il teatro o il cinema o quando si è cenato da parecchio tempo ma si sente una certa languidezza di stomaco.
http://www.etimo.it/?cmd=id&id=13903&md=fcc354f4e5ff7a9f74c63b665f3e780b
http://www.etimo.it/?term=spuntino&find=Cerca
http://www.etimo.it/?cmd=id&id=13903&md=fcc354f4e5ff7a9f74c63b665f3e780b
http://www.etimo.it/?term=spuntino&find=Cerca
mercoledì 2 gennaio 2013
La burocrazia
In questi ultimi tempi si parla sempre insistentemente di snellire la burocrazia, vale a dire quella “macchina” amministrativa che regola (o dovrebbe regolare) il funzionamento dei pubblici uffici e che tanto fa impazzire il cittadino quando – suo malgrado – è costretto ad avere un ‘rapporto’ con questa benedetta o maledetta organizzazione amministrativa. Tutti, piú o meno, abbiamo avuto modo di conoscere il funzionamento di questa macchina; riteniamo di far cosa gradita ai lettori di queste noterelle, quindi, se ‘narriamo’ l’ “origine linguistica” della burocrazia dando la parola al compianto glottologo Aldo Gabrielli, uno dei padri della lingua.
«Il significato del termine è fin troppo noto; innanzi tutto esso sta a indicare il potere, spesso eccessivo, oppressivo e meticoloso della pubblica amministrazione nella condotta degli affari; poi, estensivamente, il complesso degli impiegati, degli uffici che di quella amministrazione fanno parte. È un termine nato in Francia, ‘bureaucratie’, nella prima metà del secolo XVIII, creato dall’economista Vincent de Gournay. Fu foggiato unendo la parola ‘bureau’, nel significato di ‘tavolino per scrivere’, ‘scrivania’, al suffisso “-cratie”, corrispondente all’italiano “-crazia”, derivato dal greco “kràtos”, ‘forza’: cioè il potere, o meglio il prepotere, delle scrivanie, degli uomini di tavolino. “Bureaucreatie” ricalcava il modello di parole già esistenti, come “aristocratie” e “démocratie”, ma il Gournay lo creò con intenzioni dichiaratamente dispregiative; e piú o meno spregiativa rimase anche quando la parola passò in tutte le altre lingue europee. Ma vorrei ora andare un po’ piú in là nell’esame etimologico, che riserva qualche interessante sorpresa. Quel “bureau” che forma il primo elemento della parola composta, indicava in origine una grossa e rozza stoffa di lana di color bruno che si usava soprattutto per confezionare le tonache di certi ordini religiosi; “bureau” derivava da un precedente “bure” che discendeva a sua volta dal latino popolare “bura”, ‘stoffa grossolana’. Da questo medesimo “bura”, sia detto per inciso, discende anche il nostro “buratto”, che ebbe in origine lo stesso significato di tessuto rozzo a trama larga (…) usato specialmente nella fabbricazione degli stacci per la farina (setaccio, ndr), quegli stacci che anche si dissero, per estensione, pur essi “buratti” (col verbo “burattare”, stacciare). Tornando alla stoffa della “bureau”, avvenne che presto questo robusto tessuto e di poco prezzo venisse usato per ricoprire il piano superiore dei banchi degli scrivani; e di qui il nome di “bureau” al banco stesso, al tavolino per scrivere, e con estensione anche maggiore al luogo dove si scrive, allo studio, all’ufficio».
«Il significato del termine è fin troppo noto; innanzi tutto esso sta a indicare il potere, spesso eccessivo, oppressivo e meticoloso della pubblica amministrazione nella condotta degli affari; poi, estensivamente, il complesso degli impiegati, degli uffici che di quella amministrazione fanno parte. È un termine nato in Francia, ‘bureaucratie’, nella prima metà del secolo XVIII, creato dall’economista Vincent de Gournay. Fu foggiato unendo la parola ‘bureau’, nel significato di ‘tavolino per scrivere’, ‘scrivania’, al suffisso “-cratie”, corrispondente all’italiano “-crazia”, derivato dal greco “kràtos”, ‘forza’: cioè il potere, o meglio il prepotere, delle scrivanie, degli uomini di tavolino. “Bureaucreatie” ricalcava il modello di parole già esistenti, come “aristocratie” e “démocratie”, ma il Gournay lo creò con intenzioni dichiaratamente dispregiative; e piú o meno spregiativa rimase anche quando la parola passò in tutte le altre lingue europee. Ma vorrei ora andare un po’ piú in là nell’esame etimologico, che riserva qualche interessante sorpresa. Quel “bureau” che forma il primo elemento della parola composta, indicava in origine una grossa e rozza stoffa di lana di color bruno che si usava soprattutto per confezionare le tonache di certi ordini religiosi; “bureau” derivava da un precedente “bure” che discendeva a sua volta dal latino popolare “bura”, ‘stoffa grossolana’. Da questo medesimo “bura”, sia detto per inciso, discende anche il nostro “buratto”, che ebbe in origine lo stesso significato di tessuto rozzo a trama larga (…) usato specialmente nella fabbricazione degli stacci per la farina (setaccio, ndr), quegli stacci che anche si dissero, per estensione, pur essi “buratti” (col verbo “burattare”, stacciare). Tornando alla stoffa della “bureau”, avvenne che presto questo robusto tessuto e di poco prezzo venisse usato per ricoprire il piano superiore dei banchi degli scrivani; e di qui il nome di “bureau” al banco stesso, al tavolino per scrivere, e con estensione anche maggiore al luogo dove si scrive, allo studio, all’ufficio».
martedì 1 gennaio 2013
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