Quando il disgusto incontra… una barca
Gli aggettivi schifoso e schifevole condividono la stessa radice emotiva - il disgusto - ma non hanno lo stesso peso né la stessa temperatura. Uno è più viscerale, l’altro più valutativo; uno nasce dalla pancia, l’altro dalla lingua scritta. Capire la differenza significa restituire precisione a due attributi che, usati con cura, sanno colpire con sfumature diverse.
Entrambi derivano dal verbo schifare, che risale a un antico ceppo germanico: l’antico alto tedesco sciuhen e il tedesco moderno scheuen, ambedue con il significato di “evitare, schivare, fuggire davanti a qualcosa”. All’inizio, dunque, schifo non indicava ciò che è sudicio, ma ciò da cui ci si scosta d’istinto: un movimento del corpo prima ancora che un giudizio morale. Da questa radice fisica si sviluppa un’evoluzione semantica graduale: prima l’atto di evitare, poi la riluttanza o lo sdegno, infine la nausea, quando la reazione diventa corporea e violenta. È da quest’ultimo stadio che nasce schifoso, l’aggettivo che qualifica ciò che provoca un moto immediato di repulsione.
Schifoso conserva infatti un’immediatezza quasi brutale: significa “che provoca schifo”, senza mediazioni. È diretto, corporeo, spesso colloquiale. Un odore schifoso che ti resta addosso, un comportamento schifoso che suscita indignazione: in entrambi i casi l’aggettivo non descrive soltanto: giudica e condanna. È un colpo secco, un conato linguistico. In alcune aree regionali, inoltre, schifoso può significare “schizzinoso”: non chi fa schifo, ma chi lo prova facilmente, come in schifiltoso. È la stessa logica di chi “si schifa” di tutto.
Schifevole, invece, aggiunge il suffisso ‑evole, tipico degli aggettivi che esprimono qualità suscettibili di valutazione: spregevole, lodevole, biasimevole. È un suffisso che raffredda l’emozione e la porta sul piano del giudizio. Schifevole è meno aggressivo, più letterario, più misurato. Non è un grido, è un sopracciglio alzato. Indica qualcosa di sgradevole, sì, ma con una sfumatura quasi ironica o distaccata: una qualità schifevole della carta, un gusto schifevole ma non abbastanza da scandalizzare, una soluzione schifevole detta con un filo di sarcasmo. È un aggettivo che permette di criticare senza urlare.
La scelta tra i due dipende dall’intenzione: schifoso quando si vuole rendere l’impatto emotivo del disgusto: odori, sapori, sensazioni fisiche, comportamenti moralmente ripugnanti, giudizi netti e senza attenuanti; schifevole quando si vuole esprimere una valutazione negativa, ma con un tono più controllato: qualità scadenti, risultati deludenti, oggetti o situazioni che non suscitano repulsione fisica ma fastidio. In una scala immaginaria del disgusto, schifoso sta più in basso, vicino allo stomaco; schifevole sta più in alto, vicino alla penna.
Un tempo schifevole era molto più diffuso di oggi, soprattutto nella prosa ottocentesca, dove compariva come giudizio elegante ma severo. Schifoso, invece, ha guadagnato terreno nel Novecento, complice la sua forza espressiva e la sua immediatezza colloquiale. E poi c’è schifezza, il sostantivo comune ai due aggettivi, che oscilla tra i due poli: può essere leggero (“Che schifezza di film!”) o crudo (“Era una schifezza da non avvicinarsi”). È la prova che la famiglia lessicale è elastica e si adatta al registro del parlante.
Va ricordato anche un dettaglio etimologico che evita confusioni: lo schifo inteso come piccola imbarcazione non ha nulla (a) che vedere con il disgusto. Deriva dal longobardo skif, imparentato con l’inglese ship: due omonimi, due storie completamente diverse.
In conclusione, schifoso e schifevole sono due modi diversi di dire “no”, ma uno lo dice con un conato, l’altro con un giudizio. Il primo è immediato, corporeo, quasi brutale; il secondo è più misurato, più letterario, più adatto a una critica che vuole essere severa senza essere violenta. Sceglierli con cura significa dare al disgusto la sua giusta intensità.
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La regola e l’eccezione che non c’è
Perché stupidità trionfa (nei dizionari) e cretinità aspetta ancora il suo turno
Dunque: perché stupidità sì e cretinità no? La domanda è legittima, perché sotto il profilo morfologico i due lessemi sono costruiti nello stesso identico modo: base aggettivale (stupido, cretino) più il suffisso astrattizzante -ità, che tutte le grammatiche italiane lo considerano altamente produttivo. Serianni, nella sua Grammatica italiana (§40), lo definisce un meccanismo regolare e trasparente; Grossmann–Rainer (La formazione delle parole in italiano, 2004) confermano che ‑ità è uno dei suffissi più estensibili dell’intero sistema. Nulla, dunque, impedirebbe la formazione di cretinità: la struttura è impeccabile, la semantica è prevedibile, l’uso potenziale è chiaro.
La differenza non è nella grammatica, ma nella storia delle parole. Stupido è attestato almeno dal Trecento (TLIO, voce stupido), e stupidità compare già nel Cinquecento, registrata dal Fanfani e poi dal Tommaseo‑Bellini. Cretino, invece, ha un percorso più recente: arriva dal francese crétin, a sua volta dal latino christianus (un “povero cristo”, un “sempliciotto”) e solo nell’Ottocento entra stabilmente nell’italiano comune. La sua origine popolare e il suo uso colloquiale hanno semplicemente fatto sì che alcuni derivati astratti si consolidassero più lentamente nei testi scritti formali, che sono quelli su cui i dizionari basano le loro scelte. Non si tratta di una valutazione di merito, ma di una dinamica storica: ciò che circola più a lungo e in più registri tende a essere registrato prima.
Le grammatiche storiche confermano che la produttività di ‑ità non dipende dal prestigio dell’aggettivo, ma dalla sua forma. Rohlfs, nella Grammatica storica dell’italiano, ricorda che il suffisso è «estensibile a qualunque base aggettivale»; Migliorini osserva che la lingua «crea astratti anche da aggettivi recenti o popolari». E infatti l’italiano ha accolto senza esitazioni cretineria (già nel Tommaseo‑Bellini) e cretinaggine, entrambe perfettamente regolari. Il fatto che cretinità non sia ancora stabilmente registrata non indica un limite linguistico, ma semplicemente un diverso grado di diffusione nei corpora scritti.
La storia dell’italiano mostra che molte parole oggi perfettamente accettate sono nate proprio così: per analogia, per regolarità, per trasparenza. Idiozia è attestata solo dal Settecento, imbecillità dall’Ottocento, banalità è un francesismo ottocentesco. Nessuna di queste parole è “naturale” in sé: sono tutte costruzioni morfologiche che la lingua ha accolto perché funzionavano. Cretinità funziona allo stesso modo. L’unica differenza è che non è ancora stata ratificata nei repertori normativi.
La domanda, dunque, non è perché cretinità non compaia nei dizionari, ma perché ci aspettiamo che i dizionari riflettano immediatamente tutto ciò che la lingua può produrre. La lessicografia, per sua natura, registra ciò che è consolidato, non tutto ciò che è possibile. La morfologia italiana non ha alcun problema con cretinità: il suffisso è regolare, la base è compatibile, la semantica è trasparente. Se la parola non è ancora registrata, è solo questione di tempo, di uso e di corpus.
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La lingua “biforcuta” della stampa
L’allarme Hantavirus
Quattro italiani sotto sorveglianza sanitaria: viaggiarono con una donna deceduta. Gli inglesi saranno posti in isolamento subito dopo la sbarco dalla nave focolaio a Tenerife
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In questo contesto “sorveglianza” è un termine decisamente improprio. Sorveglianza porta con sé un’aura di controllo esterno, quasi coercitivo. È un lessema che richiama polizia, custodia, vigilanza fisica. In buona lingua: Quattro italiani sotto osservazione sanitaria.

1 commento:
Anche "viaggiarono con una donna deceduta" è carino. Preferirei "viaggiarono con una donna poi deceduta".
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