mercoledì 29 aprile 2026

Gli aggettivi plurali e l’apostrofo

 Un errore che la stampa continua a moltiplicare


C’
è un errore che attraversa quotidiani, blog, comunicati e perfino testi istituzionali con una naturalezza disarmante: l’apostrofo appiccicato agli aggettivi plurali. È un refuso antico, duro a morire, che si ripresenta in forme come quest’ultimi, quegl’altri, bell’amiche, grand’idee. La sua diffusione è tale che molti lettori finiscono col considerarlo (quasi) legittimo, come se la frequenza potesse trasformare uno svarione in norma. Eppure la regola è semplice, lineare, indiscutibile: gli aggettivi plurali non vogliono mai l’apostrofo. Non è una sfumatura, non è una preferenza stilistica: è una regola morfologica, e come tale non ammette eccezioni.

Per capire perché, basta ricordare che l’apostrofo in italiano indica un’elisione, cioè la caduta dell’ultima vocale di una parola davanti a un’altra che inizia per vocale. È il caso di l’amico, un’amica, dell’idea. Ma al plurale questa dinamica non si verifica: gli articoli plurali non terminano in vocale soggetta a elisione (i, gli, le) e gli aggettivi plurali non subiscono troncamenti obbligatori. Non c’è nulla da elidere, dunque non c’è motivo di apostrofare. Forme come bell’amici o nuov’arrivi sono sempre scorrette, senza eccezioni, senza zone grigie, senza “ma”.

Il caso più insidioso è quello degli aggettivi che ammettono il troncamento nella forma singolare: buon, bel, gran, san. Al singolare femminile possono elidere: buon’amica, bell’amica. È un meccanismo antico, radicato, perfettamente legittimo. Ma il meccanismo non si estende al plurale: buone amiche, belle amiche, grandi amiche. Per quanto attiene a “grande” – unica eccezione – si può troncare anche nel plurale: i gran premi. È una forma arcaica, ma cristallizzata dall’uso da secoli. L’errore nasce spesso da un automatismo grafico: si vede una vocale iniziale e si pensa che l’apostrofo sia la soluzione universale. Non lo è. L’apostrofo non è un cerotto da applicare ogni volta che due vocali si incontrano: è un segno preciso, con una funzione altrettanto precisa.

La stampa, purtroppo, alimenta questo fraintendimento. È frequente imbattersi in titoli che recitano quest’ultimi dati, quest’altre categorie, quegl’altri operatori. L’errore più diffuso è proprio quest’ultimi, un ibrido che non ha alcun fondamento grammaticale: questi ultimi è la forma corretta, limpida, sufficiente. L’apostrofo, in questi casi, non solo è sbagliato, ma introduce anche un inciampo visivo che spezza la fluidità della lettura. E quando l’errore compare in un titolo, cioè nel punto più esposto e più letto di un testo, la sua capacità di propagarsi aumenta in modo esponenziale.

A complicare il quadro c’è un altro fattore: la tendenza, sempre più diffusa, a usare l’apostrofo come segno di “snellimento grafico”, quasi fosse un modo per rendere il testo più agile, più veloce, più moderno. Ma la lingua non si modernizza con un apostrofo fuori posto. La lingua si modernizza con la precisione, con la cura, con la consapevolezza delle sue strutture. E la struttura dell’italiano è chiara: il plurale non elide.

Gli esempi corretti sono semplici e inequivocabili:

  • questi ultimi provvedimenti (non quest’ultimi provvedimenti);

    quegli altri casi (non quegl’altri casi);

    belle idee (non bell’idee);

    nuovi arrivi (non nuov’arrivi);

    grandi opportunità (non grand’opportunità);

    queste altre proposte (non quest’altre proposte);

    quegli altri esempi (non quegl’altri esempi);

    tutte queste iniziative (non tutte quest’ iniziative).

La regola d’oro è immediata: se la parola cui si riferisce l’aggettivo è plurale, l’apostrofo non si mette. Mai. Non ci sono eccezioni, varianti, licenze stilistiche o casi particolari. È una regola morfologica, non una preferenza. E come tutte le regole morfologiche, non si presta a interpretazioni elastiche.

Una curiosità storica merita di essere ricordata. Nell’Ottocento alcuni autori usavano l’apostrofo in modo più esteso, anche con aggettivi plurali, ma si trattava di scelte grafiche personali, non di norme. La grammatica italiana contemporanea ha eliminato ogni ambiguità: l’elisione riguarda solo il singolare. La persistenza dell’errore nella stampa moderna è dunque un residuo di abitudini tipografiche, non una traccia di tradizione. È un fossile grafico che continua a riaffiorare, nonostante la lingua abbia da tempo fatto pulizia. E come tutti i fossili grafici, sopravvive non perché abbia un valore, ma perché nessuno si prende la briga di estinguerlo.

A conclusione di queste noterelle: l’apostrofo è uno strumento preciso, non un ornamento. Usarlo dove non serve significa indebolire la chiarezza del testo. E la chiarezza, nel linguaggio, è sempre una forma di rispetto: verso chi legge, verso chi scrive e verso la lingua stessa. L’errore degli aggettivi plurali apostrofati non è solo una “svista”: è un piccolo cedimento di attenzione, un inciampo che si può evitare con un gesto minimo, quasi invisibile, ma decisivo. E la lingua, quando la si rispetta, restituisce sempre più di quanto le si dà.



Nessun commento: