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giovedì 30 aprile 2015

(Piangere) Lacrime di coccodrillo

Il modo di dire, in senso traslato, vuol significare un pentimento finto o, comunque, tardivo. La locuzione, diciamolo subito, non è legata al fatto che il coccodrillo pianga veramente dopo aver compiuto il "misfatto" ma al comportamento dell'animale che, mangiando prede di enorme mole, ha una difficile digestione e cade in un torpore che fa ritenere il grosso rettile essere in uno stato di abbattimento e... pentimento. Quanto alle famose "lacrime", leggiamo assieme una curiosa favola narrata da Jean-Pierre Claris de Florian, "Enciclopedia della fiaba": «Due graziosi fanciulli giocavano un giorno sulle rive del Nilo. Raccoglievano sassi piatti e rotondi e si divertivano a farli rimbalzare sull'acqua azzurra del fiume. Ed ecco che un mostruoso coccodrillo emerse all'improvviso lí presso a fauci spalancate e, afferrato uno dei bimbi, se lo divorò, mentre il compagno fuggiva gridando disperatamente. Aveva assistito a quella scena un probo storione che, tra lo sdegno e l'orrore, si tuffò di colpo nel piú profondo delle acque; se non che, udendo il colpevole gemere e singhiozzare si commosse nel suo mite cuore e pensò: "Il mostro è colto dai rimorsi. Ne sia lodata la provvidenza. Meglio sarebbe che questi delitti non venissero compiuti; tuttavia è già grande cosa che lo scellerato rimpianga la propria colpa. L'istante è propizio. Lo persuaderò almeno ad espiare il delitto e a giurare di non commetterne piú». E risalito a galla nuotò verso il coccodrillo. «Piangi! - gli gridò - Piangi il tuo misfatto! Ringrazia gli Dei che ti mandano il rimorso, il quale strazia, ma purifica. Disgraziato! Divorare un bambino! Il mio cuore ne freme tuttora. Ma anche il tuo ne piange...». «Sí - l'interruppe il coccodrillo sempre singhiozzando - sí, piango per la rabbia di non aver potuto acciuffare anche l'altro». Di significato affine le espressioni "Fare come il gatto, che prima ammazza il topo e poi miagola"; "Fare prima il morto e poi piangerlo" e infine "Piangere con un occhio solo".


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Una mostruosità linguistica scovata in "Sapere.it" (De Agostini):

succube
n.m. e f. [pl. -i], o succubo n.m. [f. -a; pl.m. -i, f. -e] 1 nella credenza medievale, demone che prendeva l’aspetto di donna per accoppiarsi durante la notte con gli uomini 2 che soggiace alla volontà altrui: un uomo succube della moglie

¶ Dal lat. tardo succuba(m) ‘concubina’, propr. ‘che giace sotto’, comp. di sub- ‘sub-’ e la radice di cubare ‘giacere’, con cambio di genere, sul modello del fr. succube.

Nota d'uso

· La variante succubo è stata ricavata dalla forma plurale succubi, ma è meno corretta.

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È tutto il contrario. La forma corretta è succubo, con il femminile succuba (e i rispettivi plurali). La variante "bisex" succube in buona lingua è da evitare.

Si veda, anche, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia.


 

Dimenticavamo. Se si cerca "succubo" su "Sapere.it" non si ha alcuna occorrenza. Allucinante.
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La "Garzantilinguistica.it", invece (sempre della De Agostini), al lemma succubo rimanda a "succube". Non ci sono parole.
 
 












 
 
 
 
 

 
 
 
 

 



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