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martedì 20 marzo 2012

Perché parliamo "itangliano"?


Dal Prof. Marco Grosso, moderatore del fòro “Cruscate”, riceviamo e volentieri pubblichiamo.





L’articolo di Maria Luisa Altieri Biagi apparso sulla Nazione del 25 agosto 2006, Cultura & Società, pag. 31, offre uno spunto per approfondire la questione dell’itangliano. Come ben mette in rilievo l’illustre Accademica della Crusca, l’influsso d’una lingua sull’altra può essere fecondo, se non si traduce in becero scimmiottamento, come quando s’adottano termini inutili, detti tecnicamente «prestiti di lusso», cioè parole che hanno già un equivalente nostrano (vedi leader). Ma può anche rappresentare una debolezza di pensiero e di cultura se il forestierismo superfluo scalza dall’uso comune la parola italiana già deputata a esprimerne il significato, e se non si procede a un vaglio per sceverare l’indispensabile dal disutile.

Giustamente osserva la professoressa Altieri Biagi che non si possono eliminare certe parole, perché ormai provviste di derivati (stressare, stressante, stressato): concordo. Ma se non bisogna esagerare nella caccia ai forestierismi, non si deve neanche accondiscendere allo snaturamento morfologico e fonetico della nostra lingua. Certe parole straniere intraducibili vanno adattate, come si fa da secoli e come s’è smesso di fare solo in tempi recentissimi. Stress italiano non sarà mai; ma stresse sí. Perché? Perché per essere italiana, una parola deve per forza (eccezion fatta per certi nomi propri, sigle,
onomatopee, articoli e preposizioni) terminare in vocale. E come s’aggiungono suffissi verbali, aggettivali e avverbiali alla radice straniera, cosí andrebbe fatto anche per i sostantivi: non spot ma spotto, non film ma filme, non sport, ma sporte, come lucidissimamente consigliava il grande Arrigo Castellani, anch’egli Accademico della Crusca. In Ispagna si fa cosí: fútbol (football), estándar (standard), bumerán (boomerang), estrés (stress), hercio (hertz), deporte (sport), ecc.

L’adattamento morfologico e fonetico è un fenomeno sempre esistito in tutte le lingue e grazie al quale esse hanno arricchito il proprio lessico senza scompaginare le proprie inconfondibili strutture. Chi sospetterebbe che dietro albicocca si cela l’arabo al-barquq, che noia viene dal provenzale enoja e ricco dal longobardo rihhi? E cosí migliaia di parole comunissime di cui non si può percepire l’origine straniera perché sono formalmente italiane. Se esse non si fossero rivestite d’un manto linguistico italiano e le adoperassimo oggi nella loro «sacrosanta veste alloglotta» (come si fa ora con le parole inglesi), quella che parleremmo oggi sarebbe una lingua creolizzata, priva d’una sua identità e, di conseguenza, non piú lingua di cultura. Con l’imperante anglolalia dei nostri tempi, ci avviamo precisamente verso una progressiva creolizzazione della nostra lingua.

Mi si dirà che adattare, per esempio, spot in spotto o bunker in búnchero non è granché di moda e fa ridere. Vero. Ma le mode vanno e vengono, e si possono mutare (basterebbe rendere avvertiti i cittadini, che spesso non sanno, di come stanno le cose); e la stranezza iniziale che può muovere al sorriso dipende unicamente dall’abitudine, tant’è che nessuno si mette a ridere quando ordina al ristorante una bistecca (che sarebbe un beef-steak).

Tutto è sempre questione d’abitudine; se in televisione cominciassero a dire (e nella stampa a scrivere) sporte, bumerango, ginsi, ecc., nel giro di poche settimane parrebbe a tutti la cosa piú naturale del mondo.
La professoressa Altieri Biagi cita giustamente Leopardi. Egli diceva bensí che non si può rinunciare a un forestierismo quand’esso è portatore di concetti nuovi che non hanno una precisa equivalenza italiana; ma diceva anche che tali xenismi vanno adattati (e prima del Recanatese lo disse il Machiavelli):

...perocché noi veggiamo sotto gli occhi , che sebben forestiere di origine, elle [= voci e maniere] stanno in quelle scritture come native del nostro suolo, ed hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono come proprie della lingua, e cosí sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto, onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia o sappia usarle; e per esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benché sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; ché ciò a’ soli pedanti dee far differenza, e soli essi ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l’esempio di scrittori d’autorità (Zibaldone, 20 ottobre 1823.)

Naturalmente non tutti i forestierismi sono adattabili (perché non «italiani per potenza», cioè che non presentano compatibilità). In casi simili si deve ricorrere o alla tecnicizzazione d’un termine italiano già esistente (si pensi a ascolto in luogo di audience), o a una traduzione letterale o calco (grattacielo da skyscraper), o a una neoformazione (regista per metteur en scène, coniazione di Bruno Migliorini).

Volendo, è possibile restare al passo coi tempi e col mondo moderno senza per questo rinunciare alle strutture della lingua nazionale. Volendo. Ma da dove origina dunque questo «morbus anglicus» onnipervadente, e quali «rimedi» sono proponibili?

1. Anzitutto da una scarsa o nulla conoscenza della lingua inglese. Sapendo che mouse significa topo, il parlante è preparato alla traduzione e la fa spontaneamente (tutte le lingue neolatine l’hanno tradotto: francese la souris, spagnolo el ratón, portoghese o rato, rumeno soricel). Ma sovente, appunto, non si conosce il significato della parola, quasi sempre banalissimo, e la voce straniera viene presa per quello che non è: una parola misteriosa e affascinante. Occorre quindi per prima cosa studiare di piú e meglio l’inglese (e anche l’italiano).

2. C’è inoltre la mancanza, in Italia, d’un vero e proprio sentimento di unità nazionale e una sorta di svalutazione o disconoscimento del patrimonio linguistico e culturale a favore della «cultura di plastica» americana; si avverte antiquato quel che è italiano e moderno quel che è inglese. È un problema di distorta percezione, al quale la scuola potrebbe e dovrebbe por rimedio, inculcando fin dalle elementari il senso del rispetto per i valori rappresentati da lingua e cultura italiana, inestimabili tesori che vanno preservati dal decadimento e dall’oblio.

3. Infine, urgerebbe la pubblicazione, da parte dell’Accademia della Crusca, d’una lista ufficiale di traducenti e adattamenti italiani, alla quale potrebbero ricorrere i giornalisti e chiunque sia desideroso di parlare in buon italiano. I nostri vocabolari, infatti, di frequente non aiutano chi cerca un’equivalenza, perché si limitano a registrare l’uso, il piú delle volte senza suggerire nulla. E cosí chi deve scrivere e non ha o i mezzi o il coraggio d’avvalersi d’un adattamento o d’una neoformazione non avallati dal dizionario è costretto a ripiegare sul termine straniero.

Nel nostro fòro Cruscate, io e gli altri utenti abbiamo pubblicato una lista, che non ha ovviamente nulla di prescrittivo, per tentare d’ovviare all’imperversante malparlare odierno, e cerchiamo di divulgarne l’esistenza, specie presso i mèdia. È uscita l’8 aprile 2006, sulla stessa Nazione, una nostra intervista, pubblicata in versione integrale in questo medesimo bloggo (sic!), con la risposta di Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca e autore, tra l’altro, con Vittorio Coletti, d’uno dei migliori dizionari moderni della lingua italiana (Dizionario italiano Sabatini-Coletti, noto anche con la sigla DISC). Secondo le lettere piovute in Redazione, sembrerebbe che molti Italiani siano a favore della nostra iniziativa.

Piú sopra ho detto che bisognerebbe rendere avvertiti i cittadini di quello che sta accadendo. È importante infatti che la gente si renda conto che esistono alternative agli anglicismi e che l’afflusso massiccio di questi nel parlar quotidiano non è affatto salutare, né segno di modernità, ma solo di povertà e di snobbismo (lo scrivo con due b, com’è piú italiano, e come scriveva il Castellani). Ma questo non si può fare girando tutta l’Italia e sonando i campanelli di tutte le porte; si può fare, invece, per televisione, con un programma d’una decina di minuti al giorno, magari dopo il telegiornale. E lancio qui un appello alla Rai: perché non considerare la mia proposta, in collaborazione con l’Accademia della Crusca? Ebbe successo la trasmissione di anni fa «Parola mia», condotta da Luciano Rispoli con la partecipazione del linguista Gian Luigi Beccaria; avrebbe successo anche questa, che si potrebbe chiamare, per esempio, come il titolo della nostra lista, «Italiano, ci manchi!». Si può parlare di lingua in maniera semplice, accattivante e divertente.

Nessun purismo, dunque, alla Fanfani-Arlia, che rifiutavano in blocco tutti i forestierismi, adattati o no. Ma solo ― com’è giusto ― un’oculata setacciatura e un felice connubio tra l’italiano e le altre lingue, che hanno il sacrosanto diritto di continuare la loro evoluzione accanto all’inglese senza esserne snaturate, ma appropriandoselo e assimilandolo nel rispetto dell’individualità e delle caratteristiche imprescindibili di ciascun idioma.

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Siti Internet di riferimento:


38 commenti:

Emilio ha detto...

Non concordo (pur rispettando la sua opinione) con quanto scritto dal Prof. Grosso, ma ora desidero esprimere le mie perplessità sul suo "appropriandoselo" (ultimo periodo dell'interessante articolo): a mio avviso la forma corretta è "appropriandosene" ("e assimilandolo ...").
Cordialmente

Fausto Raso ha detto...

Gentile Emilio,
le risponderà - se vorrà - il prof. Grosso.
Cordialmente

Anonimo ha detto...

Gentile Emilio,

sul contenuto, lei (come chiunque altro) ha tutti i diritti di avere un’opinione; tuttavia, per poterla prendere in considerazione, sarebbe necessario che fosse sorretta da un’argomentazione, mi pare.

Sulla forma, invece, non v’è nulla di criticabile: mi attengo all’uso illustrissimo che sette secoli di gloriosa letteratura hanno sancito. Nel caso specifico, il costrutto corretto è “appropriarsi qualcosa”, anche se, per falsa analogia con “impardonirsi di” e “impossessarsi di”, ha attecchito l’obbrobrioso “appropriarsi di”. Per approfondire:

http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_10/interventi/4175.shtml
http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=37

Cordialmente,

Marco

Emilio ha detto...

Gentile Prof. Grosso,
concordo su quanto da Lei affermato nella parte iniziale del Suo articolo: sarebbe opportuno evitare i forestierismi quando la nostra lingua offre i vocaboli di significato corrispondente o molto simile.
Riflettiamo allora su quanto sostenuto dalla professoressa Altieri Biagi a proposito di "stress" e suoi derivati.
"Stress" può essere sostituito (come Lei ben sa) da "tensione/sfinimento/logorio/fatica/spossatezza".
Di conseguenza "stressare" potrebbe diventare "affaticare/spossare/stancare/esasperare/sfibrare" (soltanto per citare alcuni esempi), da cui deriverebbero gli aggettivi corrispondenti (o participi: dipende dalla funzione che assumono).
Mi chiedo dunque perché dovremmo ricorrere a "stresse" quando la nostra lingua ci offre una varietà di vocaboli più che sufficiente perché evitiamo la "italianizzazione" di un vocabolo straniero.

Per quanto riguarda "appropriarsi" mi sono riproposto di approfondire l'argomento. Qualora io fossi in errore, mi scuserò volentieri, non dubiti.

Naturalmente le mie argomentazioni non si esauriscono qui: il Suo articolo è ricco e complesso.
Mi riservo di intervenire di nuovo nei prossimi giorni, se il Dottor Raso lo permetterà e se a Lei farà piacere.

La ringrazio per l'attenzione e La saluto cordialmente

Fausto Raso ha detto...

Cortese Emilio,
può intervenire quando vuole. Quanto al Prof. Grosso credo risponderà sempre con piacere.

Marco Grosso ha detto...

Gentile Emilio,

ha senz’altro ragione quando dice che, in fondo, “stress” è inutile. Tuttavia, è una di quelle parole, come “sport”, ormai radicate nell’uso comune, e quindi difficili da svellere. In questi casi, penso che l’adattamento sia l’unica via. Non bisogna dimenticare che senza adattamento, non avremmo parole del lessico fondamentale, come “ragazzo” o “zucchero”, che sono parole arabe adattate come ne abbiamo a centinaia, e da varie lingue (dogana, alambicco, bovindo, alabarda, locomotiva, treno, ecc.).

Per quanto riguarda “appropriarsi qualcosa”, sarò felice che lei si documenti. Io, per me, le posso assicurare che è questa la forma tradizionale su quel famoso arco di sette secoli letterari, e che nel Devoto-Oli del 1988, c’è scritto: “a. un diritto, un titolo; a. i beni, l’opera altrui (non corretto l’uso col complemento indiretto: a. di un diritto, di un titolo, ecc.)”. E cosí nel Gabrielli e nel De Agostini (già Sàndron), dizionari, appunto, ligi al buon uso, che si fonda sulla scrittura cólta.

Un caro saluto,

Marco

Emilio ha detto...

Gentile Prof. Grosso,
sicuramente nel nostro vocabolario sono entrati termini stranieri (arabi, spagnoli, francesi, ...) per ragioni storico-sociali e adattati alla nostra lingua in periodi storico-sociali ben diversi da quello attuale.
Personalmente non uso (né userei), in contesti formali, vocaboli come "stress" e suoi derivati, "snob" e suoi derivati, poiché abbiamo i corrispondenti italiani, come abbiamo osservato per "stress". Ritengo superfluo sottolineare che anche la parola "snob" ha più voci italiane che possono sostituirla degnamente.
Personalmente non userei "filme", "spotto", "sporte" (anch'essi traducibili in italiano), poiché considero inopportuno abusare di forestierismi, ma opportuno non deformare i pochissimi vocaboli stranieri cui ricorro, anche per rispetto alla lingua "adottiva", oltre che all'evoluzione auspicabile e inevitabile del linguaggio.
Nulla è statico e non capisco perché debba esserlo la lingua.
Cordialmente

Emilio ha detto...

Penso che la lingua debba essere al servizio dell'uomo e delle sue esigenze comunicative, non il contrario.
Questo non esclude, naturalmente, il rispetto per lo strumento-lingua: riguardo al tema che stiamo trattando rispettare l'italiano significa ricorrere ai forestierismi soltanto in casi particolari.
Aggiungo che vocaboli come "stresse", "filme", "spotto" e "sporte" riportano a due situazioni storiche di cui non possiamo che nutrire (a mio modesto avviso) che un ricordo doloroso: l'emigrazione del primo Novecento e il ventennio fascista.
Gli emigrati in America ricorrevano all'itanglese (un misto di dialetti, italiano e inglese) per comunicare tra loro.
Durante il ventennio furono proibiti (e "italianizzati") tutti i termini stranieri, come Lei ben sa.
Quanto al confronto con gli adeguamenti operati in lingua spagnola, mi domando perché dovremmo prendere esempio dalle scelte linguistiche di un altro Paese, se di un altro Paese (non importa quale sia) rifiutiamo i pochissimi vocaboli che possono rendere più facilmente perseguibile l'obiettivo del nostro parlare e scrivere: comunicare.

Iscos ha detto...

Le posizioni indefinite del sig. Emilio sono quelle che meno capisco: da parte dicono "avete ragione", e dall'altra "...però questo non è il modo di procedere", ma poi propongono alternative concrete, sicché non rimane nulla al netto della critica, che poi in definitiva si rivela sterile e fine a sé stessa.
Perché se è vero che "la lingua si evolve" le proposte di adattamento del prof. Grosso vanno proprio in questa direzione, e in più nel pieno rispetto dello "strumento-lingua" e delle "esigenze comunicative" dei parlanti, le quali non capisce perché debbano per forza essere soddisfatte ricorrendo a vocaboli stranieri e non a loro adattamenti.

Emilio ha detto...

Gentile Iscos,
desidera una risposta concisa "al netto della critica"?
Subito.
Non sono favorevole alla deformazione dei vocaboli stranieri: o si usano come sono (stranieri) oppure non si usano, perché il nostro vocabolario ha quasi tutti i corrispondenti.
Aggiungo che, a mio avviso, quello dell'uso dei forestierismi è uno degli ultimi problemi che dovremmo porci, se consideriamo lo stato di salute dell'italiano (pessimo, a prescindere dalle "importazioni" linguistiche).
Questo tuttavia non significa che io abbia ragione e il Prof. Grosso sbagli. Ritenevo superfluo sottolinearlo.
Mi scusi se mi sono permesso di manifestare le diverse sfaccettature di un unico punto di vista, ma - a mio modesto avviso - se di analisi argomentativa vogliamo parlare dovremmo evitare la superficialità e la schematicità mentale.
Cordiali saluti

Emilio ha detto...

Gentile Prof. Grosso,
naturalmente ho visitato i siti da Lei consigliati riguardo all'uso del verbo "appropriarsi".
Gli interventi appartengono a "Marco1971" e a Fausto Raso, i quali confermano quanto da Lei sostenuto.
Ho consultato, a questo proposito, 5 dizionari.
Riporto brevemente gli esempi.

Dizionario Garzanti 2011
"appropriarsi", v. pron. - + "di", "impadronirsi": "a. di una cosa altrui"; "fare proprio": "appropriarsi un bene".
Devoto-Oli 2012
"appropriarsi",
v. intr.pron. "appropriarsi + di", "impossessarsi": "appropriarsi di un diritto, appropriarsi di un titolo".
Lo Zingarelli 2011 e il dizionario Hoepli 2011 riportano le stesse definizioni ed esempi simili.
Si discosta invece il Treccani:
"appropriarsi di ...": comune, ma meno corretto.

Ritengo corretto chiederLe scusa per aver pubblicamente espresso le mie perplessità, ma continuerò a preferire la forma "appropriarsi di ...", senza alcuna pretesa di essere nel giusto.
Per maggiore precisione: continuerò a non usare il verbo "appropriarsi", al quale preferisco "fare proprio/propri/...", soprattutto in determinati contesti comunicativi.

La ringrazio per l'attenzione e mi congratulo con Lei per la passione che riserva alla nostra lingua.
Ringrazio il Dottor Raso per l'ospitalità.

Cordialmente

Marco Grosso ha detto...

Gentile Emilio,

solo un’ultima cosa, poi mi ritiro dalla discussione. Prima di tutto, la ringrazio di aver fatto lo sforzo di documentarsi. Tuttavia, i dizionari d’oggi non sono piú affidabili come una volta: i lessicografi “fotografano” (il termine è una citazione da varie mie corrispondenze con le diverse redazioni) ormai acriticamente l’uso che la gente fa della lingua senza informare di quel che è preferibile. Ho segnalato innumerevoli errori. I vocabolari, oggi, sono solo specchi, non guide al miglior uso, e cosí hanno perso ogni intrinseca autorevolezza, sebbene la gente abbia una fiducia cieca in essi. Per ovviare a questa carenza, sto compilando un dizionario normativo, che il professor Serianni m’incoraggia a portare a termine.

Cordiali saluti,

Marco

P.S. “Marco1971” sono io.

Emilio ha detto...

Le auguro buon lavoro, Prof. Grosso.

Iscos ha detto...

@emilio Quelle che per lei sono deformazioni a me sembrano soltanto adattamenti, adattamenti come ce ne sono stati tanti nei secolo della nostra lingua, perché proprio adesso dovremmo privarcene? D'altra parte, suppongo che anche lei usi una pronuncia italianizzata: non è allora forse una "deformazione" anche quella?
Inoltre non sempre i termini italiani hanno correntemente lo stesso identico significato di quello straniero o sono utilizzabili a parità di contesto, in questi caso l'adattamento è la soluzione più economica dal punto di vista della comunicatività e dell'espressività della lingua, oltre ad arricchire l'italiano di nuove parole che non ne stravolgono la forma.

Giovanna ha detto...

Stucchevole: aggettivo di moda che non amo, ma che ben si adatta a tradurre le impressioni che ho ricevuto leggendo l'articolo del Prof. Marco Grosso e alcuni commenti che ne sono scaturiti.
Il Professore propone un lunghissimo articolo su un tema spinoso e già nel secondo commento dichiara che si ritira dalla discussione. Stucchevole.
Propone di sostituire i forestierismi con i forestierismi stessi ma vestiti all'italiana. Stucchevole.
Per perogare la sua causa tira in ballo (tra l'altro) la scarsa conoscenza dell'inglese, il sentimento di unità nazionale e il disamore per la nostra lingua che scimmiotterebbe la "cultura di plastica" americana.
Stucchevole... continua

Giovanna ha detto...

Il Prof. Grosso sostiene che il verbo "appropriarsi" debba essere obbligatoriamente usato come transitivo (pena l'essere tacciati di ignoranza). Per dimostrare che ha ragione cita 3 dizionari (Devoto-Oli, Gabrielli e De Agostini) che sembra fotografino perfettamente il suo punto di vista, mentre il Devoto-Oli e il Gabrielli citati da Emilio fotografano "ormai acriticamente l’uso che la gente fa della lingua senza informare di quel che è preferibile". Stucchevole.
Il Prof. Grosso non cita il Sabatini- Coletti (sappiamo chi è il Prof. Sabatini, vero?), il quale - nella versione in rete - riporta soltanto "appropriarsi DI ...". Stucchevole.

Distinti saluti

Anonimo ha detto...

@Giovanna:
senza voler prendere le parti di nessuno, credo che il ritirarsi dalla discussione sia saggio quando si sa in partenza di non aver nulla d'altro da aggiungere a quanto già chiaramente e dettagliatamente esposto. Inoltre se uno si vuole documentare, in rete esistono articoli e discussioni in merito. Non deve essere interpretato come un "non mi abbasso a parlare con un ignorante". Sarebbe persino ridicolo crederlo, visto che il prof. Grosso gestisce anche un forum, in cui le discussioni sono di casa.

Per quanto riguarda invece la stucchevolezza dei contenuti, non mi stupisce il disinteresse verso il tema trattato, se non addirittura il fastidio suscitato nell'animo di un qualsiasi lettore italiano.

Ci sono senz'altro temi più importanti, come la crisi economica, l'ambiente, ecc. Ma sarebbe come dire che i giovani dovrebbero impegnarsi in cose più utili che non scaldare un banco all'università.

Ferdinand Bardamu ha detto...

@Giovanna
A parte ripetere «stucchevole», ha anche delle argomentazioni? Altrimenti lo dica: facciamo a gara a chi lo dice piú volte.

"Il Professore propone un lunghissimo articolo su un tema spinoso e già nel secondo commento dichiara che si ritira dalla discussione. Stucchevole."

Si è cosí ritirato dalla discussione che ha risposto fino all'ultimo alle obiezioni di Emilio.


"Propone di sostituire i forestierismi con i forestierismi stessi ma vestiti all'italiana. Stucchevole."

Abbiam capito ch'è stuccata, ma ci dia qualche informazione in piú sul suo stato, acciocché possiamo porgerle un digestivo. Dove starebbe, a suo parere, l'errore nel voler rivestire i forestierismi d'una forma grafica italiana? Si sente stuccata, per caso, quando mangia un'albicocca?


"Per perogare la sua causa tira in ballo (tra l'altro) la scarsa conoscenza dell'inglese, il sentimento di unità nazionale e il disamore per la nostra lingua che scimmiotterebbe la "cultura di plastica" americana.
Stucchevole"

Anche qui, carissima, si sbilanci. Dica di piú su questa sua viscerale avversione.


"Il Prof. Grosso sostiene che il verbo "appropriarsi" debba essere obbligatoriamente usato come transitivo (pena l'essere tacciati di ignoranza). Per dimostrare che ha ragione cita 3 dizionari (Devoto-Oli, Gabrielli e De Agostini) che sembra fotografino perfettamente il suo punto di vista, mentre il Devoto-Oli e il Gabrielli citati da Emilio fotografano "ormai acriticamente l’uso che la gente fa della lingua senza informare di quel che è preferibile". Stucchevole.
Il Prof. Grosso non cita il Sabatini- Coletti (sappiamo chi è il Prof. Sabatini, vero?), il quale - nella versione in rete - riporta soltanto "appropriarsi DI ...". Stucchevole."

Il professor Grosso ha detto, se legge bene, di volersi rifare all'uso illustre. Se lei vuole attenersi all'uso piú frequente oggi, lo faccia. Ma non si senta stuccata se qualcuno ha un altro parere.


Distintissimi saluti

Anonimo ha detto...

@Giovanna
Concordo con Ferdinand Bardamu: a parte l'uso ripetuto di «stucchevole», di cui mi rallegro che conosca il significato, non vedo argomentazioni valide a sostegno delle sue affermazioni.
Mi pare che si limiti a criticare senza proporre alcun solido ragionamento alternativo, come chi denigra lo sforzo altrui seduto ben comodo sulla sua poltrona.
Se le sue opinioni differiscono da quelle sostenute nell'articolo e le vuole argomentare, ben venga. Se però il tutto deve ridursi a una sterile lista di «stucchevole», allora sì lanciamo una gara a chi lo scrive più spesso, che ha più senso.

Fausto Raso ha detto...

A mio avviso - è solo un'opinione personale - sarebbe bene che chi dissente non si nascondesse dietro l'anonimato. Ognuno è libero e ha il diritto di esprimere le proprie idee, che devono essere ripettate. Chi si nasconde dietro l'anonimato dà l'impressione di aver paura di... esporsi.

Ines Desideri ha detto...

Condivido pienamente le opinioni di Emilio e di Giovanna, la quale (se leggessimo attentamente i suoi commenti, anziché limitarci a dileggiarli) esprime lo stesso punto di vista di Emilio.
Considero superfluo argomentare le ragioni per le quali non concordo con il Prof. Grosso : sono state esposte e analizzate chiaramente da Emilio.
Ciò che mi stupisce è il modo in cui sono state accolte, nel blog, le persone che hanno avuto "l'ardire" di esprimere opinioni diverse da quelle del Prof. Grosso.
Le insinuazioni, lo scherno, la mancanza di rispetto dimostrata sono di pessimo gusto e non hanno alcun diritto di entrare nella Cultura.
La lingua è innanzitutto Cultura.
Porgo distinti saluti

Margherita ha detto...

Emilio ha detto: "sicuramente nel nostro vocabolario sono entrati termini stranieri (arabi, spagnoli, francesi, ...) per ragioni storico-sociali e adattati alla nostra lingua in periodi storico-sociali ben diversi da quello attuale."

Sta forse dicendo che ora questo fenomeno non esiste più, quindi appartiene solo al passato? Non è così. Per citare un esempio, pensi a "scannerizzare", una forma verbale che nasce dalla parola "scanner", che non è certo una parola italiana. Abbiamo l'abitudine di coniare verbi a partire da vocaboli stranieri, per lo più inglesi.

E ha aggiunto: "Aggiungo che vocaboli come "stresse", "filme", "spotto" e "sporte" riportano a due situazioni storiche di cui non possiamo che nutrire (a mio modesto avviso) che un ricordo doloroso: l'emigrazione del primo Novecento e il ventennio fascista."

Forse è questo il problema? La sensazione di un ritorno all'epoca fascista? Era senza dubbio un periodo in cui si badava all'estetica, e tale aspetto si ripete ciclicamente nella storia, così come altri elementi possono tornare in auge. Non sono sostenitrice delle ideologie fasciste, ma durante quel periodo anche qualcosa di buono è stato fatto, come mi insegnò una mia docente di italiano (ebrea, pertanto molto sensibile a certi temi come la discriminazione razziale, l'oppressione, ecc.). Dobbiamo imparare a leggere la storia, in tutte le sue sfaccettature. Poi ognuno sia libero di rielaborarne i vari tasselli secondo la propria sensibilità.

Relativamente ad "appropriarsi di", nessuno ci impedisce di usare il verbo transitivamente o intransitivamente. Ma se, anche di fronte al riconoscimento di una forma preferibile, perché quella ritenuta ufficialmente corretta, la reazione è "io continuo a fare così", non stupisce lo "stato dell'italiano" così come sollevato dal sig. Emilio. Come la mia amica che dice "propio" anziché "proprio", ma dice che a lei viene così. E si potrebbe continuare con "acellerare" e altre chicche. Insomma, ognuno faccia un po' come vuole. In fondo, l'Italia è un paese libero (o quasi).

Ferdinand Bardamu ha detto...

@Ines Desideri "Condivido pienamente le opinioni di Emilio e di Giovanna, la quale (se leggessimo attentamente i suoi commenti, anziché limitarci a dileggiarli) esprime lo stesso punto di vista di Emilio."

Ah, Giovanna ha espresso un punto di vista? Non me n'ero accorto. Credevo fosse solo un elenco di «stucchevole».


@Margherita "Forse è questo il problema? La sensazione di un ritorno all'epoca fascista? Era senza dubbio un periodo in cui si badava all'estetica, e tale aspetto si ripete ciclicamente nella storia, così come altri elementi possono tornare in auge. Non sono sostenitrice delle ideologie fasciste, ma durante quel periodo anche qualcosa di buono è stato fatto, come mi insegnò una mia docente di italiano (ebrea, pertanto molto sensibile a certi temi come la discriminazione razziale, l'oppressione, ecc.). Dobbiamo imparare a leggere la storia, in tutte le sue sfaccettature. Poi ognuno sia libero di rielaborarne i vari tasselli secondo la propria sensibilità."

Il suo intervento è pienamente condivisibile, tranne la parte qui sopra. Non tanto perché io ho una personale, epidermica avversione per il fascismo (questo poco c'entra), ma perché si rischia di collegare uno sforzo e una battaglia culturali (come quella del professor Grosso e di Cruscate) alla politica. Si rischia quindi che quello sforzo e quella battaglia siano delegittimati in partenza, con un fallace collegamento a una parentesi buia della storia d'Italia.

L'idea nostra (mi ci metto dentro anch'io in quanto utente di Cruscate) non solo non ha che fare con un'ideologia politica, di qualunque colore essa sia, ma si prefigge un obbiettivo completamente diverso: non stabilire la supremazia dell'italiano sulle altre lingue, ma 1) preservarne l'identità senza rinunciare per partito preso a accogliere forestierismi e 2) permettere a tutti i cittadini, indistintamente, di comprendere un testo in lingua italiana senza dover per forza conoscere l'inglese.

Questo non vuol dire che non si debba imparare l'inglese, al contrario! Perché si faccia un uso ponderato dei forestierismi (e, idealmente, si limiti il più possibile il ricorso a essi), occorre conoscere bene questa lingua straniera. Ma soprattutto bisogna conoscere bene l'italiano.

Fausto Raso ha detto...

Ho pubblicato il commento di Bardamu con la speranza che si ponga fine alla polemica.

Barbara De Vincentis ha detto...

Buona sera.
Sono una studentessa di Lettere che sta preparando la tesi sugli anglismi nella lingua italiana.
Sono d'accordo con la tesi del Prof. Grosso, ma le parole da lui proposte in alternativa a film, spot, boomerang, ecc. mi sembrano ridicole.
Emilio ha analizzato molto bene il problema e vorrei dire a

Fausto Raso ha detto...

Gentile Barbara, perché non completa il suo intervento?

Barbara De Vincentis ha detto...

@Bardamu: Giovanna ha centrato i limiti dell'articolo e delle risposte del Prof. Grosso.
Non badi soltanto ai ripetuti 'stucchevole'!
Degna di plauso la conclusione di Ines Desideri sulla cultura. Ha ragione.
Barbara De Vincentis

il giustiziere ha detto...

Cortese dott. Raso, mi permetta di inserirmi nella "diatriba" sorta in seguito all'articolo del prof. Grosso. Non mi sento all'altezza di stabilire chi ha ragione: il prof. Grosso o Emilio o Giovanna. Voglio solo dire che non si può tacciare di ignoranza coloro che dissentono, perché fra le righe degli interventi del prof. Grosso si ha questa impressione. Quanto al verbo "appropriarsi" (la causa scatenante) che secondo il prof. Grosso è solo transitivo, non tutti i vocabolari concordano, ed è ciò che volevano dire Emilio o Giovanna, non ricordo esattamente. Morale: chi lo adopera intransitivamente non commette alcun errore (perché ha l'avallo dei dizionari).
Grazie dell'ospitalità

il puntiglioso ha detto...

Condivido e sottoscrivo quanto esposto da il giustiziere.

Fausto Raso ha detto...

Vorrei chiudere questa diatriba cercando di fare un po’ di chiarezza. I vocabolari non sono tutti concordi sulla ‘transitività’ del verbo appropriarsi: alcuni lo fanno seguire direttamente dal sostantivo (appropriarsi ‘un’ bene), altri dalla preposizione ‘di’ (appropriarsi ‘di’ un bene). Il prof. Grosso, nel suo articolo, sostiene che la forma corretta è quella senza la preposizione ‘di’, come prescrivono, del resto, il Gabrielli e il Battaglia. Quest’ultimo ritiene, in particolare, che 'appropriarsi' sia verbo transitivo, ma aggiunge che oggi è piú comune la costruzione con la preposizione 'di'. Tutti gli esempi letterari riportati sono con l'uso transitivo, senza 'di', tranne uno, recente, di Onofri. Anche nel codice penale, citato dal Battaglia, il verbo in oggetto è adoperato transitivamente (senza la preposizione ‘di’): «È punito… con la reclusione fino a un anno… chiunque, avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se ‘li’ appropria, senza osservare le prescrizioni della legge civile».

Vincenzo Cerami ha detto...

Egregio Prof. Raso,
intervengo nella diatriba dopo che il Suo blog e la diatriba stessa mi sono stati segnalati da una studentessa universitaria.
Ferdinand Bardamu ha dichiarato di rallegrarsi in quanto l'utente Giovanna conosce l'aggettivo 'stucchevole'.
Dal canto mio non posso dichiararmi altrettanto rallegrato se Ferdinand Bardamu non conosce la figura retorica utilizzata dalla Signora Giovanna per rendere maggiormente incisivo il suo messaggio, encomiabile per lo stile e i contenuti.
Stucchevole che uno studioso di lingua italiana, quale presume essere Bardamu, non conosca le figure retoriche.

Prof. Vincenzo Cerami

Anonimo ha detto...

Non voglio rovinare la festa a nessuno ma "stucchevole" significa - stando al Treccani - che "che viene presto a noia, che produce fastidio e stanchezza" ora mi si spieghi l'appropriatezza di tale termine nel commento di Giovanna e proprio nella l'uso che ne fa!
La figura retorica è palese, il problema, caro prof. Cerami, è che la retorica quando non è sorretta da argomenti, dimostra soltanto di più la vacuità e la pochezza del messaggio e forse anche del suo locutore (spese se ha bisogno di ritornare sui suoi passi una seconda volta per fare la maestrina: questo si decisamente stucchevole).
Trovo inoltre che Margherita c'entrato bene il problema dell'imbarazzo degli italiani di tradurre: il tabù di sentirsi dare del fascista; sono più dì sessant'anni che viviamo con questi tabù e stanca retorica partigiana (ormai anch'essa un tantino stuccevole) quand'è che riusciremo ad affrancarci da questo nostro ingombrante passato che continuiamo a trascinarci dietro come una zavorra ineliminabile?

Ferdinand Bardamu ha detto...

M'incresce rinfocolare una polemica la cui forza pareva ormai smorzarsi, ma mi ci vedo costretto, perché chiamato in causa di persona.


"Ferdinand Bardamu ha dichiarato di rallegrarsi in quanto l'utente Giovanna conosce l'aggettivo 'stucchevole'."

Si rilegga meglio quel che ho scritto. Criticavo la vuotezza delle argomentazioni della signora, non facevo ironia sulla sua conoscenza dell'aggettivo.


"Dal canto mio non posso dichiararmi altrettanto rallegrato se Ferdinand Bardamu non conosce la figura retorica utilizzata dalla Signora Giovanna per rendere maggiormente incisivo il suo messaggio, encomiabile per lo stile e i contenuti."

Beh, è un lepido giochino, quello di mettere alla prova le mie conoscenze partendo da premesse fallaci (come quelle di cui sopra). Ciò nonostante, non mi presterò alla provocazione, anche perché dovrei ammettere di non conoscere affatto l'epifora (o epistrofe o conversio che dir si voglia).


"Stucchevole che uno studioso di lingua italiana, quale presume essere Bardamu, non conosca le figure retoriche."

Non mi sopravvaluti: non ho mai detto di essere uno «studioso di lingua italiana». Anzi, ho specificato di essere un semplice utente. Appassionato, sì, ma non già studioso.

La saluto caramente. Lei mi saluti Benigni. ;-)

Vincenzo Cerami ha detto...

Signor ... Anonimo,
conosce il senso figurato di un vocabolo? La Signora Giovanna ha usato 'stucchevole' in senso figurato. Consulti il dizionario con maggior attenzione, poi impari il coraggio di esprimere le opinioni con il Suo nome.
Signor Bardamu,
nel commento della Signora Giovanna i contenuti sono evidenti: 1) non condivide che il Prof. Grosso si sia ritirato dalla discussione appena ha sentito 'odore' di dissenso; 2) non condivide che si ricorra ai forestierismi 'vestiti all'italiana'; 3) non condivide le ragioni portate in causa per sostenere la sua tesi; 4) non condivide la valutazione (evidentemente faziosa) del Prof. Grosso rispetto ai dizionari per 'appropriarsi'.
Mi sembra lapalissiano che la Signora Giovanna abbia la stessa opinione del Signor Emilio, ma ha scelto di esprimerla in uno stile diverso.
Non mi stupisce che non abbia(te) compreso i suoi commenti: appare evidente che sia(te) propensi a rifiutare e quindi a non comprendere ogni opinione che si opponga alla Sua/vostra.
Mi ritiro anch'io dalla discussione: di sicuro ne ho maggior diritto del Prof. Grosso.
Lei, Bardamu, mi saluti il Professore e gli Anonimi utenti di questo blog.
Prof. Vincenzo Cerami

Giovanna ha detto...

Mi vedo costretta, mio malgrado, a intervenire nuovamente su questo tema, poiché sono stata più volte oggetto di commenti, insinuazioni e risposte denigratorie.
L'esperienza mi ha insegnato che le posizioni rigide non favoriscono un dialogo costruttivo: questa è la ragione per cui mi sono astenuta da ulteriori commenti.

Conosco perfettamente il significato di "stucchevole" e mi dispiace dover ora sottolineare che ne ho fatto un uso eufemistico (oltre che volutamente reiterato): un buon dizionario dei sinonimi potrà offrire una gamma di vocaboli dal significato affine.
Conosco perfettamente le definizioni dei dizionari italiani più accreditati riguardo ad "appropriarsi", ma non è mio compito né mia intenzione analizzarle in questo spazio.

L'esperienza mi ha insegnato (e un noto proverbio lo conferma) anche che "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire" (le opinioni discordanti, nel nostro caso) e che, perché una discussione come questa abbia fine, qualcuno deve chinare la testa e chiedere scusa. Sono pronta a farlo, mio malgrado, unicamente per rispetto al Dottor Raso e al suo lavoro.

Chiedo scusa per aver espresso le mie opinioni, che coincidono perfettamente con quelle di Emilio (credevo fosse evidente, a dire il vero).
Chiedo scusa per essermi permessa di contraddire Marco Grosso e per averlo fatto in modo (secondo il giudizio di alcuni) poco chiaro.
Chiedo scusa al Dottor Raso per essere stata la causa di una così lunga diatriba.

A Lei, Dottor Raso, giungano i miei ringraziamenti per avermi ospitata molte volte nel Suo spazio linguistico e l'augurio di ogni bene.

Ringrazio anche quanti mi hanno gentilmente difesa.
Sottolineo: non è importante, per me, che siano state difese le mie opinioni, ma che qualcuno abbia avuto la sensibilità di tentare di risparmiarmi tiri mancini, alcuni anche anonimi.

A proposito di "Anonimo" (30 marzo): gli consiglio una "maestrina". Nel suo commento sono presenti numerose "sviste", ma "c'entrato" con l'apostrofo!

Giovanna

Iscos ha detto...

@Giovanna: veramente la discussione è stata pacata e civile fino al suo primo intervento, decisamente (e immotivatamente) privo di rispetto verso il prof. Grosso, oltre che essere totalmente concentrato sull'uomo (a proposito di "tiri mancini") anziché sull'argomento.

Marco Grosso ha detto...

Credo che si siano spesi fiumi d’inchiostro per allontanarsi dal tema e concentrarsi su fatti personali. Torno quindi – per l’ultima volta – a riassumere.



Io ho scritto un articolo. Ho detto in sostanza (perché sembra che pochi l’abbiano letto con la dovuta attenzione) che il forestierismo crudo va evitato quando già esiste una parola italiana atta a esprimerne il significato. Quando invece il vocabolo italiano non c’è nella stessa accezione, si danno tre possibilità: 1) si tecnicizza un termine esistente; 2) si conia una parola nuova; 3) si adatta perché diventi conforme alla fonotassi dell’italiano – questo solo nei pochi casi in cui non è possibile né 1) né 2).



Ora, io non ho mai rifiutato – che senso avrebbe? – il dissenso. Ho pensato semplicemente che l’articolo parlasse da sé e che non avessi bisogno di difenderlo: ognuno è libero di non condividere, ma io non desideravo ripetermi. L’unica cosa della quale mi dispiaccio è che spesso il dissenso non è argomentato (penso alla gentile Giovanna, di cui capisco la reazione). Se si dice “Non sono d’accordo”, io l’accetto; ma se non mi si dà il motivo, sono triste perché non ne vedo l’utilità.



Per quanto riguarda il verbo “appropriarsi”, sono conscio che i dizionari, che oggi sono meri registratori dell’uso, accettano il costrutto con la preposizione ‘di’, che è diffuso; e io non critico chi dice “appropriarsi di”. Solo vorrei che non mi si sospettasse di non conoscere il miglior uso, che è quello transitivo, e che non mi si correggesse quando non si tratta di errore, bensí di forma illustre oggi meno comune ma tuttora adoperata (la gentile Giovanna potrà controllare nel Sabatini-Coletti cartaceo che sono presenti anche due esempi dell’uso transitivo [mi riferisco all’edizione 1997]).



Al Prof. Cerami vorrei solo dire che il “diritto” di ritirarsi da una discussione vale per tutti, e non c’è chi ne ha piú o meno diritto. Non v’è alcuna legge al riguardo. E non c’è nulla di fazioso nelle mie posizioni, che derivano da un attento esame della lingua cólta.



Sperando di aver placato gli animi, saluto cordialmente tutti gli intervenuti, ringraziandoli dell’attenzione prestatami.

Marco Grosso

Fausto Raso ha detto...

Con l'ultimo intervento del Prof. Grosso considero chiuso l'argomento. Non pubblicherò più commenti, di chicchessia. Sono amareggiato: alcuni commenti hanno rasentato il dileggio. Questo è un portale serio, teso, per quanto possibile, alla difesa e alla corretta diffusione della lingua di Dante. Non è una palestra di "pettegolezzi linguistici".