venerdì 10 aprile 2026

"Mettere in burletta"

 


Mettere in burletta è uno di quei modi di dire che l’italiano ha lasciato scivolare ai margini del lessico senza un vero motivo. È limpido, elegante, immediatamente comprensibile, ma quasi nessuno lo usa più. Eppure descrive con precisione chirurgica un atteggiamento diffusissimo: il prendere qualcosa o qualcuno con leggerezza, con ironia, con un filo di superiorità, senza arrivare alla cattiveria aperta. È la presa in giro “a bassa intensità”, quella che non ferisce ma sminuisce.

L’espressione nasce tra Sette e Ottocento, quando la burletta era un genere teatrale leggero, parodico, fatto di caricature e situazioni buffe. Non era la burla crudele, ma la piccola scena comica che ridimensiona, che smonta la serietà. Da qui il passaggio naturale al linguaggio comune: mettere in burletta significava trattare un argomento serio come se fosse una scenetta, ridurlo a farsa, alleggerirlo fino a svuotarlo. Nei giornali ottocenteschi ricorre spesso per indicare chi minimizza un problema politico, chi ridicolizza un avversario, chi trasforma un fatto grave in occasione di lazzo. È un’espressione di registro medio, mai popolare, ma molto viva nella prosa dell’epoca.

Il significato resta oggi sorprendentemente attuale. Mettere in burletta è ciò che accade quando qualcuno liquida un’osservazione importante con una battuta, quando un tema serio viene trattato come un gioco, quando un interlocutore evita il confronto rifugiandosi nell’ironia. È il comportamento di chi, per non affrontare la sostanza, preferisce trasformare tutto in scherzo. È anche la dinamica tipica di certi scambi in Rete, dove la leggerezza diventa arma per non prendersi responsabilità.

Gli esempi sono immediati. Un collega che, di fronte a una critica fondata, risponde con un sorriso e un “ma figurati, non è niente”: sta mettendo in burletta. Un politico che minimizza un problema dicendo che “sono solo chiacchiere”: sta mettendo in burletta. Un amico che, invece di ascoltare un disagio, lo trasforma in battuta: mette in burletta. Non è sarcasmo, non è derisione, non è scherno: è un ridimensionamento ironico, un modo di togliere peso alle cose senza assumersi il rischio della serietà.

Proprio per questo l’espressione meriterebbe di tornare in circolazione. È precisa, pulita, priva di aggressività, e permette di nominare un comportamento che oggi vediamo dappertutto (in particolare nelle trasmissioni televisive) ma che non sappiamo come chiamare. In un’epoca in cui tutto rischia di essere banalizzato, mettere in burletta è la formula perfetta per denunciare quella leggerezza che non fa ridere, ma svuota. 

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 Noi sognAmo o noi sognIamo?

 Siamo rimasti basiti – come usa dire – nel constatare che i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota scrivono, nel loro volumetto “Ciliegie o ciliege?”, che i verbi in “-gnare” (sognare, impegnare ecc.) possono perdere la “i” della desinenza “-iamo” della prima persona plurale del presente indicativo (noi sogniamo/sognamo) ma la conservano nella medesima persona del presente congiuntivo (che noi sogniamo). La cosa ci sembra fuorviante, la desinenza “-iamo” è la medesima sia per il presente indicativo sia per il presente congiuntivo. Non capiamo, quindi, il motivo per cui il presente del modo indicativo “goda” – secondo gli autori – di questa alternativa. Scriviamo sempre, correttamente, “noi sogniamo”, “che noi sogniamo” (sempre con la “i”) 




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