La tapinosi: il bisturi che riduce per rivelare
Nel vasto arsenale della retorica, dove di solito si cercano strumenti per nobilitare il pensiero o impreziosire la forma, esiste una figura che lavora in direzione ostinata e contraria: la tapinosi. Il nome può sembrare tecnico, quasi esotico, ma il meccanismo è tra i più istintivi e affilati della comunicazione umana: abbassare il tono di un discorso con la precisione di un bisturi.
L’etimologia è limpida: dal greco tapeínōsis, “abbassamento”, “umiliazione”. Se l’iperbole gonfia e l’enfasi solleva, la tapinosi fa l’opposto: rimpicciolisce, svilisce, riduce. Non è una svista stilistica, ma una scelta strategica. Si realizza quando si usa un termine volutamente dimesso, basso, talvolta volgare o inadeguato, per definire una realtà che meriterebbe un registro solenne. È un modo per deridere, sminuire, produrre un effetto satirico che arriva dritto al bersaglio.
La sua forza sta nel contrasto. Un evento epocale liquidato come una “faccenda di poco conto”. Un’opera architettonica maestosa ridotta a un “ammasso di mattoni”. Una battaglia eroica descritta come una “zuffa tra polli”. Il destino tragico di un potente trasformato in un semplice “inciampo”. Dante ne fa un uso magistrale nella Commedia, soprattutto nelle bolge infernali: termini crudi, bassi, scelti per sottolineare la caduta morale dei dannati. La parola bassa diventa giudizio.
Una curiosità poco nota riguarda i predicatori gesuiti del Seicento: nei sermoni più solenni, dopo pagine di latino altissimo, introducevano improvvisamente un termine popolare - ciancia, pasticcio, bagattella - per far percepire la sproporzione tra la grandezza del tema e la piccolezza del comportamento umano. Era un modo per umiliare l’orgoglio degli ascoltatori senza mai nominarlo: la parola bassa faceva il lavoro sporco, e lo faceva benissimo.
Un’altra storia arriva dall’Ottocento, quando alcuni giornali satirici italiani usarono la tapinosi come firma stilistica. Il Lampione di Firenze definì una volta il Parlamento “una stanza rumorosa”, e un ministro “un signore indaffarato”. Non era solo ironia: era un modo per sottrarre solennità al potere, riducendolo a scala domestica. La tapinosi diventava così un atto politico, un livellamento intenzionale.
È una figura che vive di contrasti: più l’oggetto è alto, più la caduta è rumorosa. E più la parola è bassa, più il bersaglio si scopre nudo. Alcune figure retoriche, insomma, innalzano per persuadere; la tapinosi abbassa per rivelare...
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La lingua “biforcuta” della stampa
Papa Leone XIV indossa le Nike, sotto la veste sacra spuntano le sneakers
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Correttamente: sotto i paramenti liturgici (è sacro solo ciò che riguarda Dio). Le scarpe si calzano, non si indossano.

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