martedì 14 aprile 2026

Oltre la decenza: scurrilità, turpiloquio e volgarità

 Un viaggio tra Scurrìlia, Turpìlo e Vulgàrio per imparare l’arte del parlar bene










Nel borgo di Lingualunga vivevano tre vicini che tutti conoscevano, ma che pochi sapevano distinguere davvero: Scurrìlia, Turpìlo e Vulgàrio. Le loro case erano attaccate, eppure i loro modi di stare al mondo non potevano essere più diversi.

Scurrìlia era una donna dal riso largo e dal gesto teatrale. Le piaceva intrattenere la piazza con storielle piccanti, allusioni sconce e lazzi da osteria. Non lo faceva per offendere: era cresciuta nell’arte del buffone di strada, e il suo stesso nome lo ricordava. Veniva infatti dal latino scurrĭlis, “da buffone”, legato a scurra, il giullare che divertiva con scherzi triviali. Quando Scurrìlia parlava, qualcuno rideva e qualcuno arrossiva; la sua era una trivialità scenica, una sfrontatezza giocosa, più indecente che cattiva.

Turpìlo, invece, era un uomo di poche storie e molte esplosioni. Non raccontava barzellette: sbottava. Bastava un niente perché dalla sua bocca uscisse una raffica di parolacce e imprecazioni. Il suo nome veniva da turpis, “brutto, vergognoso”, e da lì turpiloquium, “parlare vergognoso”. Turpìlo non divertiva: scuoteva l’aria. Le sue parole erano sporche e ferenti. Dove Scurrìlia faceva arrossire, lui faceva trasalire. La sua era una parola indegna.

Infine c’era Vulgàrio, che non era né buffone né iracondo. Vulgàrio era semplicemente... ordinario, ma in modo eccessivo. Il suo nome veniva da vulgus, “il popolo”, inteso nella sua accezione più bassa e incolta. Vulgàrio ignorava le buone maniere: mangiava con rumore, vestiva senza cura del decoro e usava termini dozzinali non per scelta, ma per mancanza di alternative migliori. La sua non era un’offesa né un’oscenità, ma una costante mancanza di nobiltà. Se i primi due peccavano di eccesso, lui peccava di pochezza.

Un giorno, i tre litigarono in piazza. Scurrìlia accusò Turpìlo di rovinare l’aria con le sue bestemmie; Turpìlo urlò che le storie di lei erano letame per le orecchie; e Vulgàrio, intervenendo con un gesto sguaiato e un termine gergale grossolano, disse che entrambi facevano troppo rumore per nulla.

La discussione attirò una folla confusa: chi aveva ragione? Chi era “più volgare”? Fu allora che intervenne il vecchio maestro Etimòn. Si avvicinò ai tre e disse:

Siete vicini, ma non siete la stessa cosa. Scurrìlia, tu porti la scurrilità: l’oscenità che cerca la risata. Turpìlo, tu porti il turpiloquio: lo sbocco che ferisce il decoro. E tu, Vulgàrio, porti la volgarità: la bassezza di chi non conosce elevazione. Scurrìlia è l'indecenza del contenuto; Turpìlo è l'indegnità del modo; Vulgàrio è la rozzezza dello spirito. Tutti abbassate il tono del borgo, ma ciascuno a modo suo.

La piazza tacque. I tre si guardarono, comprendendo finalmente che la volgarità ha molte facce. Da quel giorno, a Lingualunga, si imparò che alcune parole fanno arrossire, altre fanno sussultare e altre ancora, semplicemente, fanno rimpiangere la gentilezza. E riconoscere la differenza, a volte, è già un modo per parlare meglio.










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Quando l’accento vibra, il significato cambia

Le omografe eterofone: parole identiche che, spostando la voce, cambiano senso, ritmo e destino

In italiano esiste una categoria affascinante di parole che si scrivono allo stesso modo ma cambiano significato quando muta la sillaba tonica. Sono le cosiddette omografe eterofone, un termine che nasce dall’unione di radici greche: homós (“uguale”) e graphō (“scrivere”) per omografo, e héteros (“diverso”) più phōnḗ (“voce, suono”) per eterofono. L’accento, spostandosi, modifica ritmo, timbro e senso della parola: non è un dettaglio grafico, ma un vero marcatore semantico.

Per comprendere meglio il fenomeno è utile ricordare anche l’etimologia di omofono, spesso richiamato per contrasto: deriva da homós (“uguale”) e phōnḗ (“voce, suono”), e indica parole che si pronunciano allo stesso modo pur avendo grafia e significato diversi, come lago e l’ago, l’etto e letto, anno e hanno. Le nostre protagoniste, invece, sono parole che conservano la medesima grafia ma cambiano pronuncia e significato: pésca e pèsca, prìncipi e princìpi, àncora e ancóra. In pésca (il frutto) sopravvive il latino persica, “frutto persiano”, mentre pèsca (l’azione del pescare) discende da piscare. In prìncipi ritroviamo princeps, “primo, capo”, mentre princìpi deriva da principium, “inizio, fondamento”. Àncora, lo strumento nautico, viene dal latino ancora e dal greco ankyra (“uncino”), mentre ancóra, avverbio, nasce da un’evoluzione semantica di adhuc.

Alcune coppie, inoltre, sono particolarmente insidiose perché l’accento distingue non solo il significato, ma anche la categoria grammaticale: sùbito (avverbio: “immediatamente”) e subìto (participio passato di subire), àmbito (aggettivo: “desiderato”) e ambìto (participio di ambire). In altri casi l’accento cambia anche la qualità della vocale, come in bótte (recipiente) e bòtte (colpi), dove la distinzione tra o chiusa e o aperta è decisiva. Esistono poi parole in cui l’accento è spesso omesso nella scrittura quotidiana, come ancora, lasciando al contesto il compito di disambiguare; ma in un contesto didattico ed editoriale la chiarezza grafica è preferibile e l’accento va indicato quando cambia il significato. In alcune coppie la distinzione si conserva anche nel plurale, come bótte/bótti e bòtte/bòtti, sebbene la percezione fonetica tenda ad attenuarsi.

Queste coppie accentuali mostrano quanto l’italiano sia una lingua sensibile alla posizione dell’accento: una vocale tonica può cambiare tutto, dalla categoria grammaticale alla percezione etimologica. Sono un terreno didattico prezioso per educare all’uso dell’accento grafico, per mostrare la relazione tra fonetica e semantica e per allenare l’orecchio alle opposizioni toniche. Ricordano che l’accento, quando serve, non è facoltativo, ma un segno distintivo di significato. In italiano, insomma, basta un accento per cambiare voce alle parole e destino alle idee.







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