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giovedì 16 ottobre 2014

L'aposiopèsi

Ciò che stiamo per scrivere sarà censurato da qualche linguista o sedicente tale - ne siamo certi- se si dovesse imbattere in questo sito. Siamo convinti, però, della bontà della nostra tesi e proseguiamo per la nostra strada. Vogliamo parlare di una figura retorica chiamata "aposiopèsi" e ritenuta affine, per non dire identica alla "preterizione". A nostro avviso, invece, sono due figure con significati completamente diversi. La preterizione, dal latino "praetéreo" (trascurare, passare oltre) è una figura retorica per la quale il parlante o lo scrivente dichiara di non voler parlare di un determinato argomento ma ne... parla subito dopo. Petrarca ci dà un bellissimo esempio di preterizione: "Cesare taccio, che per ogni piaggia fece l'erbe sanguigne di lor vene ove il nostro ferro mise". L'aposiopèsi (probabilmente poco conosciuta sotto questo nome perché ritenuta, appunto, sinonima di preterizione), dalle voci greche "apo" (da, particella intensiva) e "siòpesis" (taccio, ammutolisco, passo in silenzio, trascuro), consiste, invece, nel tacere qualcosa nel corso del discorso e nello scritto è rappresentata dai puntini di sospensione. Si usa, generalmente, per richiamare l'attenzione su ciò che si è taciuto, ma facilmente comprensibile. Si adopera anche per esprimere un dubbio, una certa perplessità, un'esitazione di chi scrive. Ecco un esempio manzoniano: "Lo può; e potendolo... la coscienza... l'onore...". Concludendo queste noterelle possiamo affermare (e attendiamo eventuali smentite) che la preterizione "parla dopo", l'aposiopèsi "non parla né prima né dopo".

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