La sorprendente storia del nome mancante per l’uccisione di un cognato
Nella vasta costellazione dei termini che la lingua italiana ha ereditato dal latino per indicare l’uccisione di un familiare, esistono parole precise e spesso di lunga tradizione: parricida, fratricida, uxoricida, suicida. Tuttavia, quando si tratta di definire l’uccisione di un cognato o di una cognata, il lessico comune non offre una soluzione immediata. È un vuoto curioso, perché la struttura morfologica per colmarlo esiste, ed è perfettamente coerente con la logica etimologica che regola gli altri casi.
Il termine “più corretto” sotto il profilo storico-linguistico è leviricida, formato a partire dal latino levir, che indicava il cognato in un’accezione molto specifica: il fratello del marito (è lo stesso sostantivo che ha generato il denominale levirato). Da qui derivano due forme parallele e regolari: leviricidio, per indicare l’atto di uccidere il cognato, e leviricida, per designare chi compie l’azione. È una formazione dotta, perfettamente allineata alla tradizione morfologica che ha prodotto parole come parricida o fratricida, e per questo risulta la più “classica” e filologicamente solida.
Esiste però un’altra possibilità, più trasparente per il parlante contemporaneo ma meno nobile dal punto di vista della latinità: cognaticida. È un termine ibrido, costruito direttamente sulla parola italiana cognato, e per questo immediatamente comprensibile anche a chi non ha familiarità con le radici latine. Non è attestato nei vocabolari e rimane confinato a "usi giornalistici" o occasionali. La sua forza sta nella chiarezza semantica, la sua debolezza nella mancanza di una base etimologica classica.
La scelta tra leviricida (aulico) e cognaticida (giornalistico) dipende dunque dal registro: il primo è il termine corretto secondo la tradizione linguistica, il secondo è una soluzione moderna, funzionale e intuitiva. Entrambi rispondono, in modi diversi, alla stessa esigenza: dare un nome a un gesto che la lingua comune non ha mai sentito il bisogno di nominare, ma che la morfologia italiana è perfettamente in grado di descrivere. Leviricida, dunque, ha tutti i requisiti per aspirare agli onori dei vocabolari. I lessicografi ci facciano un pensierino...
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Piuttosto che...
Cordiali saluti,
Emanuele
Maria
Spaccapietre
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Cortese Emanuele,
il quesito è molto attuale e merita una risposta che
tenga insieme norma, uso contemporaneo e chiarezza comunicativa.
Nell’italiano standard, piuttosto che ha valore
comparativo di preferenza.
Le principali grammatiche concordano: Serianni lo definisce costrutto
che «esprime preferenza»; la Grande grammatica italiana di
consultazione lo colloca tra i connettivi comparativi; il
Vocabolario Treccani registra come significati principali «più, in
maggior misura» e «anziché, invece di».
In questa
prospettiva, l’uso disgiuntivo non appartiene alla norma.
Negli ultimi anni, però, si è diffuso soprattutto nel Nord Italia un uso con valore di “oppure”, spesso in elenchi: «Possiamo andare al mare piuttosto che in montagna». La Grammatica dell’italiano adulto lo descrive come fenomeno nato nel parlato settentrionale e poi propagatosi nei media e nel linguaggio aziendale.
I dizionari dell’uso registrano il fenomeno, ma con avvertenze: lo Zingarelli lo definisce «improprio» e «da evitare» nei contesti formali; il Treccani lo considera «discutibile» e «non consigliabile» per la possibilità di equivoco; il Garzanti lo qualifica come uso «regionale e colloquiale».
Le grammatiche descrittive confermano la prudenza: Serianni lo giudica «da evitare» perché contraddice il valore originario; Lepschy & Lepschy parlano di «slittamento semantico recente» potenzialmente ambiguo.
Il punto critico è proprio l’ambiguità:
«Possiamo
vederci domani piuttosto che lunedì» può significare sia
una preferenza
(domani è meglio di lunedì), sia una alternativa
(domani oppure lunedì).
Per questo motivo, negli scritti che
richiedono chiarezza è consigliabile evitarlo.
Concludendo: uso tradizionale: “anziché”; uso moderno come “oppure”: diffuso ma non standard; consigliato: preferire o, oppure, o anche. Insomma piuttosto che significa “anziché”. Usarlo per “oppure” è comune, ma non conforme alla norma e può generare ambiguità: meglio evitarlo nella scrittura sorvegliata.
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La lingua "biforcuta" della stampa
Il presidente degli Stati Uniti è stato portato in salvo a Washington dopo l’attacco di uomo.
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Hanno scelto questa piazza e il percorso del corteo del 25 aprile, non è stata una scelta causale. … Avete perso allora e prederete ancora.
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Le Forze armate americane stanno mettendo a punti piani che prevedono di colpire le capacità iraniane nello stretto di Hormuz.
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… Alfredo Cospito, detenuto in regime di massima sicurezza, per cui a breve scadranno i termini, che potranno essere prorogati per almeno.
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Le due nave ha aggiunto che sono state "scortati fino alla costa iraniana".

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