Cronaca di un eccidio editoriale
In un’epoca non troppo remota, il correttore di bozze era una figura rispettata.
Non celebrata, certo - l’editoria non celebra mai chi la salva - ma rispettata.
Poi qualcuno, in una stanza con troppi grafici e poca grammatica, ebbe l’idea fatale:
Possiamo farne a meno (con la "gratitudine" degli editori).
Da lì in poi, la storia è nota:
un eccidio silenzioso,
condotto con la freddezza di chi taglia un ramo secco senza
accorgersi che era l’unico a dare frutti.
Al loro posto sono arrivati:
programmi che correggono sé in se con la sicurezza degli incompetenti;
strumenti che scambiano un neologismo per un errore e un errore per un vezzo stilistico;
redattori convinti che “tanto lo vede il computer”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
libri che sembrano
bozze,
bozze che sembrano appunti,
articoli che sembrano
compiti in classe corretti da un insegnante distratto.
Eppure - contro ogni logica economica - alcuni
correttori sono sopravvissuti.
Sono pochi, sparsi,
quasi clandestini.
Vivono nelle pieghe dell’editoria come
animali notturni: escono solo quando il disastro è già avvenuto.
Li
chiamano quando il libro è in stampa, quando il quotidiano è in
edicola, quando il refuso è già diventato un caso nazionale.
Arrivano tardi, ma arrivano.
Con la loro matita blu,
la
loro ostinazione,
e quella capacità - unica, irriproducibile
- di vedere ciò che nessun algoritmo vedrà mai:
la
frase che non funziona, anche quando sembra corretta.
Sono gli ultimi guardiani della lingua.
Non chiedono gloria,
non chiedono riconoscenza.
Chiedono solo che l’italiano non
venga trattato come un fastidio da eliminare per risparmiare due
spiccioli.
Perché una lingua trascurata non muore.
Si
decompone.
E l’odore, prima o poi, arriva a tutti.

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