Quando la memoria inciampa: un aggettivo da salotto e uno da cucina raccontano il carattere umano
Ci sono parole che sembrano sorelle, ma vivono in case lontane. Scordevole e scordoso appartengono entrambe alla famiglia di scordare, eppure hanno destini diversi: una ha frequentato la buona società letteraria, l’altra si è fatta strada nelle cucine, nei cortili, nelle conversazioni quotidiane. Assieme raccontano come l’italiano sappia modulare la stessa idea - la dimenticanza -con registri, sfumature e giudizi molto differenti.
Scordevole è un aggettivo antico, elegante, di registro
alto. Nasce dal verbo scordare nel senso di dimenticare, con
il suffisso ‑evole,
che indica attitudine, disposizione, inclinazione stabile. È
lo stesso suffisso che troviamo in amabile, lodevole,
biasimevole: parole che non descrivono un fatto momentaneo,
ma una qualità profonda.
Per questo scordevole non
significa semplicemente smemorato, ma anche incline a dimenticare, e
spesso incline a dimenticare ciò che non si dovrebbe.
La Crusca, nelle sue prime attestazioni, gli attribuiva un
significato ancora più preciso: scordevole era chi
dimentica i benefici ricevuti, chi non conserva memoria della
gratitudine dovuta. Non un difetto della mente, ma un cedimento
morale.
Da qui la sua frequente presenza in contesti civili,
religiosi, etici:
scordevole dei doveri,
scordevole
degli amici,
scordevole delle promesse.
Nella
tradizione letteraria - Dante, Petrarca, D’Annunzio - ricorre per
indicare un’anima che perde ciò che dovrebbe custodire.
L’animo scordevole
non è solo un animo che dimentica: è un animo che lascia andare.
In senso estensivo, e più raro, scordevole può riferirsi anche alle cose: ciò che si dimentica facilmente, ciò che cade presto nell’oblio. È un uso passivo, oggi quasi scomparso, ma che testimonia la duttilità dell’aggettivo.
Scordoso, invece, è un figlio spontaneo del parlato. Non
registrato nei vocabolari, ma vivo, immediato, affettuoso. Deriva
anch’esso da scordare, ma con il suffisso ‑oso,
che indica abbondanza, pienezza, tendenza marcata. È il
suffisso di fumoso, capriccioso, geloso,
noioso: parole che descrivono comportamenti concreti,
quotidiani, quasi corporei.
Dire che qualcuno è scordoso
significa collocarlo nel territorio della distrazione domestica,
della smemoratezza bonaria:
È un po’ scordoso: lascia le
chiavi nel frigorifero e il telefono sul davanzale.
È un
aggettivo familiare, popolare, spesso centro‑meridionale, ma
comprensibile in ogni dove. Non giudica: sorride.
La differenza tra i due aggettivi è una questione di registro,
temperatura emotiva e storia d’uso.
Scordevole
appartiene alla lingua sorvegliata, alla riflessione morale, alla
letteratura; scordoso appartiene alla vita quotidiana, alle
piccole sbadataggini, ai promemoria lasciati in giro.
Il primo è
un tratto del carattere, il secondo un inciampo della
giornata.
Eppure entrambi testimoniano la ricchezza del verbo
scordare, che in italiano ha sempre oscillato tra il
semplice dimenticare e il più profondo venire meno alla memoria del
cuore.
Una curiosità: in alcune aree del Meridione scordare significa anche non andare d’accordo, litigare: si sono scordati equivale a “hanno rotto l’armonia”. Non è un caso che accordo e ricordo condividano la radice di cor, il cuore: quando ci si scorda, qualcosa si incrina.
La lingua, in fondo, ci ricorda che la memoria non è un archivio,
ma un gesto. E ogni gesto può essere elegante o trascurato, solenne
o domestico.
Scordevole e scordoso sono due
modi diversi di raccontare la stessa fragilità: quella di chi, a
volte, lascia cadere un pezzo di mondo per strada. La
dimenticanza è un’ombra: cambia forma, ma non smette mai di
seguirci.
***
La finezza delle differenze (armonicamente e… armoniosamente)
Gli avverbi armonicamente e armoniosamente vengono spesso confusi perché condividono la stessa radice e rimandano entrambi all’idea di “armonia”. In realtà appartengono a due sfere semantiche diverse, che la lingua italiana distingue con precisione: una più strutturale, l’altra più estetica e sensoriale.
Armonicamente deriva da armonico e conserva un
valore tecnico: indica che qualcosa è costruito, disposto o
sviluppato secondo criteri di coerenza interna, proporzione,
equilibrio funzionale. È l’avverbio della struttura, della logica
delle parti, dell’armonia intesa come sistema. Per questo è
naturale in musica, architettura, urbanistica, economia,
progettazione. Si usa quando si vuole sottolineare che gli elementi
“stanno insieme” perché rispettano una regola, un principio, una
geometria.
Esempi: Il brano è costruito armonicamente con
grande rigore. / Le masse dell’edificio dialogano
armonicamente con il paesaggio. / Un piano di sviluppo
armonicamente bilanciato.
Armoniosamente, invece, deriva da armonioso e
appartiene alla sfera della percezione: indica qualcosa che appare o
suona gradevole, fluido, aggraziato, privo di attriti. È l’avverbio
della sensazione, della dolcezza, della concordia. Lo si usa per
descrivere movimenti eleganti, colori che si fondono, voci che si
accordano, rapporti umani pacifici.
Esempi: La ballerina si
muoveva armoniosamente. / I colori della stanza si fondono
armoniosamente. / Il gruppo ha lavorato armoniosamente per
tutto il progetto.
La differenza, in sintesi, è questa: armonicamente riguarda la struttura; armoniosamente riguarda la sensazione. Il primo è più tecnico, il secondo più estetico. Il primo descrive come le parti si combinano; il secondo come quella combinazione viene percepita.

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