giovedì 8 ottobre 2026

Supporre e ipotizzare: gemelli o semplici cugini?

 Capita sovente di sentirli usare come se fossero intercambiabili: «Suppongo che arriverà tardi», «Ipotizzo che arriverà tardi». A un primo sguardo sembrano dire la stessa cosa: in entrambi i casi si parla di qualcosa che non è certo. Eppure, come accade a molte coppie lessicali italiane, una piccola differenza c'è, e vale la pena di portarla alla luce.

Cominciamo da supporre. Il verbo deriva dal latino supponĕre, composto di sub («sotto») e ponĕre («porre»). L'idea originaria è quella del «mettere sotto», del collocare qualcosa come fondamento di un ragionamento. Quando supponiamo, infatti, assumiamo una determinata circostanza come probabile o verosimile.

Se vediamo il marciapiede bagnato e il cielo ancora nuvoloso, possiamo dire: «Suppongo che abbia piovuto stanotte». La supposizione nasce da indizi che ci inducono a considerare una spiegazione plausibile.

Diversa, almeno in parte, è la sfumatura di ipotizzare. Il verbo deriva da ipotesi, che risale al greco hypóthesis, letteralmente «ciò che è posto sotto», «base», «premessa». Curiosamente, dunque, l'immagine mentale è molto vicina a quella di supporre. Le due parole hanno addirittura radici concettuali sorelle.

L'uso moderno, tuttavia, ha introdotto una distinzione: chi ipotizza formula una possibilità da verificare; chi suppone tende invece a ritenere quella possibilità già ragionevolmente fondata.

Uno storico può ipotizzare che un documento sia stato scritto da un determinato autore: prima di affermarlo dovrà raccogliere prove, confrontare grafie, studiare le fonti. Un lettore, osservando alcune somiglianze stilistiche, può invece supporre che quell'autore sia il responsabile del testo. L'ipotesi guarda alla verifica futura; la supposizione si appoggia maggiormente a una convinzione presente.

Naturalmente il confine non è sempre netto. Nella lingua comune i due verbi si sovrappongono spesso e i dizionari registrano questa vicinanza di significato. Nessuno si scandalizzerebbe sentendo dire «Ipotizzo che Marco sia già partito» oppure «Suppongo che Marco sia già partito». Eppure il primo esempio suona leggermente più prudente, più analitico, quasi scientifico; il secondo più spontaneo, più vicino alla deduzione quotidiana.

Potremmo allora riassumere così::supporre = ritenere probabile; ipotizzare = formulare una possibilità da accertare. Una distinzione sottile, certo, ma le parole vivono proprio di queste sfumature. E ignorarle sarebbe come sostenere che il tramonto e il crepuscolo siano la stessa cosa: si assomigliano moltissimo, ma non coincidono del tutto.

La lingua, del resto, è maestra di precisione. Ci insegna che non tutte le supposizioni diventano ipotesi scientifiche e che non tutte le ipotesi nascono da semplici supposizioni.

Una curiosità etimologica rende particolarmente interessante la coppia supporre e ipotizzare. Sebbene provengano da lingue diverse — latino il primo e greco il secondo —, entrambi rimandano alla medesima immagine mentale: quella del «porre sotto», del collocare una base sulla quale costruire un ragionamento. Il latino supponĕre significa infatti «mettere sotto», mentre il greco hypóthesis è formato da hypó («sotto») e thésis («posizione», «collocazione»). È uno di quei casi in cui due parole apparentemente lontane risultano parenti per concetto più che per forma.

Vi è poi un'altra curiosità, storica, non meno interessante. La distinzione moderna tra supporre e ipotizzare si è accentuata soprattutto con lo sviluppo del lessico scientifico. Nei secoli passati i due verbi tendevano a sovrapporsi più di quanto accada oggi. È stato il linguaggio della ricerca, della filosofia e delle scienze a conferire a ipotizzare il significato più tecnico di formulare una spiegazione provvisoria da sottoporre a verifica. Da qui quell'aura di cautela metodologica che ancora oggi percepiamo nel verbo.

Insomma, ogni ipotesi contiene una supposizione, ma non ogni supposizione raggiunge la dignità di un'ipotesi. Come insegna la lingua, del resto, tra il supporre e l'ipotizzare passa la stessa differenza che separa l'intuizione dall'indagine: la prima immagina, la seconda verifica.






mercoledì 7 ottobre 2026

Adempiere il dovere o adempiere al dovere? Quando il «meno bene» dei vocabolari fa discutere

 Fra grammatica, storia della lingua e sfumature d'uso, un caso interessante che ci ricorda come non sempre la correttezza linguistica sia una questione di bianco o nero

 


Chi consulta alcuni dizionari dell'uso al lemma 'adempiere' si imbatte spesso in una notazione curiosa. Dopo aver indicato come costruzione normale quella transitiva, «adempiere un dovere, «adempiere un obbligo», alcuni repertori aggiungono che il verbo può essere adoperato anche intransitivamente con la preposizione a: «adempiere al proprio dovere», «adempiere ai propri obblighi», precisando che tale uso è «meno bene» (o 'meno corretto'). L'osservazione lascia perplessi molti lettori. Che cosa significa infatti meno bene? Una costruzione o è corretta oppure non lo è. Può esistere una specie di correttezza a metà? La questione merita di essere approfondita, perché conduce al cuore stesso del rapporto fra grammatica e uso.

Cominciamo dall'etimologia. 'Adempiere' deriva dal latino 'adimplere', composto di 'ad-' e 'implere' «riempire, colmare, compiere interamente». Il significato originario era dunque quello di «portare a compimento», «eseguire pienamente», «soddisfare». Fin dalle prime attestazioni italiane, dunque, il verbo compare soprattutto come transitivo: si adempiono promesse, obblighi, incarichi, doveri, condizioni. Da qui la costruzione che ancora oggi molti grammatici considerano primaria: «adempiere il proprio dovere», «adempiere un obbligo», «adempiere una promessa».

Accanto a questo uso, tuttavia, la lingua letteraria e amministrativa ha sviluppato molto presto anche la costruzione intransitiva con la preposizione a: «adempiere al proprio dovere», «adempiere agli obblighi di legge», «adempiere alle disposizioni impartite».

Quest'ultima forma è diventata particolarmente frequente nei linguaggi burocratici e giuridici, tanto da risultare, oggi, perfettamente naturale agli orecchi della quasi totalità  dei parlanti. E allora perché alcuni vocabolari la registrano come «meno bene»?

La risposta non riguarda la correttezza in senso assoluto. Nessun lessicografo serio intende affermare che «adempiere al proprio dovere» sia errato. Se fosse davvero scorretto, il dizionario lo segnalerebbe esplicitamente come uso improprio o da evitare. L'espressione «meno bene» appartiene invece a un'altra categoria di giudizi: quelli relativi alla preferibilità stilistica o alla maggiore aderenza alla struttura originaria del verbo.

In altre parole, il lessicografo osserva che 'adempiere' nasce e vive prevalentemente come verbo transitivo e che, sotto il profilo storico e sintattico, la costruzione diretta rappresenta la forma più semplice e tradizionale. La variante con a viene considerata secondaria, ma non illegittima.

Un fenomeno analogo si osserva con il verbo 'assolvere'. Anche qui la costruzione originaria è transitiva: si assolve un compito, un obbligo, un dovere. Eppure l'italiano ha da tempo sviluppato pure l'uso con la preposizione a: assolvere al proprio dovere, assolvere ai propri obblighi, assolvere alle proprie funzioni. Nessuno oggi considererebbe scorrette simili espressioni, largamente documentate nella lingua amministrativa, giuridica e letteraria. Se dunque si accetta senza difficoltà  la coesistenza di «assolvere un dovere» e «assolvere al dovere», diventa difficile sostenere che «adempiere al dovere» rappresenti qualcosa di meno corretto rispetto ad «adempiere il dovere». In entrambi i casi siamo di fronte a costruzioni diverse ma legittime, consolidate da secoli d'uso.

Il problema sta forse proprio nell'espressione scelta. «Meno bene» rischia infatti di suggerire una gerarchia della correttezza linguistica: come se una forma fosse giusta e l'altra quasi giusta. In realtà  la lingua funziona diversamente.

Esistono usi grammaticalmente corretti ma stilisticamente differenti. Analogamente, le locuzioni «adempiere il proprio dovere» e «adempiere al proprio dovere» appartengono entrambe all'italiano legittimo, pur richiamando tradizioni e registri diversi.

Si potrebbe anzi sostenere che l'indicazione «meno bene» sia il residuo di una concezione normativa della lingua tipica di una parte della lessicografia novecentesca, quando si tendeva a distinguere più rigidamente tra forme preferite e forme tollerate. Oggi molti studiosi preferiscono descrivere gli usi effettivi senza attribuire loro pagelle di merito.

C'è poi una curiosità degna di nota. Molti parlanti percepiscono 'adempiere' quasi esclusivamente nella costruzione con a. Nei testi legislativi e amministrativi ricorrono continuamente formule come «adempiere agli obblighi previsti», «adempiere alle prescrizioni», «adempiere ai doveri derivanti». Paradossalmente, ciò che alcuni dizionari continuano a registrarlo come uso secondario è, per molti italiani, l'uso più familiare.

Forse il problema non è la lingua in sé, ma il modo in cui talvolta la descriviamo. Dire che una forma è «meno bene» può risultare più ambiguo che utile. Sarebbe probabilmente più chiaro affermare che una costruzione è «meno tradizionale», «meno frequente» o «meno vicina all'impianto originario del sintagma verbale». La correttezza, infatti, appartiene alla grammatica; la preferenza appartiene allo stile. E confondere le due cose significa spesso attribuire alla lingua una rigidità che la lingua stessa non ha.

La morale linguistica della vicenda è semplice. Quando un dizionario definisce una forma «meno bene», non sempre sta pronunciando una sentenza di condanna. Più spesso sta segnalando una preferenza storica, stilistica o tradizionale. Tuttavia proprio l'espressione scelta rischia di generare equivoci, perché suggerisce un grado intermedio di correttezza che la grammatica, in senso stretto, non contempla.

Per questo motivo, chi scrive «adempiere il proprio dovere» non sbaglia. Ma non sbaglia neppure colui che scrive «adempiere al proprio dovere». La differenza non è tra uso corretto e uso scorretto. È, semmai, tra una costruzione che alcuni grammatici continuano a preferire e un'altra che l'uso ha ormai consacrato da secoli. E la lingua, in questo caso, sembra meno severa dei suoi giudici.

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


martedì 6 ottobre 2026

Il prestigio nasce dall'inganno


 
Quando diciamo che una persona, un'istituzione o una pubblicazione godono di 'prestigio', pensiamo all'autorevolezza, alla considerazione e alla stima conquistate nel tempo. Pochi sospettano che questa parola, oggi così rispettabile, abbia origini assai meno nobili.

Il sostantivo deriva infatti dal latino 'praestigium' (più spesso al plurale 'praestigiae'), termine che indicava gli inganni, le illusioni e i trucchi capaci di confondere la vista e la mente. Da qui nacque anche il 'praestigiator', vale a dire il prestigiatore, colui che otteneva meraviglia e stupore mediante artifici e giochi di mano.

In origine, dunque, il campo semantico della parola non aveva nulla (a) che vedere con la reputazione o con il merito. Si muoveva piuttosto nell'ambito dell'illusione, dell'abbaglio e dell'inganno dei sensi. Come si è giunti allora al significato moderno?

Il cambiamento appare meno sorprendente di quanto possa sembrare. Chi riesce a stupire e a impressionare suscita ammirazione; l'ammirazione genera considerazione; la considerazione, consolidandosi nel tempo, diventa autorevolezza. Il centro semantico della parola si è progressivamente spostato dall'inganno all'effetto prodotto dall'inganno, vale a dire allo stupore e alla meraviglia.

Una curiosità  merita di essere ricordata. Mentre 'prestigio' evolveva verso il significato di autorevolezza e considerazione, la sua famiglia lessicale non abbandonava del tutto le proprie origini. Ancora oggi parliamo di 'giochi di prestigio' e di 'prestigiatori', espressioni che conservano quasi intatto il valore antico della parola. È come se il latino 'praestigium' avesse continuato a vivere su due binari paralleli: da un lato quello dell'illusione e dell'arte magica, dall'altro quello della stima e della reputazione.

Un fenomeno del genere non è raro nella storia della lingua. Anche 'formidabile' significava originariamente «spaventoso», perché derivava dal latino 'formidabilis', «atto a incutere timore»; e 'terribile' designava ciò che provocava terrore. Col passare dei secoli, tuttavia, queste parole hanno attenuato o addirittura perduto il loro valore negativo.

Così è accaduto anche a 'prestigio'. La parola ha abbandonato quasi del tutto la sfera dell'inganno per entrare in quella della stima e dell'autorevolezza. Eppure l'antica parentela con i giochi di prestigio non è mai scomparsa completamente: continua a sopravvivere, discretamente, nella sua storia.

Ogni volta che parliamo del prestigio di una persona o di un'istituzione, richiamiamo, dunque, senza accorgercene, una lontana famiglia di illusionisti e prestigiatori. È una delle tante sorprese che la lingua conserva sotto la superficie delle parole più comuni.

Le parole somigliano ai prestigiatori: mostrano un significato e ne nascondono un altro. L'etimologia è l'arte di scoprire il trucco.















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lunedì 5 ottobre 2026

Furbizia e astuzia: due intelligenze che non si somigliano affatto

 Dall'etimologia ai comportamenti quotidiani, un viaggio nella sottile ma decisiva differenza tra chi cerca il vantaggio immediato e chi sa progettare una strategia vincente


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ell'uso quotidiano della lingua italiana, i lessemi "furbizia" e "astuzia" vengono spesso adoperati come perfetti equivalenti per descrivere l'abilità di chi sa districarsi nelle difficoltà o volgere le situazioni a proprio favore. Tuttavia, una riflessione linguistica ed etica più approfondita rivela che queste due parole racchiudono sfumature semantiche, intenzioni e percezioni morali radicalmente diverse. Sebbene entrambe affondino le radici nell'intelligenza pratica e nella prontezza di spirito, la linea di demarcazione che le separa sta nella profondità della visione, nella nobiltà del metodo e nell'obiettivo finale perseguito dal soggetto.

Per comprendere la natura profonda di questa distinzione è fondamentale partire dall’etimologica dei due vocaboli. Il termine "furbizia" deriva dall'aggettivo "furbo", a sua volta legato al francese antico fourbe, che indicava il ladro, il briccone o l'imbroglione, termine derivante dal verbo  fourber  ossia truffare o raggirare. La furbizia nasce dunque con un'impronta originaria legata al sotterfugio, all'inganno e alla capacità di dissimulare per ottenere un vantaggio personale. Di contro, "astuzia" affonda le sue radici nel latino astutia, derivato da astutus, voce appartenente alla medesima famiglia di astus (furberia).  Fin dalle sue origini, l'astuzia incarna un'intelligenza sagace, una raffinata padronanza delle dinamiche sociali e una capacità di calcolo analitico che non implica necessariamente la truffa o la malafede. 

La furbizia – stando al significato - si configura come una dote di breve respiro, legata all'opportunismo e alla reattività immediata. Il furbo è colui che sa cogliere al volo l'occasione, che individua la falla in un sistema o la debolezza momentanea di un interlocutore per trarne un giovamento diretto, spesso sfiorando o superando i confini della correttezza e dell'etica. La furbizia “vive” di scorciatoie, cavilli, piccole prevaricazioni e sotterfugi; non richiede una visione d'insieme né una particolare profondità intellettuale, sibbene un'acutezza spicciola tesa al tornaconto personale. L'astuzia, al contrario, è una qualità strategica e intellettuale di ampio respiro. L'astuto non cerca necessariamente la scorciatoia sleale, ma studia la realtà, analizza i contesti, prevede le mosse dell'avversario e concepisce architetture di pensiero capaci di risolvere problemi complessi o superare ostacoli apparentemente insormontabili. Mentre la furbizia si manifesta nell'aggiramento passivo delle regole, l'astuzia si esprime nella capacità di volgere le regole e le circostanze a proprio favore attraverso l'ingegno e la penetrazione psicologica.

Gli esempi storici, letterari e di vita quotidiana chiariscono in modo inequivocabile questa contrapposizione. L'emblema supremo dell'astuzia nella cultura occidentale è indubbiamente l'Ulisse omerico, l'uomo dal multiforme ingegno (polytropos). L'idea del Cavallo di Troia non è un atto di spicciola furbizia, ma un vertice di astuzia militare e psicologica: un piano articolato che sfrutta la psicologia del nemico per porre fine a un assedio decennale. Un altro esempio di astuzia è la mossa del giocatore di scacchi che sacrifica un pezzo importante per costringere l'avversario in una posizione cieca e vincere la partita dieci mosse dopo. Nella vita di tutti i giorni, al contrario, la furbizia si palesa in comportamenti decisamente più prosaici e di scarso spessore morale: chi salta la coda alla posta approfittando della distrazione altrui, chi sfrutta un vuoto normativo per non pagare una tassa o chi attribuisce a sé il merito di un lavoro di squadra. In questi casi, il furbo ottiene un guadagno immediato, ma dimostra una totale assenza di visione e una profonda indifferenza verso la dimensione etica e collettiva.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, la furbizia si rivela un'inclinazione meschina e opportunistica, un'agilità tattica circoscritta all'interesse individuale dell'immediato. L'astuzia rappresenta invece un'elevata manifestazione dell'intelligenza pratica, una virtù della mente che, pur potendo essere usata in modo spregiudicato, conserva una nobiltà strutturale legata al talento strategico, alla penetrazione psicologica e alla capacità di dominare la complessità attraverso la sola forza del pensiero.

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La lingua “biforcuta” della stampa


… con un occhio ai sondaggi di quest’estate Schlein a Conte si sonono persuasi di avere già Palazzo Chigi in tasca.

… primarie on-line in barba ai timori che capeggiano su ogni quotidiano europeo su il rischio di influenze russe.

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… sembra arenatasi nelle soliti paludi del campo progressista …

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Per quanto riguarda il deputato Ofer Cassifla Corte è stato osservato che "tutti i giudici del collegio giudicante prendono le distanze dalle dichiarazioni e dalle azioni oltraggiose di Cassif …

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Una delle fonti ha confermato che il profilo … è del copilota del volo di fatti di mercoledì scorso … ha confermato alla Cnn che una persona con quel nome ha concluso ha seguito corsi a distanza per tre anni, conclusi nel 2023 …

… questa settimana l'Iran non avrà spedizioni di petrolio in mare è i relativi ricavi …



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domenica 4 ottobre 2026

Vizio o vezzo? Una vocale di differenza (e una doppia Z), un mondo di significati

 Due parole quasi gemelle che l'orecchio confonde, ma che la lingua distingue con grande precisione


C
apita sovente di sentire usare 'vizio' e 'vezzo' come se fossero sinonimi. L'equivoco è comprensibile: le due parole si somigliano nel suono, differiscono per una sola vocale e appartengono entrambe alla sfera delle abitudini e dei comportamenti. Eppure, dietro questa apparente parentela, si nasconde una differenza sostanziale che merita di essere riportata alla luce. Dire che una persona ha un vizio non equivale affatto a dire che ha un vezzo. Anzi, tra i due termini corre una distanza ben maggiore di quanto lasci supporre la loro forma.

I linguisti definiscono 'paronime' le parole che si assomigliano foneticamente senza condividere lo stesso significato. L'italiano ne conta molte: 'infliggere' e 'infrangere', 'comprensibile' e 'comprensivo', 'emigrare' e 'immigrare'. Anche 'vizio' e 'vezzo' appartengono a questa interessante categoria. Il loro suono inganna l'orecchio e induce a credere che designino realtà  simili; la storia e l'uso, invece, raccontano tutt'altra vicenda.

'Vizio' deriva dal latino 'vitium', che significa(va) «difetto», «imperfezione», «corruzione», «mancanza». Fin dall'antichità  il vocabolo era gravato da una connotazione sfavorevole e indicava qualcosa di deteriorato o moralmente riprovevole. Nel passaggio al volgare e poi all'italiano tale sfumatura si è conservata pressoché intatta. Ancora oggi il vizio è soprattutto una cattiva abitudine, un'inclinazione dannosa o un comportamento dal quale sarebbe opportuno liberarsi. Si parla del vizio del fumo, del gioco, dell'alcol, ma anche del vizio di interrompere continuamente gli interlocutori o di arrivare sistematicamente in ritardo.

Da questa medesima origine discendono espressioni tecniche largamente diffuse: 'vizio di forma', 'vizio di costruzione', 'vizio procedurale'. In tutti questi casi il significato fondamentale rimane quello di difetto o irregolarità .

Più affascinante ancora è la storia di 'vezzo'. La Treccani lo riconduce direttamente al latino 'vĭtium' ("vizio", "difetto"), la stessa voce da cui deriva anche 'vizio'. I due termini sono dunque allotropi, vale a dire parole che risalgono alla medesima origine etimologica ma che hanno seguito percorsi fonetici e semantici differenti. Col tempo, infatti, 'vizio' ha conservato il significato negativo di difetto e cattiva inclinazione, mentre 'vezzo' si è progressivamente specializzato nei valori di abitudine caratteristica, grazia, civetteria e ornamento.

È uno di quei casi in cui l'etimologia ama giocare d'ironia. Due vocaboli nati dalla stessa famiglia linguistica hanno finito col rappresentare quasi il contrario l'uno dell'altro. Come due fratelli che, cresciuti sotto lo stesso tetto, abbiano poi imboccato strade completamente diverse.

Un vezzo, infatti, è, generalmente, un tratto distintivo della personalità, una piccola mania innocua, un comportamento che rende qualcuno riconoscibile. Chi si liscia i capelli mentre parla, chi conclude ogni frase con la stessa espressione, chi conserva gelosamente vecchie stilografiche o chi colleziona segnalibri può avere dei vezzi. Sono abitudini che incuriosiscono, talvolta divertono, ma difficilmente destano riprovazione.

Da qui deriva anche l'espressione 'fare i vezzi', riferita a chi assume atteggiamenti leziosi o studiati per attirare l'attenzione o sembrare più grazioso. In questo caso il vocabolo conserva una sfumatura di artificiosità, ma senza raggiungere mai la gravità implicita nel 'vizio'.

C'è inoltre un'accezione oggi quasi dimenticata che merita di essere ricordata. Nella lingua letteraria dei secoli passati il 'vezzo' era anche un gioiello femminile, specialmente una collana di perle o di pietre preziose. I poeti parlavano di «vezzi di perle» o di «vezzi d'oro», confermando quel legame con l'ornamento e con la grazia che il termine porta ancora impresso nella propria storia.

La differenza tra le due parole, dunque, potrebbe essere riassunta in una formula semplice: il vizio guasta, il vezzo decora. Del vizio ci si corregge; il vezzo, al massimo, si tollera con un sorriso. Il primo rappresenta un peso, il secondo una sfumatura. Il primo rivela un difetto, il secondo una caratteristica.

Non è quindi raro che una persona cerchi di nascondere i propri vizi e, nello stesso tempo, ostenti i propri vezzi. I primi possono suscitare censura; i secondi contribuiscono a creare un'immagine, un'identità, talvolta perfino un fascino.

La lingua italiana, insomma, ci offre una piccola lezione di precisione. Due parole quasi identiche nella forma possono allontanarsi enormemente nel significato. E così scopriamo che è sufficiente una sola vocale (e due Z) per separare ciò che ci corregge da ciò che ci distingue. Perché il vizio è una catena da spezzare; il vezzo, quando non eccede, è soltanto un dettaglio che ci rende un po' più umanamente riconoscibili.

In fondo, le parole assomigliano alle persone: non basta guardarle da lontano per conoscerle davvero. Talvolta una sola lettera nasconde una storia intera, e una vocale può fare la differenza tra un difetto da evitare e una grazia da conservare.

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San Francesco e il calendario dei contadini: quando i santi misuravano il tempo

Il 4 ottobre si celebra san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia e figura tra le più amate della tradizione cristiana. Curiosamente, però, il santo poverello non ha lasciato nella paremiologia italiana una quantità  di proverbi pari alla sua fama. Eppure la sua ricorrenza cade in un momento cruciale dell'anno agricolo, quando la natura si prepara al riposo invernale e i contadini osservano il cielo per trarne auspici e insegnamenti.

Tra i detti legati alla giornata si ricorda: «Per san Francesco, semina se tu puoi e se non puoi appresso poi». Il proverbio riflette il calendario agrario tradizionale: i primi giorni di ottobre erano considerati favorevoli alle semine autunnali, soprattutto del grano. Il santo diventa così un punto di riferimento temporale, un segnale nel grande orologio della campagna.

Un'altra sentenza popolare avverte: «A san Francesco il freddo entra per l'uscio». Non si tratta naturalmente di una previsione meteorologica infallibile, ma della constatazione che, con l'avanzare di ottobre, le temperature iniziano a calare sensibilmente. La personificazione del freddo che «entra» in casa conferisce al detto una vivacità  espressiva che ne ha favorito la conservazione nella memoria popolare.

Più spesso, tuttavia, la saggezza contadina preferisce parlare direttamente del mese anziché del santo. Ottobre è infatti il periodo della vendemmia tardiva, delle castagne, delle semine e dei preparativi per l'inverno. Da qui alcuni proverbi come: «ottobre piovoso, campo prosperoso». Il messaggio è sempre lo stesso: il raccolto futuro dipende dal lavoro presente e dall'equilibrio delle stagioni.

Sotto il profilo prettamente linguistico è interessante osservare come molti proverbi agricoli utilizzino il nome del santo come indicazione cronologica. In un'epoca in cui pochi avevano a disposizione calendari e orologi, le ricorrenze religiose ben note a tutti fungevano da punti di riferimento. Così si seminava a san Francesco, si assaggiava il vino a san Martino e si misurava la lunghezza delle giornate a santa Lucia.

I santi, insomma, entravano nei proverbi non tanto per ragioni teologiche quanto per una necessità  pratica: aiutavano a orientarsi nel tempo. E il 4 ottobre, con il suo sapore di vendemmia e con i primi freddi, continua ancora oggi a ricordarci che l'autunno non è una stagione di declino, ma di preparazione. Come sapevano bene i nostri nonni, è proprio in ottobre che si comincia a "costruire" il pane e il vino per l’anno successivo.



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sabato 3 ottobre 2026

Quando serve... serve e quando serve occorre

 I verbi "servire" e "occorrere" sembrano sinonimi, ma le loro storie e le loro sfumature raccontano molto di più

Alcuni li usano come sinonimi e, in effetti, in numerosi contesti lo sono davvero. Se diciamo che per preparare una torta 'serve' un chilo di farina oppure che 'occorre' un chilo di farina, il significato cambia ben poco, anzi non cambia affatto. Eppure 'servire' e 'occorrere' hanno alle spalle storie profondamente diverse e, ancora oggi, conservano sfumature che meritano di essere osservate da vicino.
Cominciamo dall'etimologia. Il verbo 'servire' discende dal latino 'servire', derivato da 'servus', cioè «schiavo» o «servo». Alla sua origine troviamo dunque l'idea del mettersi a disposizione di qualcuno, dell'essere utile, del compiere una funzione al servizio di una persona o di uno scopo.
'Occorrere' proviene invece da 'occurrere', formato da 'ob' («verso», «contro») e 'currere' («correre»). Il significato originario, dunque, era quello di «correre incontro», «andare verso qualcuno» o «farsi avanti». Da questa immagine dinamica si è sviluppato nel tempo il valore di ciò che si presenta, accade o si rende disponibile al momento opportuno.
Nell'italiano contemporaneo i due verbi si incontrano soprattutto nel campo della necessità. Possiamo infatti dire che ci serve un documento oppure che ci occorre un documento; che per completare una pratica serve una firma oppure che occorre una firma. In questi casi la differenza di significato è minima e riguarda soprattutto il registro espressivo. Le strade dei due verbi, però, si separano non appena usciamo da quest'area condivisa.
'Servire' è uno dei verbi più duttili e frequenti del lessico italiano. Può indicare l'utilità di qualcosa («a che cosa serve questo tasto?»), un'attività di assistenza («il cameriere serve ai tavoli»), un servizio reso a una collettività («servire la patria»), oppure l'atto di attendere un cliente («chi è il prossimo da servire?»). Il verbo compare persino nel linguaggio sportivo, dove un tennista serve la palla e può mettere a segno un ace con il servizio.
'Occorrere', invece, appartiene generalmente a un registro più formale, amministrativo o letterario. Inoltre conserva significati che 'servire' non ha. Possiamo dire, per esempio, che a qualcuno è «occorso un incidente» oppure «un imprevisto», nel senso di è «capitato» o è «accaduto». In altri casi può significare perfino «venire alla mente»: «m'è occorsa una riflessione». In tutti questi esempi la sostituzione con 'servire' risulterebbe impossibile.
Anche alcune parole derivate raccontano bene la particolarità di questo verbo. Dalla stessa famiglia provengono infatti 'occorrenza', che indica una circostanza o una necessità particolare, e 'occorrente', sostantivo che designa tutto ciò che è necessario per uno scopo determinato. Chi parte per una vacanza prepara l'occorrente per il viaggio; chi si accinge a una riparazione raccoglie l'occorrente per il lavoro da svolgere.
Esiste infine una sottile differenza che ogni parlante percepisce intuitivamente. Dire «mi serve un aiuto» comunica una necessità  immediata, concreta e diretta. Dire «mi occorre un aiuto» esprime sostanzialmente la stessa esigenza, ma con una sfumatura più misurata e formale.
Non è un caso che nel linguaggio burocratico e amministrativo si leggano spesso formule come «ove occorra» o «qualora occorra», mentre nella linguaggio quotidiano prevale quasi sempre il più semplice «se serve». È un piccolo indizio della diversa temperatura stilistica dei due verbi: più formale il primo, più familiare il secondo.
Ecco perché 'servire' e 'occorrere' non sono né completamente sinonimi né completamente diversi. Sono due lessemi che, provenendo da mondi lontani, si incontrano in un tratto del loro cammino semantico. In quel punto possono scambiarsi il posto senza problemi; appena oltre, però, ciascuno riprende la propria strada, continuando a raccontare una storia diversa della nostra meravigliosa e cantabile lingua.

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“Germanorbo” e “germanorba”: due parole nuove per una perdita senza nome

La lingua italiana dispone di parole precise per indicare alcune delle grandi perdite della vita. Chi perde i genitori è un 'orfano'; chi perde il coniuge è un 'vedovo'. E chi perde un fratello? E chi perde una sorella? La risposta è sorprendente: non esiste un termine specifico.

Possiamo dire che una persona «ha perso un fratello» o «ha perso una sorella», ma non abbiamo una parola unica capace di esprimere quella condizione. Si tratta di una lacuna lessicale tanto evidente quanto curiosa, poiché il rapporto tra fratelli e sorelle è uno dei legami affettivi più profondi e duraturi dell'esperienza umana. Per colmare questa mancanza proponiamo due neologismi: 'germanorbo' e 'germanorba'.

Un 'germanorbo' è una persona che ha perduto un fratello. Una 'germanorba' è una persona che ha perduto una sorella. Le due voci sono costruite su basi linguistiche solide e perfettamente italiane.

Il primo elemento, 'germano', non indica soltanto la ben nota anatra selvatica chiamata germano reale. Nel linguaggio colto e giuridico, infatti, un germano è un fratello o una sorella nati dagli stessi genitori. Il termine deriva dal latino 'germanus', che significa(va) propriamente «fratello carnale», «vero fratello», «autentico consanguineo».

Il secondo elemento è ricavato da 'orbo', voce antica ereditata dal latino 'orbus', «privo», «privato di qualcosa». Dalla stessa radice proviene, per esempio, il termine 'orfano', attraverso una storia etimologica diversa ma semanticamente affine.

L'idea è dunque molto semplice: 'germanorbo' = privato di un fratello; 'germanorba' = privata o privato di una sorella. Si tratta di parole trasparenti, che una volta spiegate risultano immediatamente comprensibili.

Ecco alcuni possibili esempi d'uso: «Da quando ha perso il fratello maggiore vive il dolore silenzioso dei germanorbi.» «L'associazione offre sostegno psicologico alle persone germanorbe.» «Divenne germanorba a soli quindici anni, dopo la scomparsa della sorella.»

Qualcuno potrebbe obiettare che i neologismi non si inventano a tavolino. L'obiezione è fondata. Le parole, infatti, vivono soltanto se vengono accolte dai parlanti. Tuttavia molte voci oggi normalissime sono nate proprio per dare un nome a realtà che ne erano prive. Senza proposte innovative, il lessico resterebbe immobile.

Del resto, una delle funzioni più nobili della lingua consiste nel rendere dicibile l'esperienza umana. E se esistono parole per la perdita dei genitori e del coniuge, non appare irragionevole pensare che possa esisterne una anche per la perdita di un fratello o di una sorella.

Forse 'germanorbo' e 'germanorba' non entreranno mai nei dizionari. O forse, tra qualche anno, qualcuno le userà senza sapere nemmeno dove siano nate. È il destino di tutti i neologismi: affidarsi al giudizio dei parlanti e sperare che la necessità finisca col trasformare una proposta in una parola vera.

E chissà che un giorno, accanto a 'orfano' e 'vedovo', non trovi posto anche 'germanorbo' o 'germanorba': parole nuove per un dolore antico, finora rimasto senza nome.

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La lingua "biforcuta" della stampa







venerdì 2 ottobre 2026

Ottobre prepara il pane e il vino

«O
ttobre è il mese che prepara il pane e il vino»: dietro questo antico proverbio contadino si nasconde una piccola lezione di lingua, di storia e di civiltà rurale.
A prima vista l'espressione può apparire curiosa. Chi prepara il pane? Non il fornaio? E il vino non si fa forse con l'uva raccolta durante la vendemmia? Eppure il proverbio coglie una verità più profonda. Ottobre è il mese della preparazione, non ancora quello del risultato finale. È il tempo in cui si gettano le basi di ciò che verrà in seguito.
Il pane e il vino, nella tradizione italiana ed europea, rappresentano infatti molto più di due semplici alimenti. Sono i simboli stessi del nutrimento, della sopravvivenza e dell'abbondanza. Dire che ottobre «prepara il pane e il vino» equivale dunque ad affermare che questo mese predispone le condizioni per il sostentamento dell'intero anno che verrà.
Sotto il profilo linguistico è interessante l'uso del verbo 'preparare'. Il proverbio non dice che ottobre produce il pane e il vino, né che li crea. Il verbo scelto richiama piuttosto un'azione preliminare, un lavoro paziente e spesso invisibile. È lo stesso concetto che ritroviamo in espressioni come «preparare il terreno», «preparare la strada», «preparare il raccolto». Il risultato non è ancora presente, ma comincia già a prendere forma.
Ottobre, d'altronde, è da sempre un mese di transizione. Il caldo estivo è ormai un ricordo, mentre il freddo invernale non si è ancora pienamente imposto. Nei campi si conclude un ciclo e se ne avvia un altro. L'uva vendemmiata diventa mosto e il mosto comincia lentamente il suo cammino verso il vino. Contemporaneamente si procede alle semine autunnali che, mesi dopo, daranno origine al grano destinato a diventare farina e quindi pane.
Non è casuale che il detto accosti proprio questi due elementi. Pane e vino costituiscono una coppia quasi inseparabile nella cultura italiana. Li ritroviamo nella tradizione religiosa e nella letteratura. Quando diciamo che qualcuno «guadagna il pane» intendiamo che si procura il necessario per vivere; quando parliamo del «buon vino» richiamiamo convivialità, festa e condivisione. Insieme rappresentano il lavoro umano che trasforma i frutti della terra in beni preziosi. 
Anche sotto il profilo stilistico il proverbio merita attenzione. La costruzione è semplice, quasi elementare, ma proprio per questo efficace. Il mese di ottobre viene personificato: non è più un semplice periodo del calendario, sibbene un soggetto che agisce e opera. È una figura retorica molto frequente nei proverbi contadini, dove le stagioni sembrano assumere caratteristiche umane e diventano protagoniste della vita dei campi.
Vi è inoltre una sottile lezione morale. La sapienza contadina sapeva bene che i raccolti non nascono all'improvviso. Ogni risultato richiede attesa, cura e lungimiranza. Il proverbio ricorda dunque che la prosperità di domani dipende dal lavoro di oggi. In questo senso il suo significato va ben oltre l'agricoltura e conserva ancora una sorprendente attualità.
Una curiosità finale: molti proverbi dedicati a ottobre insistono proprio sull'idea della preparazione. Si pensi a «d'ottobre il mosto è nel tino» oppure a «ottobre seminatore, novembre zappatore». In tutti questi casi il mese viene presentato come una fase intermedia, un laboratorio della natura nel quale maturano processi destinati a dare frutto in seguito.
Ecco perché l'antico detto conserva intatto il suo fascino. Ottobre non offre ancora il pane sulla tavola né il vino nel bicchiere, ma prepara entrambi. E forse sta proprio qui la sua lezione più preziosa: le cose migliori cominciano spesso quando ancora non si vedono.

giovedì 1 ottobre 2026

Mantenere o conservare?

 Conservare non è sempre mantenere

Nella lingua comune i verbi 'conservare' e 'mantenere' vengono spesso adoperati come sinonimi. In molti contesti, in effetti, la differenza sembra minima: si può conservare una tradizione e si può mantenere una tradizione; si può conservare la calma e si può mantenere la calma. A uno sguardo più attento, tuttavia, i due verbi non coincidono sempre e presentano sfumature semantiche ben precise.

'Conservare' significa anzitutto «custodire», «preservare», «tenere al riparo da alterazioni, danni o perdite». L'idea fondamentale è quella della protezione di qualcosa che già esiste. Si conservano i documenti in archivio, le conserve in dispensa, i monumenti storici, i ricordi nella memoria. Il verbo richiama dunque un'azione rivolta alla salvaguardia.
'Mantenere', invece, significa principalmente «far durare», «tenere in essere», «sostenere una determinata condizione». L'accento non cade tanto sulla custodia quanto sulla continuità. Si mantiene una promessa, si mantiene un rapporto di amicizia, si mantiene l'equilibrio, si mantiene viva una tradizione. L'idea centrale è quella della permanenza ottenuta mediante un'azione attiva e continua. Per questa ragione non sempre i due verbi sono intercambiabili.
Prendiamo l'espressione «mantenere una promessa». Qui 'conservare' sarebbe improprio. Una promessa non si custodisce in un cassetto: la si onora, la si tiene fedele nel tempo, la si realizza. Analogamente si dice «mantenere la parola data», non «conservare la parola data».
Al contrario, quando si parla di «conservare un reperto archeologico», il verbo 'mantenere' suona poco naturale. Un reperto va protetto dal degrado, non semplicemente tenuto in esistenza.
Vi sono poi casi nei quali entrambi i verbi sono possibili, ma con sfumature differenti. Chi «conserva la calma» evita di perderla; chi «mantiene la calma» riesce a prolungarne lo stato nonostante le difficoltà. La differenza è sottile, ma reale.
Interessante è anche l'etimo. 'Conservare' deriva dal latino 'conservare', composto di 'cum' e 'servare' («custodire, salvare»). 'Mantenere' risale invece al latino tardo 'manutenere', formato da 'manus' («mano») e 'tenere' («tenere»): letteralmente, «tenere con la mano», quindi sostenere, sorreggere, far durare.
La distinzione emerge chiaramente in alcune espressioni cristallizzate della lingua. Si conservano gli alimenti, i beni culturali, gli atti notarili; si mantengono gli impegni, le relazioni, l'ordine pubblico. Nessuno direbbe normalmente di «mantenere le acciughe sott'olio» o di «conservare una promessa elettorale».
Una curiosità conferma la differenza. Nel linguaggio del restauro e della tutela del patrimonio storico-artistico si parla abitualmente di 'conservazione' delle opere. Un dipinto, una statua o un affresco vengono conservati perché siano preservati dal deterioramento. La manutenzione, invece, è l'insieme degli interventi che ne mantengono nel tempo le condizioni ottimali. Conservare e mantenere, dunque, collaborano, ma non coincidono.
Anche le rispettive etimologie sembrano raccontare questa diversa vocazione. Da una parte il custodire e il salvaguardare; dall'altra il sorreggere e il tenere saldo. Due immagini che, a distanza di secoli, continuano a riflettersi nei significati moderni dei due verbi.
Come molto spesso accade, la lingua non impone confini invalicabili. Esistono zone di sovrapposizione nelle quali i due verbi possono alternarsi senza particolari conseguenze. Tuttavia conoscere la sfumatura che li distingue consente di scegliere, alla bisogna, il termine più appropriato e più preciso.
Insomma, e concludiamo queste noterelle, si conserva ciò che si vuole preservare da una perdita o da un'alterazione; si mantiene ciò che si vuole far durare nel tempo. Due verbi vicini, dunque, ma non sempre gemelli. E, come accade ai gemelli, basta osservarli con un po' di attenzione per scoprire che non sono affatto identici.

«Chi conserva, trova.»

«Conserva il soldo nella borsa e il bisogno starà fuori della porta.»

«Chi ben conserva, poco compra.»

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«Mantenere la parola vale più che darla.»

«È più facile promettere che mantenere.»

«Chi sa mantenere un amico, possiede un tesoro.»

mercoledì 30 settembre 2026

“Voi amaste”: passato remoto o congiuntivo imperfetto?

 

La lingua italiana, il nostro meraviglioso idioma, custodisce numerose curiosità grammaticali che passano quasi inosservate agli orecchi dei parlanti. Una delle più singolari riguarda la seconda persona plurale del passato remoto e quella dell'imperfetto congiuntivo, che coincidono perfettamente nella forma.

Prendiamo il verbo 'amare'. «Voi amaste quell'autore durante la vostra giovinezza». Qui 'amaste' è un passato remoto. «Credevo che voi amaste quell'autore». In questa seconda frase, invece, 'amaste' è un imperfetto congiuntivo. La forma verbale è identica, ma il valore grammaticale è completamente diverso.

Lo stesso fenomeno si verifica con tutti gli altri verbi: «Voi credeste alla sua parola.»; «Pensavo che voi credeste alla sua parola.»; «Voi partiste all'alba», «Temevo che voi partiste all'alba.» «Voi finiste il lavoro.», «Dubitavo che voi finiste il lavoro».

Come si spiega questa coincidenza? Anzitutto va detto che non si tratta di una svista della lingua né di un'anomalia recente. La coincidenza è antica e perfettamente legittima.

Le forme del passato remoto e quelle dell'imperfetto congiuntivo hanno infatti origini storiche differenti nel latino. Basti pensare che il perfetto indicativo latino presentava forme come 'amavistis', mentre il congiuntivo imperfetto aveva forme come 'amaretis'. Le due serie erano dunque nettamente distinte. Nel passaggio dal latino all'italiano, tuttavia, il sistema verbale subì profonde trasformazioni fonetiche e morfologiche. Il risultato finale fu che la seconda persona plurale del passato remoto e quella dell'imperfetto congiuntivo assunsero la medesima forma.

Così abbiamo: «voi amaste», «voi credeste», «voi finiste» sia come passato remoto sia come imperfetto congiuntivo.

La cosa sorprendente è che questa identità formale non genera praticamente mai equivoci. Il motivo è semplice: il contesto sintattico chiarisce immediatamente il valore della forma verbale.

Se leggiamo: «Voi amaste quel poeta», riconosciamo una proposizione indipendente e interpretiamo naturalmente il verbo come passato remoto. Se leggiamo: «Credevo che voi amaste quel poeta», la presenza della reggente e della congiunzione 'che' ci conduce senza esitazione all'imperfetto congiuntivo. In altre parole, dove la morfologia potrebbe lasciare qualche dubbio, interviene la sintassi a dissiparlo.

C'è poi un'altra considerazione interessante. La seconda persona plurale è meno frequente di un tempo, soprattutto nel congiuntivo imperfetto. Oggi, infatti, si preferisce rivolgersi agli interlocutori con il 'lei' anziché con il 'voi'. Di conseguenza, forme come «che voi amaste», «che voi credeste» o «che voi partiste» compaiono molto meno spesso nella lingua quotidiana rispetto al passato.

Forse anche per questa ragione la curiosa coincidenza tra passato remoto e imperfetto congiuntivo è nota soprattutto agli insegnanti, ai grammatici e agli appassionati di lingua.

Eppure si tratta di un piccolo capolavoro dell'italiano: due modi verbali diversi, due tempi diversi e due funzioni diverse che, almeno in una persona grammaticale, indossano esattamente lo stesso abito. Ancora una volta la nostra lingua dimostra che la chiarezza non dipende soltanto dalle singole parole, ma anche dalla struttura della frase che le accoglie.

Una curiosità, per finire, merita di essere ricordata. Molti parlanti si accorgono immediatamente della coincidenza tra «amaste» passato remoto e «amaste» imperfetto congiuntivo, ma pochi notano che l'eventuale ambiguità resta puramente teorica. Nella lingua reale, infatti, il contesto basta quasi sempre a distinguere i due valori senza il minimo sforzo. È uno di quei casi in cui la grammatica sembra creare un problema che l'uso della lingua risolve spontaneamente.

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

martedì 29 settembre 2026

Non impicciarti!

 Sette secoli di storia di un verbo passato dall'ostacolare all'ingerirsi negli affari altrui

 


«N
on impicciarti degli affari altrui!». Chi non ha mai sentito questa raccomandazione? Oggi il verbo 'impicciarsi' significa ingerirsi, occuparsi di questioni che non ci riguardano. Eppure non è sempre stato così. Nei testi antichi, infatti, 'impicciare' aveva un significato assai diverso: voleva dire «ostacolare», «intralciare», «rendere difficile». Si tratta di uno di quei casi in cui la storia di una parola assomiglia a un piccolo romanzo linguistico, fatto di trasformazioni lente ma perfettamente logiche.

Le attestazioni più antiche confermano senza equivoci il significato originario. Nell''Acerba' di Cecco d'Ascoli, composta intorno al 1327, leggiamo: «Lo cor di gran temer subito impiccia». Qui il verbo significa chiaramente «blocca», «ostacola», «paralizza».

Pochi decenni più tardi, nella 'Cronaca' di Buccio di Ranallo, troviamo una «briga impicciata», vale a dire ostacolata, intralciata nel suo svolgimento. Ma da dove nasce questo verbo?

Gli studiosi lo ricollegano al sostantivo 'impiccio', parola che ancora oggi usiamo per indicare una difficoltà, una seccatura, un intralcio. L'etimologia ultima non è del tutto pacifica, ma vi è largo accordo nel ricondurre la famiglia lessicale all'idea dell'impedimento, dell'intreccio, dell'impiglio che ostacola il movimento o il regolare corso delle cose. Il Treccani, infatti, lo riconduce al francese antico. empeechier, dal latino tardo impedicare «prendere al laccio»

Non è casuale, comunque, la vicinanza semantica con parole quali 'impaccio', 'ingarbuglio', 'intralcio', 'impedimento'. Tutte richiamano qualcosa che si mette in mezzo e rende più difficile procedere.

In origine, dunque, 'impicciare' significava «creare un impiccio», «frapporre un ostacolo», «intralciare». Fin qui il percorso è lineare. La vera curiosità consiste nel capire come si sia arrivati al significato moderno. La chiave si trova nella forma riflessiva, o meglio pronominale, 'impicciarsi'.

Oggi diciamo: «Non mi impiccio dei fatti degli altri». Ma in un primo tempo il verbo non significava semplicemente «occuparsi». Significava piuttosto «entrare in una faccenda», «lasciarsi coinvolgere», «invischiarsi in una situazione». L'immagine è quasi materiale. Chi si impiccia finisce dentro un impiccio. Si ritrova avvolto in una questione come chi resta impigliato in una rete o in un groviglio di corde.

L'evoluzione semantica può essere ricostruita così 'impiccio' → ostacolo, intralcio; 'impicciare' → ostacolare, rendere difficile; 'impicciarsi' → entrare in una situazione intricata; 'impicciarsi di qualcosa' → occuparsene; 'impicciarsi degli affari altrui' → ingerirsi, ficcare il naso.

Il passaggio da «ostacolare» a «occuparsi» non è quindi diretto. Tra i due significati esiste un anello intermedio essenziale: il coinvolgimento. Prima ci si trova dentro una faccenda; poi si finisce con l’occuparsene; infine, nel caso peggiore, con  l'ingerirsene senza averne titolo.

Una testimonianza preziosa di questa fase intermedia compare nel 'Fiore di virtù', opera composta tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento: «Chi non ha in sé onestà, d'alcuna altra virtù non si dee impicciare». Qui il significato è già molto vicino a quello moderno: «non deve occuparsene», «non deve ingerirsi».

Ma la storia non finisce qui. Ancora oggi il verbo conserva le tracce delle sue antiche origini. Se diciamo che una sedia lasciata in mezzo a una stanza «impiccia il passaggio», stiamo usando il significato più antico: ostacola, intralcia.

Se invece diciamo «non impicciarti», utilizziamo il significato moderno: non ingerirti, non occuparti di ciò che non ti riguarda. È come se nella stessa parola convivessero due epoche diverse della lingua italiana.

Anche il sostantivo 'impiccione' racconta una storia analoga. L' impiccione non è semplicemente una persona curiosa. È qualcuno che si introduce in questioni che non lo riguardano, che si mette in mezzo, che entra negli affari altrui senza essere invitato. Ancora una volta ritroviamo l'idea dell'intrusione e del coinvolgimento indesiderato.

C'è poi una piccola ironia linguistica che merita di essere sottolineata. Chi si impiccia troppo delle faccende degli altri finisce spesso col creare impicci. Il significato moderno e quello antico, apparentemente lontanissimi, dopo secoli tornano così a incontrarsi.

Ed è forse questa la curiosità più affascinante. Molte parole cambiano significato nel corso del tempo; poche, però, conservano nella lingua quotidiana le tracce visibili del cammino percorso. 'Impicciare' appartiene a questa ristretta categoria. Nato come verbo dell'ostacolo e dell'intralcio, è diventato il verbo dell'ingerenza e della curiosità indiscreta, senza dimenticare del tutto le proprie origini.

La prossima volta che sentiremo dire «non impicciarti», potremo quindi sorridere pensando che, sette secoli fa, l'invito sarebbe stato quasi lo stesso: non metterti in mezzo, non creare ostacoli, non complicare le cose. La lingua cambia, ma talvolta resta sorprendentemente fedele a sé stessa.

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)