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giovedì 29 maggio 2014

Fare orecchi da mercante e vendere a prezzi stracciati



Prima di occuparci delle due locuzioni – tra l’altro conosciutissime – e considerato il fatto che la lingua non ha “compartimenti stagni” ci preme spendere due parole, sotto il profilo grammaticale, sull’… orecchia, che con il maschile orecchio (e i rispettivi plurali) si equivalgono; il maschile, però, è piú comune, mentre la forma femminile si adopera in particolari espressioni figurate come, per esempio, “avere le orecchie d’asino” o nel significato di “piegatura” degli angoli della pagina di un libro o di un quaderno. Orecchio e orecchi, quindi, nel significato proprio, cioè come organi dell’udito; orecchia e orecchie, invece, nei significati figurati. E veniamo ai due modi di dire di cui il primo, per la “regola” suddetta – a nostro modesto avviso – è “fare orecchi…”, non “orecchie”, come si sente dire comunemente. L’espressione, dunque, trae origine dall’abitudine dei mercanti di far finta di non udire le lamentele dei clienti o di sentire solo ciò che fa loro comodo, “incolpando” la confusione della piazza del mercato. Riportiamo, in proposito, una curiosa storiella narrata da Dino Provenzal: «Un turco, qualche secolo fa, andò a comperare una stoffa a Costantinopoli e domandò il prezzo. “Ma quanta ne volete?”, domandò il mercante. “Oh, tanta quanta è la distanza dal mio orecchio sinistro al mio orecchio destro”. “Allora basterà una piastra” (una moneta turca, ndr). “Benissimo”. Il turco si tolse il turbante che gli avvolgeva il capo e disse: “Il mio orecchio sinistro, come vedete è qui: il destro è inchiodato sul banco di un negozio di Bagdad”. Non sappiamo se rimase buggerato il turco o il negoziante che probabilmente non era a conoscenza della barbara usanza: gli avventori che venivano sorpresi a rubare erano puniti con il taglio di un orecchio che veniva inchiodato sul bancone… a “futura memoria”». Quanto alla seconda locuzione, “a prezzi stracciati”, cioè bassissimi, deriva, con molta probabilità, dal fatto che i “piazzisti”, vale a dire i mercanti ambulanti, sono soliti stracciare i prezzi davanti agli avventori, al fine di convincerli che i nuovi prezzi proposti sono effettivamente piú bassi di quelli appena “stracciati”.

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Navigando in Internet abbiamo scoperto che buona parte delle persone “di cultura” ritengono che si dica “malevole” e non, correttamente, malevolo. Credono, insomma, che l’aggettivo in oggetto appartenga alla seconda classe, come “facile”, per esempio e abbia, quindi, un’unica desinenza, tanto per il maschile quanto per il femminile ('-e', maschile e femminile singolare; 'i', maschile e femminile plurale). No, la forma corretta è malevolo perché viene dall’aggettivo latino ‘malévolus’, della seconda declinazione, e la desinenza ‘-us’ latina si tramuta normalmente nella terminazione ‘-o’ del maschile italiano. È, quindi, un aggettivo della prima classe, come “buono”, le cui desinenze sono ‘-o’ e ‘-i’ per il maschile singolare e plurale, ‘-a’ e ‘-e’ per il femminile singolare e plurale. Diremo, quindi, “uno scritto malevolo”, con il plurale “malevoli” e “una critica malevola” con il plurale “malevole”. Identico discorso per “benevolo”.

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