Perpetrare e perpetuare: la storia di un equivoco che dura, si ripete e - a volte - colpisce
Capita spesso che i sintagmi verbali perpetrare e perpetuare vengano confusi, forse perché condividono un suono simile, un’aria di famiglia fonetica che inganna l’orecchio frettoloso. Eppure i due verbi abitano mondi semantici lontanissimi: uno è figlio del crimine, l’altro della durata. Uno sporca, l’altro prolunga. Uno compie, l’altro conserva. Distinguere questi due percorsi è un piccolo esercizio di precisione lessicale che restituisce nitidezza al pensiero.
Perpetrare viene dal latino perpetrāre, composto da per- (completamente) e patrāre (portare a compimento). Il verbo latino non aveva una connotazione negativa: significava semplicemente “portare a termine”. Ma già in epoca classica, e poi con decisione nel tardo latino, il verbo si lega sempre più spesso ad azioni riprovevoli, fino a specializzarsi in ciò che oggi intendiamo: perpetrare un delitto, un misfatto, un crimine. È un verbo che non si adopera mai per qualcosa di buono. Non si “perpetra” un’opera d’arte, non si “perpetra” un gesto gentile. Si perpetra ciò che non dovrebbe essere fatto.
Anche perpetuare discende dal latino, ma da perpetuāre, derivato di perpetuus, “continuo, ininterrotto”, è un verbo deaggettivale, quindi. Qui non c’è alcun compimento, ma un’estensione. Perpetuare significa far durare nel tempo, mantenere vivo, tramandare. Si perpetua una tradizione, un ricordo, un’abitudine, un rito. È un verbo che guarda al futuro, non all’azione conclusa ma al suo eco.
Gli usi contemporanei confermano questa distanza. Dire “ha perpetuato un errore” è un… errore: l’errore si commette, non si perpetua. Dire “perpetuare un crimine” è altrettanto un granciporro: un crimine non si prolunga, si compie. Eppure la confusione è così diffusa che alcuni dizionari registrano ormai l’uso improprio di perpetrare come sinonimo di “commettere un errore grave”, segno che la lingua, quando inciampa, a volte decide di tenersi lo scivolone.
Una piccola curiosità storica: nel Settecento perpetuare veniva usato anche in senso ironico, per indicare chi insisteva nel ripetere un comportamento fastidioso, come “perpetuare le proprie lamentele”. Un uso oggi quasi scomparso, ma che mostra come il verbo abbia sempre avuto un rapporto stretto con la durata, anche quando la durata non era esattamente auspicabile.
Alcuni esempi aiutano a fissare meglio la distinzione. Ha perpetrato una frode ai danni dei clienti. Qui l’azione è unica, conclusa, illecita. Quella famiglia perpetua da secoli la stessa ricetta. Qui l’azione si prolunga, si tramanda, si rinnova. Due verbi, due direzioni: uno chiude, l’altro prolunga.
In fondo, la confusione nasce perché entrambi i verbi hanno un
che di solenne, un tono alto che li rende simili all’orecchio. Ma
basta un attimo di attenzione per ricordare che perpetrare è
un colpo secco, mentre perpetuare è un filo che continua a
vibrare.
Chi perpetra
spezza, chi perpetua tiene acceso.
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Il dimenticatoio e lo… “scordatoio”
Nella nostra lingua esiste il sostantivo dimenticatoio, attestato nei vocabolari, sia pure come termine scherzoso e familiare. Perché non mettere a lemma anche “scordatoio” (da scordare)? I lessicografi ci facciano un pensierino... Il lessema, inoltre, si trova in numerose pubblicazioni, sia pure datate.
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La lingua “biforcuta” della stampa
Durante l’attacco alla docente, il giovane indossava una maglietta con la scritta “vendetta”, mentre lo scacciacani ha rinvenuto nello zaino e in casa del ragazzo del materiale potenzialmente esplosivo.
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… le dimissioni di Daniela Santanchè, un capo espiatorio …
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