domenica 4 gennaio 2026

Il vento parla, l’antenato risponde

 

Il “gesto” di dare voce a ciò che è muto - un oggetto inanimato, un concetto astratto o, nel modo più intenso, una persona defunta - accompagna la letteratura fin dalle sue origini. È un artificio che infrange i confini del possibile, trasformando il silenzio in parola e l’assenza in presenza. Due termini, strettamente legati ma non sovrapponibili, definiscono questa tecnica: prosopopea e nekyia.

La prosopopea, dal greco prosōpon poiein (“creare un volto, una persona”), è la figura retorica che attribuisce voce, pensieri e azioni a entità che non possono averne. È la base di ogni discorso che anima l’inanimato: “il vento sussurrò segreti”, oppure l’evocazione di un antenato che prende parola in un testo. Quando applicata ai defunti, la prosopopea è la pura attribuzione di un discorso a chi non è più in vita, con un effetto che può essere didascalico, emotivo o persuasivo. È la forma essenziale che consente di realizzare l’impossibile: far parlare chi non può.

La nekyia, invece, ha un respiro più ampio. Il termine deriva dal greco antico nékyia, da nekys, forma arcaica di neκρός (“morto”), e indica originariamente il rito di evocazione dei defunti. Non si limita a una figura retorica isolata, ma descrive un motivo narrativo codificato: l’intero episodio in cui un eroe vivente discende nell’oltretomba - la catabasi - per interrogare le anime attraverso un rito sacro. Nell’XI libro dell’Odissea, Odisseo compie sacrifici e libagioni per evocare Tiresia e conoscere il proprio destino. Virgilio riprende il tema nel VI libro dell’Eneide, con Enea che incontra il padre Anchise nell’Averno. Dante, nella Divina Commedia, trasforma la nekyia in un viaggio universale: l’oltretomba diventa teatro di rivelazioni morali e teologiche.

La differenza è chiara: la prosopopea è l’ “atto linguistico” di dare voce, mentre la nekyia è la struttura epica che ingloba quella voce in un viaggio rituale e narrativo. La prima è diffusa dappertutto, dalla poesia al linguaggio quotidiano; la seconda è un motivo epico che ha segnato la tradizione occidentale.

Esempi quotidiani mostrano quanto la prosopopea sia radicata nel nostro parlare: “la storia ci insegna”, “la coscienza mi parla”, “il tempo corre”. Persino la pubblicità la sfrutta: “la pelle ringrazia”, “la natura ti parla”. Sono tutte “microprosopopee” che rendono più immediata la comunicazione.

In conclusione, la prosopopea e la nekyia sono due facce dello stesso gesto: dare voce ai morti, agli assenti, agli inanimati. La prima è la scintilla linguistica, la seconda è il grande racconto che la accoglie e la amplifica. Insieme, mostrano come la parola possa attraversare i confini della vita e della morte, rendendo il silenzio eloquente e l’assenza narrativamente fertile. È in questo spazio sospeso che la letteratura trova la sua forza più catturante: trasformare ciò che tace in rivelazione, e ciò che è finito in memoria viva.






giovedì 1 gennaio 2026

La notte in cui il mondo si ricorda di te

 

La signora Teresa non aveva più paura della solitudine: l’aveva “indossata” per anni, come un cappotto troppo grande che alla fine ti si adatta addosso. L’ultimo giorno dell’anno, però, la solitudine pesava di più. Non per i ricordi - quelli aveva imparato a tenerli in ordine - ma per il silenzio. Quel silenzio che, dopo una certa età, sembra dire: non ti aspetta più nessuno.

Teresa preparò la tavola come sempre: un piatto, un bicchiere, una candela. Non per illudersi, ma per rispetto. Perché anche la vita, quando si fa piccola, merita di essere apparecchiata.

Quando la candela tremò, capì che non poteva restare lì. Uscì. Non per festeggiare, ma per respirare un po’ di mondo prima che l’anno finisse.

Camminò senza meta, con il passo lento di chi non vuole disturbare. Le strade erano piene di luci, ma nessuna sembrava per lei. Finché non arrivò in una piazza dove un gruppo di ragazzi stava ridendo attorno a un tavolo improvvisato. Teresa si fermò a distanza, come si fa quando si guarda la vita degli altri da dietro un vetro.

Fu allora che una ragazza la notò. Non la guardò con pietà né con curiosità. La guardò come si guarda qualcuno che manca.

«Signora, venga qui» disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Teresa scosse la testa. La ragazza insistette. Poi si avvicinarono altri: un uomo con una sciarpa rossa, una coppia che si teneva per mano, un bambino con un cappello storto.

Non le chiesero nulla. Non le domandarono chi fosse, da dove venisse, perché fosse sola. Le fecero solo spazio.

E Teresa, che da anni non occupava più spazio da nessuna parte, sentì qualcosa cedere dentro. Un nodo, un peso, un inverno.

Quando la mezzanotte arrivò, qualcuno contò gli ultimi secondi. Teresa non contò. Chiuse gli occhi. E sentì braccia - tante, diverse, calde - stringerla come se la conoscessero da sempre.

Non era un abbraccio di festa. Era un abbraccio di riconoscimento. Di quelli che dicono: ti vedo, sei qui, esisti ancora.

Teresa pianse. Non lacrime rumorose, ma quelle silenziose, che scendono quando il cuore si ricorda di essere vivo.

Quando riaprì gli occhi, il nuovo anno era già iniziato. E per la prima volta dopo molto tempo, Teresa non ebbe paura del futuro. Perché aveva scoperto una verità semplice e feroce: a volte basta che qualcuno ti stringa per restituirti al mondo.

Da quella notte, in quella piazza, c’è sempre un posto in più. Non per chi vuole festeggiare, ma per chi non vuole essere dimenticato.

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Che 1l 2026 arrida ai frequentatori assidui di questo portale.







(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 








 


lunedì 29 dicembre 2025

Ci sono ritorni che fanno un giro più lungo

 

Nella lingua italiana esistono coppie di verbi che sembrano gemelli e invece, a guardarli bene, sono solo cugini lontani. Tornare e ritornare appartengono a questa famiglia: due forme che condividono la radice, la direzione e persino l’immaginario, ma che non sono - e non possono essere - sinonimi assoluti. La loro differenza non è una questione di correttezza, ma di sfumatura: un gioco di intensità, di frequenza, di ritorni che non hanno lo stesso peso.

Tornare affonda nel latino tornare, “girare, voltare, tornire”, voce legata al tornus, il tornio: un attrezzo che compie un giro e riporta sempre al punto di partenza. È da questa immagine circolare che nasce il valore moderno del verbo: il rientrare dopo essersi allontanati. È un verbo semplice, primario, essenziale. Indica il movimento di chi va via e poi rientra, di chi lascia un luogo e poi lo raggiunge di nuovo. È il verbo del ciclo naturale: si torna a casa, si torna indietro, si torna sui propri passi. Ha una neutralità che lo rende adatto a ogni contesto, dal più quotidiano al più letterario. È un verbo che non giudica: registra un movimento e basta.

Ritornare, invece, nasce dall’aggiunta del prefisso ri- allo stesso tornare: un prefisso che nella nostra lingua porta con sé l’idea della ripetizione, del “di nuovo”, dell’ “ancora una volta”. Non è un semplice doppione: è un verbo che amplifica, che intensifica, che aggiunge un eco (sic!). Ritornare non si limita a indicare un rientro: suggerisce un ritorno che ha un prima e un dopo, un’ombra, una memoria. Si ritorna dove si è già stati, ma anche su un pensiero, su un tema, su un ricordo. È un sintagma che vibra di risonanza.

La differenza si coglie soprattutto nell’uso figurato. Tornare è spesso concreto: «torno domani», «torno presto», «torno da te». Ritornare è più mentale, più circolare: «ritorno sull’argomento», «ritornano le stesse paure», «ritorna la primavera». È il verbo delle ricorrenze, dei cicli, delle ripetizioni che scandiscono il tempo. Non a caso, nella lingua poetica, ritornare è più frequente: ha un passo più lento, più ampio, più evocativo.

Esiste poi un’altra sfumatura, più sottile ma decisiva: ritornare può suggerire un ritorno inatteso, sorprendente, quasi misterioso. «Ritornò dopo anni» non significa semplicemente che tornò: significa che il suo ritorno ha un peso, una storia, un’ombra. È un lemma che porta con sé una densità narrativa, come se ogni ritorno fosse anche un racconto.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, tornare e ritornare non sono in competizione: convivono, si completano, si scelgono in base al tono, al contesto, all’intenzione. Il primo è il verbo del movimento; il secondo è il verbo della risonanza. Il primo registra un fatto; il secondo lo carica di senso. E la lingua, che non spreca mai un prefisso, ci ricorda che anche un ritorno può avere più di una profondità.

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“Avere il sole in tasca”


C
i sono espressioni che nascono come immagini luminose e finiscono col vivere due vite parallele: una affettuosa, l’altra ironica. “Avere il sole in tasca” appartiene a questa famiglia di metafore elastiche, capaci di scaldare o di graffiare a seconda di come vengono pronunciate. È un modo di dire non codificato, ma proprio per questo mobile, duttile, sorprendente.

“Avere il sole in tasca” è una di quelle immagini che sembrano nate per illuminare, ma che a volte vengono usate per pungere. La sua forza sta proprio qui: nella possibilità di oscillare tra una lettura affettuosa e una ironica, senza perdere la sua carica figurativa.

Nella versione più spontanea e diffusa, chi ha “il sole in tasca” porta con sé una luce interiore che non dipende dal meteo né dalle circostanze. È la persona che entra in una stanza e la rischiara, che affronta le giornate con un calore naturale, quasi inconsapevole. Si dice di chi ha un buonumore che non si lascia scalfire, di chi sa contagiare gli altri con un’energia positiva: Non so come faccia, ma ha sempre il sole in tasca; Con te è facile: hai il sole in tasca anche quando piove. È un’immagine tenera, quasi infantile, che restituisce l’idea di una riserva personale di luce.

Esiste però anche un’altra lettura, meno zuccherina e più scettica, che parte proprio dall’impossibilità concreta dell’immagine. Il sole - è lapalissiano - non si può avere in tasca, dunque chi dice di averlo sta millantando, facendo il brillante senza sostanza. In questo uso, l’espressione diventa una piccola puntura ironica: Dice di aver risolto tutto, ma ha solo il sole in tasca; Fa il luminoso, ma è tutto sole in tasca. Qui la metafora non illumina: smaschera. È un modo per dire che dietro la posa radiosa non c’è molto, che la luce è più dichiarata che reale.

Le due interpretazioni convivono senza annullarsi. Dipendono dal tono, dal contesto, dalla relazione tra chi parla e chi ascolta. È il destino delle metafore non codificate: vivono di sfumature, si piegano all’intenzione, cambiano colore come la luce del giorno. E forse è proprio questo che rende “avere il sole in tasca” un’espressione così viva: può scaldare o può bruciare, ma non lascia mai indifferenti.




domenica 28 dicembre 2025

"Sovrappiglio": il pensiero che corre troppo

 

Nella nostra lingua, così ricca di sfumature e così abile nel nominare l’invisibile, esistono zone d’esperienza che restano senza parola, non hanno, cioè, un termine atto a "identificarle". Piccoli "gesti mentali", movimenti interni, anticipazioni emotive che tutti conosciamo ma che non trovano un nome preciso. È in questi interstizi che nasce sovrappiglio: un neologismo necessario, limpido, immediatamente comprensibile, capace di dare forma a un comportamento diffusissimo eppure linguisticamente orfano. Una parola che arriva come risposta naturale a un bisogno espressivo: nominare la preoccupazione che precede i fatti, l’allarme che scatta troppo presto, il pensiero che corre più veloce della realtà.

L’etimologia, pur essendo una costruzione moderna, è trasparente e coerente con la morfologia italiana: sovra- indica eccedenza, surplus, ciò che va oltre il necessario; piglio (con raddoppiamento fonosintattico) rimanda alla presa rapida, allo scatto mentale, al "gesto" improvviso con cui la mente afferra qualcosa. L’unione dei due sintagmi produce un’immagine nitida: il pensiero che “prende” un problema prima che esista, che lo afferra in anticipo, che lo porta con sé come un peso non richiesto. È un composto che suona naturale, quasi inevitabile, come se fosse sempre stato lì, in attesa di essere pronunciato.

Il significato è netto: sovrappiglio è la preoccupazione preventiva, spesso immotivata; è l’ansia che precede il fatto, il timore che nasce prima della realtà. È il "gesto mentale" di chi immagina scenari sfavorevoli, se non catastrofici, di chi si carica di ipotesi, di chi anticipa il peggio senza che il peggio abbia ancora bussato. Dire «non fare sovrappigli» significa invitare alla misura; dire «sono in pieno sovrappiglio» significa riconoscere un eccesso di allerta, un moto mentale che scatta troppo presto.

Le modalità d’uso sono versatili e immediate. Il termine funziona come sostantivo («un sovrappiglio inutile»), come plurale d’esperienza («giornate piene di sovrappigli»), e genera, naturalmente, il verbo pronominale sovrappigliarsi, utile per descrivere il processo in atto («mi sto sovrappigliando»). È un lemma che vive bene nel parlato, ma non stona in un registro più sorvegliato: ha una dignità semantica che gli permette di attraversare i contesti senza perdere efficacia. È, in definitiva, una neoformazione che non chiede di essere spiegata: si lascia capire da sé.

sovrappìglio sost. m. Tendenza a preoccuparsi in anticipo, assumendo mentalmente problemi non ancora sorti; preoccupazione preventiva, spesso immotivata, generata da un eccesso di allerta o da un’abitudine a proiettare scenari sfavorevoli.

Etim. Formazione moderna, comp. di sovra- (con valore di eccedenza) e piglio nel senso figurato di “presa mentale rapida, scatto d’attenzione”.

Uso – «Mi è venuto un sovrappiglio inutile: temevo che tutto andasse storto.» – «In certi giorni vivo di sovrappigli, più che di fatti.» – «Liberati dei sovrappigli: la realtà è meno minacciosa di quanto immagini.»

sovrappigliàrsi v. pron. – «Mi sto sovrappigliando per nulla»; «Tende a sovrappigliarsi prima di ogni decisione».

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La lingua “biforcuta” della stampa

Fuochi d’artificio illegali su Telegram e Facebook: così abbiamo acquistato petardi fuorilegge

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Fuorilegge, in funzione aggettivale, si scrive in grafia analitica (due parole): petardi fuori legge.

 

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Curiosità natalizie

Giotto, nei primi anni del Trecento, dipinse la Stella di Betlemme come una vera cometa, ispirandosi al passaggio della Halley del 1301: un dettaglio che avrebbe segnato per sempre l’immaginario natalizio. Molti secoli dopo, nel 1965, un’altra “stella” risuonò nello spazio, quando gli astronauti della missione Gemini 6 suonarono Jingle Bells, dando vita alla prima esecuzione musicale oltre l’atmosfera terrestre. Dalle orbite celesti alle tradizioni popolari, il Natale continua a sorprendere: in Ucraina si appendono ragnatele sull’albero, memoria di una leggenda in cui i ragni, mossi a compassione, decorarono con fili d’oro e d’argento l’abete di una famiglia poverissima. In Norvegia, invece, la Vigilia si nascondono le scope per evitare che le streghe le rubino per volare nella notte più lunga dell’anno. E in Germania, tra i rami dell’albero, può celarsi un cetriolo di vetro: chi lo scova per primo riceve un dono extra o un augurio speciale.





sabato 27 dicembre 2025

Il paradosso del “buon appetito”: storia, galateo e linguistica di una formula automatica

 

L’usanza di formulare l’augurio “buon appetito” all’inizio di un pasto costituisce un automatismo sociale talmente interiorizzato da sottrarci, nella maggior parte dei casi, alla possibilità stessa di interrogarci sulla sua legittimità linguistica e sulla sua pertinenza pragmatica. Sebbene oggi l’espressione sia percepita come un atto di cortesia elementare, un’osservazione più attenta dei codici comportamentali rivela come la questione sia tutt’altro che risolta. Il galateo più rigoroso, infatti, ne “ordina” l’eliminazione. Tale interdizione non risponde a un mero criterio estetizzante, ma si radica in una concezione aristocratica della convivialità: nelle società di antico regime, la tavola nobiliare non era deputata a soddisfare la fame - considerata un bisogno primario, dunque “basso” - bensì a sancire la centralità della conversazione e la performatività (si perdoni il termine di provenienza barbara) del rango. Augurare “appetito” equivaleva, in quel contesto, a evocare una mancanza fisiologica ritenuta sconveniente. Per questo l’inizio del pasto era affidato non a un “discorso” ma a un gesto del padrone di casa, che prendeva per primo le posate, evitando così di trasformare il convivio in un momento di mera alimentazione.

A tale quadro si affiancano alcuni aneddoti di natura storico-culturale. Secondo una tradizione diffusa, la circolazione capillare dell’augurio risalirebbe al Medioevo, quando per le classi meno abbienti il pasto non costituiva una certezza quotidiana: in quel caso, la formula assumeva il valore di una benedizione, esprimendo il desiderio che il commensale disponesse effettivamente di cibo e che il corpo fosse in grado di assimilarlo. Un’altra interpretazione, più maliziosa, rimanda ai banchetti rinascimentali, caratterizzati da un numero eccessivo di portate e da una ricchezza gastronomica tale da rendere l’augurio quasi apotropaico, come se si volesse scongiurare un sovraccarico dello stomaco. Solo con l’affermazione della borghesia la formula si è progressivamente stabilizzata come convenzione sociale, divenendo un espediente per attenuare il silenzio iniziale della tavola. È tuttavia proprio in questo passaggio che il linguista deve vigilare, per evitare che la formula scivoli nel “parlottismo”, ossia in quel chiacchiericcio privo di funzione comunicativa sostanziale.

Sotto il profilo strettamente lessicale, la nostra lingua mette a disposizione alternative più neutrali, quali “buon pranzo” o “buona cena”, che non implicano alcuna valutazione dello stato fisiologico dell’interlocutore e si limitano a designare l’occasione conviviale. Chi invece indulge nella ricerca terminologica può facilmente immaginare l’effetto prodotto da un ospite che, senza essere sollecitato, si abbandoni a una dissertazione sull’origine di ogni spezia presente nel piatto, assumendo così il ruolo di “vanveriere” e compromettendo il momento della degustazione.

Per concludere questa chiacchierata, benché il bon ton suggerisca il silenzio o un sorriso misurato, la lingua d’uso continua a riconoscere nel “buon appetito” una formula di contatto, un dispositivo relazionale che facilita l’interazione. La scelta dell’espressione più adeguata dipende dal contesto e dal ruolo pragmatico assunto dal parlante: l’ospite accorto privilegerà la discrezione; l’esperto, qualora intervenga, dovrà esercitare la virtù della sintesi, affinché la sua spiegazione non ecceda la durata della pietanza stessa.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Maria Sole Agnelli, addio alla sorella riservata dell’Avvocato che scelse la cultura e il servizio pubblico

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Ecco un “bel caso” di anfibologia, di cui la stampa è maestra insuperabile. Chi scelse la cultura Maria Sole o l’Avvocato? Si veda anche qui.











venerdì 26 dicembre 2025

La Luce che non si spegne

 

A Gerusalemme, tanti, tanti anni or sono, viveva un giovane, Stefano. Non era un guerriero né un uomo potente: era un diacono che distribuiva il cibo ai poveri e ascoltava chi non aveva voce. Quando parlava, le sue parole sembravano fili d’oro capaci di ricucire i cuori feriti.

Il giovane aveva un dono rarissimo: sapeva vedere la dignità dove altri vedevano solo miseria. Questa sua chiarezza infastidiva chi preferiva l’ombra alla verità. Così, un giorno d’inverno, fu trascinato davanti a un tribunale da uomini che parlavano molto ma capivano poco. Usavano parole altisonanti per nascondere il vuoto delle loro accuse.

Quando gli fu chiesto di difendersi, Stefano non gridò. Il suo volto si illuminò di una calma profonda. Raccontò la storia del suo popolo con tale precisione che persino le pietre del tempio sembrarono ascoltare. Ma più lui era limpido, più cresceva la rabbia dei suoi accusatori.

Fu condotto fuori dalle mura della città per essere lapidato. E mentre le prime pietre lo colpivano, Stefano compì un gesto inatteso; si inginocchiò e pregò per i suoi aguzzini: Signore, non imputare loro questo peccato.

In quell’istante accadde un prodigio che solo gli occhi puri poterono vedere. Le pietre che lo ferivano si trasformavano in gemme luminose; il fango diventava cristallo; il sangue si mutava in petali di rosa. Stefano non morì nell’oscurità: svanì in una scia di luce, lasciando dietro di sé un profumo di pace che il vento portò lontano.

Chi sceglie la luce non risponde al male con altro male, e così lo disinnesca.

Chi rimane fedele al bene anche quando viene ferito impedisce all’odio di crescere e cambia il mondo più di chi colpisce. 

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Tutto su Santo Stefano

giovedì 25 dicembre 2025

La piccola stella che scaldò il cielo

 

Nel cielo d’inverno, quando l’aria profuma di neve e le case si accendono come lanterne, viveva una piccola stella, Lumìna. Non era tra le più grandi né tra le più appariscenti: stava in un angolo quieto del firmamento, dove il silenzio sembrava fatto apposta per lei.

Tutte le notti osservava le altre stelle che scintillavano sicure, mentre lei tremolava appena, come una candela che teme di spegnersi.

Una sera di dicembre, mentre sulla Terra cominciavano a comparire i primi presepi e le prime ghirlande, il Vento del Nord passò di lì, portando con sé odore di legna bruciata e campanelli lontani.

«Perché tremi così, piccola Lumìna?», chiese con voce che sapeva di neve fresca.

«Perché non servo a niente», rispose lei. «Non illumino abbastanza, non guido nessuno, non annuncio nulla. Sono solo… piccola.»

Il Vento del Nord sorrise piano, con quella tenerezza che si riserva a chi non sa ancora quanto brilla.

«A volte», disse, «le cose piccole diventano preziose proprio quando arriva il Natale

E se ne andò, lasciandola con un pensiero che brillava più di lei.

Passarono notti, finché arrivò quella speciale: la vigilia di Natale. La Terra, laggiù, era un mosaico di luci. Le famiglie preparavano tavole, i bambini lasciavano biscotti e latte, le strade profumavano di arancia e cannella. Ma c’erano anche finestre buie, cuori un po’ soli, persone che avrebbero voluto sentire una voce, un abbraccio, un segno.

Lumìna guardò tutto questo e sentì dentro di sé un calore nuovo, come se qualcuno avesse acceso una piccola lanterna nel suo cuore stellare.

«Forse posso fare qualcosa anch’io», pensò.

Provò a brillare. Poco. Poi un po’ di più. Poi ancora.

E accadde una cosa meravigliosa: più cercava di illuminare gli altri, più la sua luce cresceva. Non diventò enorme, non diventò la più luminosa del cielo. Ma diventò chiara, calda, natalizia.

Una bambina, affacciata alla finestra accanto all’albero addobbato, la notò per prima.

«Papà, guarda! Quella stella sembra che ci faccia gli auguri.»

E il papà, che aveva avuto una giornata difficile, si sentì più leggero.

Una donna anziana, sola, la vide e pensò: «Forse questa notte non sono dimenticata.»

Un ragazzo che aveva perso fiducia in sé stesso la guardò e pensò: «Se brilla lei, posso farcela anch’io.»

E così, senza rumore, senza clamore, Lumìna diventò la stella che sapeva aspettare: aspettava solo il momento giusto per essere utile, e quel momento era arrivato proprio nella notte più luminosa dell’anno.

Da allora, ogni Natale, chi guarda bene il cielo può scorgere una piccola luce che sembra dire: non serve essere grandi per portare un po’ di Natale nel cuore di qualcuno; basta esserci, quando qualcuno ha bisogno della tua luce.

  • Il Natale non è grandezza, ma presenza.

    Anche la luce più piccola può scaldare una notte intera.

    Donare illumina chi riceve, ma anche chi dona.

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  Un sereno Natale alle amiche e agli amici di questo portale.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)







mercoledì 24 dicembre 2025

Beccare: da mangiare a picchiare

 


C’è un fascino particolare in quei verbi che, senza quasi farsi notare, scivolano dal corpo alla scena, dal gesto fisico all’intreccio sociale. “Beccare” è uno di questi. Nasce da un movimento piccolissimo - il colpo di becco di un uccello - e finisce con il dire cose che con il mangiare sembrano non c’entrare nulla: sorprendere qualcuno, coglierlo in fallo, oppure picchiare, assestare colpi, menare le mani. Eppure il filo è continuo: basta seguirlo attentamente e con pazienza, e il percorso “dal becco al ceffone” diventa limpido, quasi inevitabile.

Alla base c’è il sostantivo “becco”: il “naso duro” degli uccelli, lo strumento con cui afferrano, strappano, pungono, frugano. Il verbo “beccare” è prima di tutto l’azione tipica del becco: toccare e colpire a piccoli colpi secchi, rapidi, puntati. L’idea originaria non è quella del morso, lungo e avvolgente, ma quella del tocco-urto: un contatto che è già, in sé, una “piccola aggressione”. L’uccello “becca” il seme, il granello, la briciola; “becca” anche, se serve, un altro animale, un rivale, perfino la mano dell’umano che si avvicina troppo. Dal becco non si scappa: è preciso, mirato, arriva di scatto.

L’etimologia ci aiuta a fissare il quadro. “Becco” è attestato nelle lingue romanze come erede di un termine già circolante nel latino tardo (“beccus”), probabilmente di origine imitativa: un suono che riproduce la brevità del colpo, la secchezza del “tac”, “pic”, “bec”. Non siamo davanti a un lessema astratto, ma a una parola nata per dare forma a un rumore, a un gesto minimo del mondo animale. Da questo sostantivo concreto si forma il verbo “beccare”: fare col becco, cioè pungolare, colpire, prendere a piccoli tocchi qualcosa con il becco per mangiarla o spostarla. La base semantica, quindi, è: colpo + presa, tocco + “afferramento”.

Da qui è quasi naturale il primo allargamento di senso: “beccare” come “mangiare”, più o meno alla svelta, spesso con una sfumatura familiare. Se l’animale “becca” i chicchi, la gallina “becca” nel cortile, per analogia l’umano “becca qualcosa” da mangiare: “vado a beccare un panino”, “abbiamo beccato due tartine all’aperitivo”. È un mangiare che conserva dentro di sé il ritmo del becco: veloce, non necessariamente composto, fatto di piccoli assaggi svelti. Non si “beccano” banchetti solenni, ci si “becca” qualcosa al volo. In sottofondo rimangono l’idea del colpo ripetuto e quella della presa: si va verso ciò che si vuole, lo si afferra, lo si fa proprio.

A questo punto, dal mangiare si passa a un senso più ampio: “beccare” diventa “acchiappare”, “riuscire a ottenere”, “riuscire a prendere” qualcosa o qualcuno. Se il becco afferra il chicco, io “becco” un’occasione, “becco” un passaggio in macchina, “becco” un posto a sedere. Il nucleo semantico è sempre la riuscita del colpo: non solo mi muovo verso un bersaglio, ma lo centro. “Beccarlo” vuol dire coglierlo in pieno. È la precisione del becco che trasloca nella riuscita dell’azione umana.

Su questa linea si affaccia la prima delle accezioni che ci interessano: “beccare” nel senso di sorprendere, cogliere in fallo. “L’hanno beccato che copiava”, “l’hanno beccata con l’amante”, “mi hanno beccato senza biglietto”. Che cosa è rimasto del becco, qui? Il colpo improvviso, mirato, inevitabile. Chi viene “beccato” è colto all’improvviso, inchiodato come il chicco sotto il becco dell’uccello. Non ha il tempo di scappare, non può più dissimulare: è “preso”. La sorpresa non è un semplice vedere: è un vedere che cattura, che blocca, che non lascia scampo. Occhio e becco, qui, si sovrappongono: prima ti “puntano”, poi ti “prendono”.

In più c’è un’altra sfumatura: chi “becca” qualcuno che sbaglia, in certa misura lo colpisce. Non fisicamente, ma nella reputazione, nella libertà di movimento, nella finzione che stava reggendo. “Beccare uno in castagna” equivale a infliggergli un piccolo danno sociale: lo si mette a nudo, lo si espone, lo si mette alla gogna. Il becco, da organo che rompe il guscio del seme, diventa metafora di un’azione che rompe il guscio delle apparenze. L’idea di “sorprendere” si intreccia a quella di “ferire” o “colpire” l’altro nella sua “postura sociale”.

Da qui il passaggio alla seconda accezione, “picchiare”, è più corto di quanto possa sembrare. Se il becco colpisce, se la “beccata” è già un piccolo colpo fisico, portare il verbo nel campo della violenza fisica è quasi automatico. “Beccare uno schiaffo”, “beccare un pugno”, “beccarsi due legnate” sono espressioni che conservano due tratti fondamentali: il colpo è secco, improvviso, spesso inatteso; e chi lo riceve è, in qualche modo, passivo, lo “subisce”. “Mi sono beccato una sberla” porta con sé l’ombra del destino, della malasorte, della punizione.

Molto interessante è il doppio uso: “beccare” attivo (picchiare) e “beccarsi” riflessivo (prendere botte). “Se continui così, ti becchi uno schiaffo” mette l’accento sul colpo che parte: l’azione del becco, del pugno, della mano. “Ieri mi sono beccato un pugno” illumina invece la passività: sono stato il granello, non il becco. In ambi i casi l’immagine è quella di un urto netto, un “toc” preciso, non di una violenza prolungata e diffusa. “Beccare” non è torturare: è colpire secco, magari ripetutamente, ma con unità di colpi distinti, come le beccate di un gallo.

L’uso familiare e colloquiale del verbo amplifica poi il ventaglio dei colpi che si possono “beccare”: non solo schiaffi e pugni, ma anche malattie, sventure, rimproveri. “Mi sono beccato l’influenza”, “si è beccata una denuncia”, “ti becchi un bel quattro”. Ancora una volta la dinamica è la stessa: qualcosa arriva addosso e ti colpisce; non sei tu a sceglierlo, lo subisci. Qui la “botta” è metaforica, ma la logica del becco resta intatta: un contatto che è già un danno, un’improvvisa perdita di integrità (del corpo, della fedina penale, della media scolastica).

Se ci chiediamo, quindi, come si passa da “prendere con il becco, mangiare” a “sorprendere” e “picchiare” il percorso, tappa per tappa, appare lineare. Possiamo, dunque, riassumere il tragitto in cinque passaggi consecutivi:

  1. 1) Becco → organo che colpisce e afferra a colpi brevi e secchi.

    2) Beccare (originario) → colpire e prendere con il becco (mangiare, frugare).

    3) Beccare (per estensione) → afferrare qualcosa con successo (acchiappare, ottenere).

    4) Beccare qualcuno → coglierlo nel mirino e “prenderlo”, anche nel senso di sorprendere, inchiodare.

    5) Beccare / beccarsi → colpire fisicamente o subire un colpo (da cui “picchiare” e “prendere botte”).

Ogni passaggio conserva un nucleo semantico forte: la combinazione di precisione, improvvisazione e presa. Non si “becca” in modo vago: si becca un punto preciso, un attimo preciso, una persona precisa nel momento esatto in cui è scoperta o raggiunta dal colpo. Il valore di “sorprendere” sfrutta la dimensione del “presa in fallo”; il valore di “picchiare” sfrutta quella di “colpo secco che fa male”. Ambedue restano fedeli al gesto minuscolo del becco sul seme. 

In più, il registro basso e colloquiale del verbo permette questi slittamenti senza fratture: “beccare” si presta al sorriso, al racconto informale, al proverbio improvvisato. È un verbo che nasce vicino alla stalla, al cortile, al pollaio, e proprio per questo può sporcarsi le mani con scene quotidiane di litigi, scoperte, sfortune. Dal chicco alla ceffata, dalla mangiata al “ti becco”, la lingua non fa salti arbitrari: segue, con sorprendente coerenza, la traiettoria precisa, rapida e implacabile di un colpo di becco ben assestato.  




martedì 23 dicembre 2025

Profittare o approfittare? Il vantaggio ha due voci


 Nella lingua italiana basta una sillaba per spostare il baricentro etico di un’intera frase. È ciò che accade con profittare e approfittare, due sintagmi verbali che nel parlato quotidiano vengono spesso trattati come sinonimi perfetti, mentre nella loro struttura profonda custodiscono “intenzioni” molto diverse. Il primo guarda al progresso, il secondo all’occasione; il primo matura, il secondo afferra; il primo eleva, il secondo può anche mordere.

Profittare, dal francese profiter, è un sintagma che porta con sé l’idea di un vantaggio che non nasce dall’astuzia ma dalla crescita. È legato al concetto di profitto come frutto, giovamento, avanzamento: l’alunno profitta molto negli studi non implica alcuno sfruttamento, ma un percorso che dà risultati. Anche quando regge un complemento conserva un tono nobile e letterario: si profitta di un consiglio, di un esempio, di un’esperienza, sempre con l’idea di diventare migliori. È un verbo che non si appropria: si lascia... nutrire.

Approfittare, anch’esso di origine francese (approfiter), cambia natura per via di quel prefisso a‑ che indica direzione, movimento verso qualcosa. Non è un dettaglio: è proprio quell’‑a a trasformare il gesto. Qui il vantaggio non matura: si coglie nell’istante. Approfittare può essere un atto di prontezza: approfittiamo degli sconti per rinnovare l’attrezzatura della nostra imbarcazione, e in questo senso è un verbo luminoso, legato alla capacità di non lasciarsi sfuggire un’occasione favorevole. Ma è anche il verbo che più facilmente scivola nell’abuso: approfittare della bontà altrui non è un progresso, è una prevaricazione. La lingua, in questo caso, non è neutra: suggerisce un giudizio. Da qui la diffusione, molto spesso criticata dai puristi, della forma riflessiva approfittarsi di, che accentua ulteriormente la sfumatura negativa. Non esiste invece profittarsi: e non potrebbe esistere, perché profittare non “contiene” mai un gesto di appropriazione.

Per orientarsi con precisione, basta osservare le differenze d’uso: profittare ha una sfumatura etica prevalentemente positiva, guarda al risultato e al progresso, può essere usato assolutamente o con la preposizione di, e si presta a frasi come spero possiate profittare di queste note linguistiche. Approfittare, invece, oscilla tra neutralità e negatività, concentra il suo significato sull’occasione e sulla tempestività, regge stabilmente la preposizione di, e trova il suo esempio tipico in non vorrei approfittare della vostra pazienza.

La scelta tra i due sintagmi non è un dettaglio stilistico: è precisione semantica. Profittare indica un vantaggio che eleva; approfittare un vantaggio che si afferra e talvolta si impone. La lingua non giudica, ma orienta. Sta a noi profittarne con cura, senza mai approfittarcene.

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Cercare i nodi nel giunco

Nel nostro musicale idioma ci sono alcuni modi di dire che, pur avendo un’eleganza naturale e un’immagine vivida, sono stati lentamente soppiantati da espressioni più comuni. “Cercare i nodi nel giunco” appartiene a questa famiglia di perle linguistiche: un modo di dire antico, preciso, quasi poetico, che oggi sopravvive ai margini del parlato, pur meritando pienamente un ritorno in scena.

L’espressione significa andare a caccia di difficoltà inesistenti, intestardirsi nel trovare difetti dove non ce ne sono, complicare ciò che è semplice. Il senso figurato nasce dal giunco, pianta dal fusto liscio, flessibile e privo di nodi: cercarne uno è un’impresa impossibile, un esercizio di pignoleria fine a sé stessa. Non stupisce che il giunco abbia una presenza forte anche nella nostra tradizione letteraria. Dante, nel Purgatorio I, lo pone al centro del rito di umiltà che Catone impone al poeta: Va dunque, e fa che tu costui ricinghe d’un giunco schietto. Il giunco è “schietto” proprio perché privo di nodi, flessibile, capace di piegarsi senza spezzarsi: un simbolo perfetto di umiltà e, indirettamente, della sua impossibilità di offrire appigli a chi cerca difetti dove non ce ne sono.

Anche Boccaccio, pur non citando il giunco, offre più volte ritratti di personaggi che incarnano lo stesso atteggiamento: cavillosi, puntigliosi, pronti a trovare mancanze immaginarie pur di mostrarsi più acuti degli altri. È un tratto che attraversa il Decameron, soprattutto nelle figure dei pedanti e dei sofisti, e che rende l’espressione “cercare i nodi nel giunco” sorprendentemente adatta anche al suo mondo narrativo.

Nell’uso quotidiano, il modo di dire funziona benissimo per smascherare chi si ostina a trovare problemi immaginari: «Il progetto è impeccabile, smettila di cercare i nodi nel giunco solo perché vuoi ritardare la consegna»; oppure: «Siamo stati benissimo, non capisco perché tu debba sempre cercare i nodi nel giunco e lamentarti del cameriere». In ambi i casi il giunco diventa il simbolo di una semplicità che qualcuno si ostina a incrinare.

Perché recuperarlo oggi? Perché è un’alternativa più elegante e colta rispetto al diffusissimo “cercare il pelo nell’uovo”. Quest’ultimo è efficace, certo, ma il giunco porta con sé un’immagine più morbida, naturale, quasi letteraria. È un’espressione che non solo comunica un concetto, ma lo fa con grazia, evocando un gesto inutile compiuto su una pianta che, per sua natura, non offre appigli. In un’epoca in cui il linguaggio tende a semplificarsi, riportare in vita locuzioni come questa significa restituire alla lingua di Dante e di Manzoni un po’ della sua ricchezza figurativa.







lunedì 22 dicembre 2025

Dire, disdire, incidere: l’arte dell’epanortosi – La correzione che non corregge: rafforza

 


C’è un momento, nella lingua, in cui la parola sembra fermarsi, ripensarsi, tornare indietro di un passo solo per affondarne due in avanti. È il momento in cui ciò che è stato appena detto si incrina, si corregge, si rilancia con una forza nuova: un gesto minuscolo e teatrale insieme, un ripensamento che non ripensa, una correzione che non corregge ma incide. È qui che nasce l’epanortosi, figura antica e sorprendentemente viva, capace di trasformare un’apparente esitazione in un colpo di precisione.

L’epanortosi, dunque, è una delle figure retoriche più raffinate e teatrali del nostro patrimonio linguistico. Deriva dal greco epanorthosis, “correzione”, composto da epi (“sopra”), ana (“indietro”) e orthoo (“raddrizzare”): un ritorno sulla parola appena detta per raddrizzarla, precisarla, attenuarla o, più spesso, rafforzarla. I latini la chiamavano correctio, ma la sostanza non cambia: non è un ripensamento autentico, sibbene un gesto consapevole, un artificio che finge l’incertezza per ottenere un effetto più netto.

L’epanortosi non nasce dall’errore, come accade nell’autocorrezione spontanea; nasce dalla volontà di guidare l’attenzione del lettore (o dell’ascoltatore) verso la parola “giusta”, quella che deve risuonare più forte. La prima espressione è un trampolino, la seconda è il punto d’arrivo. Per questo la figura può assumere sfumature diverse: talvolta potenzia un concetto sostituendo un termine con uno più incisivo - «È un errore, anzi, una vera follia!» -; talvolta attenua, smussando un giudizio troppo duro - «È un uomo poco onesto, o per meglio dire, talvolta distratto nel rispetto delle regole.»; talvolta simula un dubbio, come se l’autore cercasse la parola più autentica - «Ti amo; che dico? Ti adoro.» In tutti i casi, la correzione non è un ripiego: è  il "traguardo" del discorso.

Il nostro idioma dispone di “segnali” che introducono naturalmente questo movimento: anzi, o meglio, per meglio dire, che dico, volevo dire. Sono piccole soglie che preparano il lettore (o l'ascoltatore) al salto semantico, alla parola che sta per sopravvenire e che, proprio perché presentata come “corretta”, acquista un rilievo maggiore.

Gli esempi letterari mostrano quanto la figura possa essere potente. Catullo, nel Carme 77, usa l’epanortosi con una violenza emotiva che ancora oggi colpisce: «frustra? immo magno cum pretio atque malo» (“invano? anzi, con grande prezzo e male”). La prima parola viene annullata, la seconda affonda. Anche l’uso colto contemporaneo non rinuncia al gusto dell’epanortosi, che può diventare ironica, elegante, perfino maliziosa: «È un libertino; anzi, (per non urtare la sensibilità dei presenti) un frequentatore assiduo di amori prezzolati.» Qui la correzione finge di attenuare, ma in realtà amplifica, come spesso accade quando la lingua gioca con i registri.

La differenza con l’autocorrezione è netta: quest’ultima è un inciampo, un lapsus rimediato al volo; l’epanortosi è una strategia. Nell’autocorrezione si ripara un errore reale; nell’epanortosi l’errore è messo in scena. La parola “corretta” non è un’aggiunta: è la destinazione finale, il punto in cui il discorso voleva arrivare fin dall’inizio.

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