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venerdì 25 marzo 2016

Ventun anno? Non fa una piega

I nostri amici lettori - non piú giovanissimi - ricorderanno che fino a qualche decennio fa la maggiore età si raggiungeva al compimento del ventunesimo anno. E ricorderanno, anche, le famose frasi dei genitori: quando avrai compiuto i ventun anni potrai fare ciò che vorrai, ma fino a quel momento sei soggetto alla patria potestà. Questo "ventun anni" creava, e ancora crea, problemi circa l'apostrofo e la concordanza del sostantivo. Si deve scrivere "ventun'anni" , con tanto di apostrofo, o "ventun' anno", sempre con tanto di apostrofo? Alla prima domanda si può rispondere con la massima tranquillità (e certezza): niente apostrofo, perché si tratta di un troncamento e non di un'elisione. E c'è una "regola pratica" che ci aiuta a distinguere il troncamento dall'apostrofo: se il vocabolo che noi riteniamo debba essere apostrofato può stare davanti a una parola che comincia con una consonante e non crea cacofonia (suono "disgustoso") vuol dire che non si tratta di apostrofo ma di troncamento. Scriveremo, per tanto, ventun anni (senza apostrofo) perché si può dire, benissimo, ventun quaderni. In caso di cacofonia si dovrà, invece, ricorrere all'apostrofo. Per quanto attiene alla seconda domanda (ventun anni o ventun anno), la risposta è un po' piú complessa. Per i grammatici "moderni" non ci sono dubbi: ventun anni. Il sostantivo che segue il numerale deve essere plurale. Noi, sommessamente, vogliamo ricordare che c'è una regola in proposito - anche se nel linguaggio comune non è rispettata - cui gli amanti della lingua debbono sottostare. Vediamola. Se l'aggettivo numerale precede il sostantivo quest'ultimo è in numero singolare e l'aggettivo nel genere del sostantivo: ventun anno; cinquantuno alunno; trentuna matita. Quando il sostantivo precede, invece, il numerale il nome è in numero plurale e l'aggettivo nel genere del sostantivo: anni ventuno; alunni cinquantuno, matite trentuna. Se, infine, il sostantivo è seguito o preceduto da un aggettivo qualsiasi, il numerale è nella forma indeclinabile maschile, mentre il sostantivo e l'aggettivo sono di numero plurale e concordanti fra loro nel genere: ventun cani tedeschi; trentuno matite rosse. Questa "regola" si applica anche quando il sostantivo ha l'articolo, sia che l'accompagni o no un altro aggettivo: i ventun cani tedeschi; un trentuno matite rosse. Giunti a questo punto ci sembra superfluo ricordare che gli aggettivi numerali cardinali, a eccezione di "uno", sono "solo" plurali e indeclinabili per quanto attiene al genere. Naturalmente i cosí detti linguisti doc storceranno il naso e ci scaglieranno i loro "strali linguistici", ma queste sono le regole, che piacciano o no. E i lettori che amano il bel parlare e il bello scrivere non possono ignorarle.

***

La parola che proponiamo oggi, se non cadiamo in errore, è attestata solo nel vocabolario Palazzi: sparnicciare. È un verbo e un sostantivo. Come verbo sta per "sparpagliare", "spargere" e simili. Come sostantivo indica il rumore che fa un'arma da fuoco, quindi "cannonata", "schioppettata" e simili. E quella proposta, ieri, da "unaparolaalgiorno.it: forfait. A questo proposito vi suggeriamo di dare un' "occhiata" anche qui.





5 commenti:

Monmartre ha detto...

Buon giorno,
nel libro che sto leggendo in questi giorni, anche in caso di plurale s'accorda il genere: «ventuna case».
Anche da una veloce ricerca con Google trovo: ventuna repubbliche, ventuna corde...

Grazie per il suo assiduo tentativo di rinnovellarci le regole della nostra amata lingua.

Fausto Raso ha detto...

Grazie a lei, cortese Monmartre, che mi onora della sua attenzione.
Cordialmente
FR

Ines Desideri ha detto...

Caro dottor Raso,
in riferimento al vocabolo "forfeit", mi permetta di riportare quanto scritto nel Dizionario Etimologico inglese.

"Da “forfet” (XIV sec.) “misfatto, azione che offende l’autorità costituita”, dal francese antico “forfet, forfait: crimine, offesa punibile” (XII sec.). In origine participio passato di “forfaire: trasgressione", da “for-“, “fuori” (dal latino “foris”) + “faire”, “fare” (dal latino “facere”). Una versione francese del latino medievale “foris factum”, probabilmente esprime il concetto del “fare in eccesso, andare molto oltre il giusto”.

Il sostantivo francese "forfait" significa: 1) misfatto, crimine efferato; 2) (sport) penalità, "dichiarare forfait", ritirarsi (da una competizione), abbandonare il campo; 3) "forfait", prezzo forfettario o prezzo globale stabilito in anticipo (Dizionario Garzanti).

Il sostantivo inglese "forfeit" significa: 1) perdita; 2) ammenda, multa, penalità; 3) (comm.) rinuncia; 4) (gioco) penitenza, pegno (Dizionario Garzanti).

Cordiali saluti
Ines Desideri

Fausto Raso ha detto...

Gentilissima Ines,
se non mi sono rimbecillito del tutto mi pare di capire che non tutti i vocabolari concordano sulla differenza semantica tra il francese "forfait" e l'inglese "forfeit".
Grazie del suo prezioso contributo.
Cordialmente
FR

Ines Desideri ha detto...

Infatti, caro dottor Raso, e stia tranquillo: lei non si è... "rimbecillito".
Mi permetta, ora, di avanzare un'ipotesi.
Considerando l'etimologia del vocabolo e le evoluzioni semantiche da esso subite nel tempo, a me sembra che sia nel francese "forfait" sia nell'inglese "forfeit" - come, del resto, nell'uso che facciamo di questo termine in lingua italiana - vi sia una comunanza concettuale di "causa-effetto": errore-penalità.
Quanto all'espressione "forfettario", solitamente riferita a un prezzo, non ravvisiamo anche in essa una lieve sfumatura di errore, giacché - seppur di comune accordo - si stabilisce un prezzo vicino al valore economico dell'oggetto o della prestazione, ma non perfettamente corrispondente?

Grazie a lei per l'ospitalità.
Ines Desideri