lunedì 27 aprile 2026

La locanda dei due Si

 Dove la lingua crea mondi e i verbi scelgono la loro strada


S
i narra che, molto prima che gli uomini imparassero a scrivere, esistesse un vasto territorio chiamato Regno della Lingua, un dominio vivo e pulsante in cui ogni elemento del discorso aveva forma, voce e volontà.

A Nord si estendevano le Montagne della Morfologia, dove i verbi si tempravano come metalli incandescenti; a Sud si aprivano le Pianure del Lessico, fertili di parole nuove; a Est si snodava il Fiume della Sintassi, che scorreva ordinando i pensieri; a Ovest, infine, si addensavano le Foreste della Semantica, fitte di significati nascosti.

Nel cuore del regno, là dove il Fiume della Sintassi compiva una curva perfetta, sorgeva un edificio antico quanto la lingua stessa: la Locanda dei due Si.
Era un luogo sacro, meta di pellegrinaggi, perché custodiva un mistero che nessun grammatico dell’epoca aveva mai del tutto compreso: la duplice natura del “si”.

La locanda aveva due porte, identiche nel legno ma opposte nello spirito.
Sulla prima era inciso: QUI SI FANNO LE COSE.
Sulla seconda: QUI SI FA QUALCOSA, MA NON SI SA CHI.

Dietro la prima porta viveva Si Passivante, uno dei più antichi spiriti del regno.
Si diceva fosse nato dal primo gesto compiuto da una mano umana: un’azione che lasciò un segno sul mondo. Il suo corpo era fatto di luce riflessa, come se fosse sempre illuminato da ciò che accadeva agli oggetti. Portava un mantello tessuto con fili di soggetto sottinteso e un mazzo di chiavi d’argento, ognuna delle quali apriva un’azione.

Quando un viandante entrava, Si Passivante mostrava il suo dominio:
si preparano le torte, e le torte apparivano, reali, tangibili;
si riparano gli strumenti, e martelli e cacciavite/i si si muovevano da soli;
si coltivano le erbe, e le piante crescevano davanti agli occhi.

Il suo regno era popolato da esseri, animati e no, che subivano un’azione, e il verbo, come un animale fedele, si adattava al loro numero.
Era la sua legge, la sua natura, la sua morale:
dove c’è qualcuno o qualcosa che riceve l’azione, lì regna lui.

Dietro la seconda porta viveva invece Si Impersonale, spirito antico quanto il primo respiro umano. Si diceva fosse nato dal primo comportamento collettivo, quando gli uomini, senza sapere chi avesse iniziato, si misero a camminare insieme verso un fuoco.
Il suo corpo era fatto di nebbia e vento, e il suo volto cambiava a seconda di chi lo guardava.
Non aveva chiavi, perché nulla nel suo regno era chiuso: tutto era fluido, generico, condiviso.

Quando un viandante entrava, Si Impersonale mostrava il suo mondo:
si vive con lentezza, e l’aria diventava più morbida;
d’estate si dorme poco, e la stanza si scaldava;
in questo regno si dovrebbe ascoltare di più, e il silenzio si faceva più profondo.

Il suo dominio non aveva oggetti: aveva azioni generiche, comportamenti, consigli, verità collettive. Per questo il verbo restava sempre al singolare, come una nota lunga che non ha bisogno di armonia. La sua morale era semplice e antica:
dove non c’è oggetto, ma solo l’umanità che agisce, lì regna lui.

Un giorno giunse alla locanda un giovane chiamato Lettore di Frasi, un pellegrino che attraversava il Regno della Lingua per comprendere i suoi misteri.
Portava con sé un quaderno pieno di frasi incerte, dove i verbi litigavano tra loro e i soggetti si nascondevano come animali timidi.
Aveva sentito parlare dei due Si, ma non sapeva come distinguerli.

Si Passivante gli porse una chiave d’argento e gli disse che se nella frase c’è qualcosa o qualcuno che subisce un’azione - finestre aperte, lettere scritte, strade pulite - allora la porta giusta è la sua. Lui trasforma la frase in una forma di passivo: si cercano autisti, si vendono i biglietti.

Si Impersonale gli porse una piuma di vento dicendogli che se si parla di azioni generiche, di comportamenti umani, di ciò che la gente fa - si vive bene, si parla troppo, si dovrebbe studiare di più - allora la porta giusta è la sua. Lui non ha oggetti: ha l’umanità intera.

Il giovane guardò la chiave e la piuma.
Capì che non erano strumenti, ma criteri.
Capì che la locanda non era un luogo, ma una mappa mentale per orientarsi nel Regno della Lingua. E capì, anche, che a volte, il si impersonale e quello passivante possono convivere: “Qui si mangia dell’ottimo pesce” (la gente mangia dell’ottimo pesce; il pesce viene mangiato dalla gente).

Quella notte, mentre il fiume scorreva lento e le Montagne della Morfologia brillavano come metalli fusi, il giovane scrisse sul suo quaderno una frase che sembrò illuminare la stanza: Quando vedo un ‘si’, devo chiedermi se sto parlando di cose che vengono fatte o di persone in generale che fanno (qualcosa).

E mentre scriveva, le frasi del suo quaderno si riordinavano da sole, come se avessero finalmente trovato la loro casa.
Il Regno della Lingua stesso sembrò sussurrare la sua morale:
il si passivante mostra il mondo degli uomini e degli oggetti trasformati; il si impersonale racconta il mondo degli uomini che agiscono; chi confonde i due mondi si perde; chi li distingue trova la strada.

E così il giovane riprese il viaggio, con la chiave d’argento e la piuma di vento, pronto a leggere il mondo con occhi nuovi.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

Il ritratto

Insegnante part-time premiato come miglior docente: chi è l’aggressore

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Gli operatori dell’informazione amano a tal punto i barbarismi che li sbagliano: part time (senza trattino).




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